Laghat: il film che porta in sala il fascino dell'ippodromo
Basato sulla vera storia del purosangue Laghat e ispirato al romanzo di Enrico Querci che ne racconta le gesta, la pellicola narra dell’incontro tra un cavallo cieco da un occhio e un giovane ex promettente fantino; è la storia di una sfida sportiva e umana che porterà i due a “rimettersi in pista” sia in ippodromo che nella vita.
Sullo sfondo, gli ippodromi di San Rossore e Capannelle che fanno da cornice a quel settore complesso, dal tempo sospeso, che è il mondo delle corse.
Questo ultimo lavoro del regista Michael Zampino, getta sprazzi di luce su un microcosmo ai più sconosciuto: quello degli ippodromi, realtà variegate tessute di vite intrecciate, di un’eleganza ruvida che appartiene solo all’ambiente dell’ippica; sorvolando sul tema delle scommesse, cerca invece di spalancare le porte di un luogo che, prima di tutto, vive di una dimensione culturale a sé: un formicaio di vita che scorre secondo ritmi primigeni, dove ogni ruolo (dal fantino all’allenatore, dal groom al veterinario) s’incastra in un ordine quasi invisibile; un alveare di esistenze diverse che respirano all’unisono, separato e distante da tutto ciò che accade fuori dal suo perimetro.
E proprio da qui, tra i molteplici spunti che il film propone, si delinea una prospettiva di lettura che si pone come architrave di tutte le altre: quella del sentimento di appartenenza generato dall’ambiente ippico.
Come riconosciuto da tutti coloro che fanno parte di quest’ambito, infatti, l’ippodromo rappresenta un mondo parallelo che non ti lascia mai e ti riconduce sempre a sé, un campo gravitazionale da cui nessuno mai si sottrae davvero; se ne varchi la soglia, lui ti scruta con i mille occhi delle sue maestranze che ne popolano anche gli angoli, ti mette alla prova e ridisegna il tuo destino: ti respinge se la tua natura non si attaglia alla sua, lasciandoti fuori per sempre, spettatore distante di un mondo che non ti vuole.
Se invece ti accoglie, allora diventi parte del tutto, un frammento inscindibile del suo organismo vivente: si radica in profondità e anche se te ne allontani continua a calamitarti indietro. E’ un richiamo che non si spezza, un moto interiore che, prima o poi, ti riporta lì.
E questo è quello che succede al protagonista del film: allontanatosi dall’ippodromo dopo averlo vissuto appieno e con successo, Andrea torna inevitabilmente alle origini, lasciandosi coinvolgere, senza opporre resistenza, dal richiamo circolare dell’ippodromo: un movimento che ti trascina e ti restituisce sempre al suo centro, a volte con la forza di un ricordo che punge, altre con lo spasmo di una nostalgia sottile, richiamandoti a quel mondo che ti ha riconosciuto e accolto ancor prima che tu stesso ne intuissi l’appartenenza.
L’ippodromo è un luogo senza tempo, una soglia sospesa in cui si può ancora vivere, oggi, una cultura equestre antica, rimasta sorprendentemente intatta; qui, il nuovo non travolge il vecchio: lo affianca con discrezione. Le innovazioni che altrove impongono il loro passo, sembrano rallentare, piegarsi ad un ordine già scritto. Modernità e tradizione convivono senza conflitto, come la biomeccanica accanto all’occhio esperto del vecchio allenatore. Nulla si sostituisce, tutto si stratifica. E così, il tempo, invece di procedere diritto, si avvolge su sé stesso, proteggendo un patrimonio che continua a vivere senza bisogno di cambiarsi d’abito.
La narrazione del film scivola con naturalezza dall’adrenalina della pista al silenzio sospeso delle scuderie; mostra i rituali della professione, i rischi, le attese dell’alba quando il vapore del sudore dei cavalli si mescola alla bruma; il fascino che non si limita allo spettacolo della corsa, ma si annida nell’intimità degli sguardi, nel linguaggio muto delle cure, nel rumore dell’affondo dei passi sulla pista: qui il rapporto tra uomo e animale diventa a tratti numinoso; lo riassume in una frase emblematica l’allenatore, Tony, guida paterna: “Il cavallo aspettava te”.
E’ il momento in cui il film svela il suo nucleo filosofico: non è l’uomo a scegliere il cavallo, ma è il cavallo a richiamare chi saprà comprenderlo; infatti, Laghat, dimostrerà di non essere un cavallo adatto a qualunque fantino. Il film è, dunque, prima di tutto, una descrizione consapevole e un invito a riscoprire un luogo pregno di tradizioni e cultura equestre, dove l’odore del cuoio, il fremito delle narici dei purosangue, il ritmo sordo del martello che batte sul ferro e l’eco lontana della tribuna compongono un’armonia che, come il canto delle sirene per Ulisse, sa ancora ammaliare e trattenere chiunque abbia la fortuna di comprenderla. Una malia di cui, forse, non ci si libera mai davvero.
























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