Il Momento Perfetto: quando la tecnica non basta e la capacita' di sentire fa la differenza
“L’hai sentito? E’ lì che dobbiamo arrivare!”
Forse nessun'altra frase richiede tanta conquista interiore e tecnica quanto queste parole, che, pronunciate da un istruttore, segnano non solo un riconoscimento formale, ma il compimento di un cammino condiviso: un traguardo autentico per l’intero trinomio (cavallo, cavaliere istruttore), sintesi di relazione, competenza e trasformazione reciproca; dopo aver lungamente lavorato sulla tecnica per creare solide basi, si passa finalmente ad un livello superiore, per aprirsi ad una conoscenza più profonda: quella di comprendere, cum prehendere, abbracciare con la mente.
Quando? Sarà il binomio a dircelo.
Infatti, il sublime “momento perfetto” si manifesta non solo dopo un instancabile lavoro del trinomio, ma, proprio come insegnato dalle antiche tecniche marziali orientali, a tempo debito: l’apprendimento arriva solo quando mente e corpo sono pronte ad accoglierlo e questo processo non può essere forzato né anticipato. Infiniti tentativi e movimenti ripetuti costruiscono una sorta di memoria corporea (apprendimento cinestetico): pezzo dopo pezzo esauriscono la ricerca portando ad uno stato di consapevolezza che rende pronti ad accogliere il momento perfetto.
In tale prospettiva, la conoscenza non si trasmette in modo verticale, dall’alto verso il basso, ma si realizza orizzontalmente, nel fare stesso. L’azione precede la comprensione, e spesso la rende possibile: è solo attraverso il fare, infatti, che l’intelletto può davvero cogliere ciò che la parola non riesce ad esprimere. Così, il momento perfetto non si insegue, ma si accoglie, come una fioritura tardiva, quando ogni elemento del sé è finalmente allineato con il gesto, e l’apprendimento diventa esperienza vissuta.
Insomma, per imparare, fare aiuta più che ascoltare.
Il momento perfetto costituisce sì un punto d’arrivo, ma rappresenta anche un punto di partenza, un istante di simultanea conclusione e inizio: conquistarlo ogni volta sarà l’obiettivo finale. Ogni suo raggiungimento è, paradossalmente, anche una perdita dell’equilibrio appena conquistato, perché subito si apre lo spazio per una nuova perfezione da inseguire. Non è dunque un punto statico, ma una tensione dinamica: un obiettivo ciclico che alimenta il desiderio di superamento e il senso stesso della pratica.
Tendere a quel momento, farne l’orizzonte ultimo e, al tempo stesso, l’origine di ogni nuovo gesto, diventa non solo un imperativo tecnico, ma un esercizio di presenza, una forma di meditazione in movimento.
Non è un evento casuale, ma una combinazione di preparazione fisica, mentale ed emotiva (del cavaliere, ma anche del cavallo) che esplodono in un armonico fluire. Il cavallo si muove con energia ed eleganza, senza esitazione, come se stesse intuendo ed anticipando ogni minima intenzione del cavaliere. Il cavaliere, dal canto suo, sente che ogni azione fluisce in maniera naturale, che la sua posizione è efficace, che il suo corpo risponde istintivamente al cavallo, in un movimento che scivola senza interruzioni. La separazione tra cavallo e cavaliere svanisce, lasciando spazio ad un’unità profonda. La loro comunicazione vive un istante di perfezione in cui non c’è più distinzione tra il pensiero del cavaliere e l’azione del cavallo.
Ogni cavaliere che abbia sperimentato questa sensazione sa di cosa stiamo parlando: l’emozione di una comunicazione superiore che evoca l’impressione che il cavallo stia leggendo i propri pensieri e reagendo correttamente.
Questo articolo esplora l'idea che dietro a tale connessione ideale non ci siano solo le necessarie ed insostituibili tecniche di apprendimento, ma una risposta sensomotoria consapevole, un atteggiamento mentale tutto speso nel “qui e ora”, anche se è frutto di un lungo tempo dedicato all’apprendimento: il tutto si traduce in un atto di comunicazione, non verbale e non impositiva, tanto semplice quanto efficace, una sintonizzazione propriocettiva ed emotiva.
Siamo ai limiti del filosofico, eppure la chiave per il raggiungimento di un’equitazione superiore in cui corpo e mente di due esseri senzienti si allineano, è qui: l’obiettivo è un'intesa che va oltre la pura tecnica; è un ardito stato di grazia in cui non c’è più separazione tra il movimento del cavallo e quello del cavaliere: entrambi vanno nella stessa direzione, nell’immobilità di un istante dilatato nel tempo, come se tutto si riducesse a quella connessione, a quel respiro condiviso che genera il movimento perfetto.
Cogliere quell’attimo, riconoscere quella scintilla di connessione, raccoglierla e consegnarla al cavaliere, è compito del mentore:
“L’hai sentito?”
Sentire, sentire e sempre sentire.
“Se lo hai sentito sei pronto; se non lo hai sentito, non lo sei ancora. E’ lì che dobbiamo arrivare!” Lì.
E’ un luogo: un posto senza tempo dove due vuol dire uno solo e dove puoi tornare solo se hai sentito.
La sensazione corretta fuggevolmente raggiunta si deve imprimere nella mente e nel corpo di cavallo e cavaliere che dovranno porsela come obiettivo futuro. Ricercarla, riconoscerla e riprodurla sarà il successivo faticoso obiettivo. Ogni cavaliere ha il suo tempo. Ogni cavallo ha il suo tempo. Ogni binomio ha il suo tempo.
Sebbene il momento perfetto appaia sfuggente, il cavaliere è chiamato ad un esercizio quotidiano di ricerca e ascolto, in cui la relazione con il cavallo diventa spazio di conoscenza reciproca e via attraverso cui comprendere, nel gesto condiviso, tanto l'animale quanto sé stesso. Ogni tentativo fallito, ogni errore è parte del disegno e porta con sé una lezione che lo avvicina a quella connessione ideale. E, quando si manifesta, il "momento perfetto" non è solo una vittoria della tecnica, ma un traguardo interiore: il segno tangibile di un istante di fusione che rende visibile l’unità profonda generata dalla relazione.
Certe sensazioni sono difficili da spiegare, ma se hai vissuto un momento simile, sai di cosa parlo. E se non lo hai ancora raggiunto, la ricerca di quella connessione perfetta è ciò che rende ogni giorno in sella un viaggio incredibile.




























