Crescita, inclusione e cura: il cavallo come mediatore
Sala gremita per il convegno “”Lo sport che cura: il cavallo mediatore di crescita, inclusione e salute mentale nei giovani”, svoltosi il 5 ottobre presso il Salone d’Onore del Coni a Roma, promosso dalla Fise con il patrocinio di Città Metropolitana di Roma, CONI, Istituto Superiore di Sanità, Ministero della Salute, Roma Capitale e associazioni private.
Il Convegno ben si inserisce nelle iniziative di celebrazione del centenario della Fise che intende promuovere e supportare tutte quelle iniziative degli sport equestri che siano mirate alla cura, alla crescita e all’inclusione di persone con disagio.
Come ha sottolineato il Presidente della Fise, avv. Marco Di Paola, lo sport equestre non deve puntare solo sulla disciplina e sulla competizione ma deve essere strumento di crescita sociale proprio per le qualità che offre l’animale cavallo.
Tali qualità, che fanno del cavallo un mediatore d’eccellenza nel rapporto tra persona e malattia o disagio sociale, permettono di sviluppare una relazione tra due mondi che apparentemente non comunicano facilmente ma che invece sono contigui solo se si conoscono gli strumenti per lasciar correre il flusso.
Il rapporto con il cavallo rappresenta dunque una risorsa che abbraccia numerosi aspetti della vita come quello educativo del ritorno alla Natura, quello sociale fondato sulle relazioni e sull’empatia, quello psicofisico fondato sul senso di autostima e benessere, quello sanitario fondato sul miglioramento della vita quotidiana.
Questa dimensione di vita che deriva dal rapporto con il cavallo induce ad una considerazione dell’animale non piu’ come oggetto (monto in sella, corro, torno, smonto e vado via) ma come soggetto operante, comunicante, compagno di viaggi e avventure.
Comunicare non solo con la parola. I silenzi che parlano. Così li ha definiti il dott. Gianluigi Giovagnoli, Responsabile del Dipartimento Salute e Benessere del Cavallo Atleta e Responsabile dell’Ufficio Veterinario Fise, nel suo sentito intervento dal quale traspariva un’esperienza non solo lavorativa ma che toccava emozioni e sentimenti.
E’ necessario pertanto apprendere come comunicare con il cavallo in maniera non convenzionale perchè noi umani “civilizzati” siamo abituati a comunicare solo con le parole.
Le parole, spesso, non portano comunicazione neanche tra di noi.
Utilizzare altre forme di comunicazione, come i silenzi che sono pregni di significati, sarebbe utile anche per favorire un sano rapporto tra gli umani.
Atti di intelligenza laterale potrebbero essere di grande ausilio.
Molti gli operatori scientifici e gli operatori sul campo che hanno illustrato il loro lavoro.
La conclusione del convegno ha sancito l’utilità del cavallo come mediatore e la necessità di ampliare il numero degli interventi per assicurare la pratica a tutti coloro che lo richiedono.





























