IL CAVALLO DI TROIA DEI FOLLI
Dopo la morte di mio padre riordinavo i cassetti del suo comò, quando la mano incontrò la foto della statua di un cavallo azzurro, aprendo i ricordi della memoria.
Dal 1970 aveva lavorato come infermiere nel manicomio di Trieste diretto da Franco Basaglia.
Raccontava che per vent’anni un cavallo di nome Marco aveva trainato il carro che ritirava la biancheria della struttura. I pazienti gli si erano affezionati e lo accarezzavano nel cortile, unico contatto con l’esterno. Quando divenne anziano, i matti scoprirono che era destinato al macello e si ribellarono. Riuscirono a far scrivere una lettera in cui Marco Cavallo parlava in prima persona e chiedeva al Presidente della Provincia di poter trascorrere la pensione nel parco del manicomio, offrendo la somma del ricavo pattuito dal macello e l’impegno a mantenerlo.
Contro ogni logica la richiesta fu accettata e un motocarro sostituì l’equino. Era la prima volta che i folli, da sempre privi dei diritti civili, vedevano riconosciuta la dignità di persone senzienti.
I matti osservavano Marco brucare l’erba, felici per le sue conquiste di libertà e rispetto da parte della società, dopo aver svolto con onore il suo lavoro.
In quel periodo il direttore aprì dei laboratori creativi in cui i pazienti si esprimevano attraverso l’arte.
Per celebrare l’evento, i matti invocarono la costruzione di un cavallo di cartapesta in cui materializzare la consapevolezza raggiunta. Doveva essere grande, per contenere i loro sogni, e di colore azzurro, a ricordare l’infinito del cielo, per portare all’esterno un simbolo dell’umanità che la società non riconosceva, celandola dentro i manicomi.
Gli artisti seguirono le loro indicazioni e realizzarono un cavallo alto quattro metri, con la pancia vuota per contenerne i desideri sotto forma di disegni e scritti, a testimoniare che emozioni e fantasie sono elementi comuni a ogni essere umano.
Terminata l’opera, l’euforia occupava ogni stanza ma la felicità venne presto delusa. Le sue dimensioni non avevano tenuto conto di quelle di porte e cancelli. Il cavallo non poteva uscire e, come i pazienti, era obbligato a condividerne la reclusione forzata.
La frustrazione era profonda, così intensa da soffocare la gioia portata dal salvataggio del Marco Cavallo in carne e ossa.
Ho impresso il momento in cui papà raccontava. Spalancai gli occhi disperata quando la storia arrivò in quel punto.
«Ma come, papà! Il cavallo non poteva uscire?»
Un giorno il direttore decise di sfondare alcune porte e un architrave, permettendo l’uscita della statua e abbattendo, per la prima volta, il muro reale e simbolico tra il manicomio e il mondo esterno per far vedere, a chi viveva fuori, che chi stava dentro erano persone che soffrivano e percepivano le stesse emozioni.
La visione di quei medici, infermieri e artisti aprì la strada che portò, nel 1978, alla chiusura dei manicomi.
Da allora la statua di Marco Cavallo viaggia per il mondo come simbolo della lotta per la libertà e l’abbattimento dei pregiudizi.





























