Ippica in lutto, è morto Giovanni Branchini.
GIOVANNI BRANCHINI si è spento all’alba di un giorno di luglio in una clinica alle porte di Bologna, dove era ricoverato da tempo.
L’ippica italiana perde uno dei manager più illuminati e più amati. La sua vita è stata una splendida avventura lunga 87 anni. Per tutti era ‘l’ingegnere’. Aveva fatto fortuna negli Stati Uniti dopo essere partito volontario per la guerra ed era tornato in Italia per portare al massimo splendore gli ippodromi di Milano, Napoli e Treviso.
‘Siamo qui per lodare Cesare, non per seppellirlo’. Shakespeare mi perdoni ma per raccontare Giovanni Branchini non so far di meglio che giocare di fantasia con la celeberrima orazione di Marco Antonio.
I ricordi si inseguono nella mia mente con la stessa irruenza dell’ingegnere. La prima intervista ad Agnano: “Ho solo dieci minuti” mi aveva detto molto ‘american style’ e poi parlammo per quasi due ore. Era una miniera di informazioni e di idee, conosceva tutti in tutto il mondo, era stimato sia nel trotto che nel galoppo.
Il Branchini guidatore dilettante: “Stavo per passare un brutto guaio a Bologna”. Successe che all’Arcoveggio correva al trotto uno dei figli del Duce e quindi tutti gli avversari erano stati adeguatamente… addomesticati. “In retta d’arrivo fu più forte di me, la vittoria era a un passo e battei il figlio del Duce. Poi però dovetti scappare dall’ippodromo a gambe levate…”.
Bianca con la croce nera la sua bandiera di scuderia. Navratilova si chiamava il suo cavallo del cuore: trottatrice bellissima ma dal carattere di ferro. 2Sai che ad Aversa proprio non ci vuole stare? Quando entra in pista, non importa se per un allenamento e per una corsa, si butta a terra e non sente ragioni”.
Branchini è stato davvero il re di Agnano. L’ippodromo era la sua casa, i lavoratori erano la sua famiglia, Pasquale Sedia il suo insostituibile ‘braccio destro’. Batteva ogni angolo con il suo motorino, al ristorante delle scuderie c’era sempre un tavolo riservato per ‘l’ingegnere’. Non c’è stato un Lotteria che sia mal riuscito nella gestione-Branchini. La sera dopo che UConn Don aveva vinto sotto il diluvio, mi trovai in un ristorante a Santa Lucia. Da una saletta arrivava un gran frastuono: voci, risate, allegria. Giovanni Branchini a capotavola teneva banco con un gruppo di amici, emiliano-romagnoli come lui. E chi se ne frega se il diluvio ha rovinato gli incassi del giorno più importante di Agnano, con gli amici si può solo far festa!
Ciao ingegnere, grazie per la gioia che ci hai regalato. Ci piace pensare che adesso tu diresti, parafrasando Pablo Neruda: “confesso di aver vissuto”!


























