Capannelle addio?
Dovevano essere Giorni-Ponte. Un andirivieni infinito, sul quel ponte, di giorni. E i piloni, ogni giorno un po', affondano nelle sabbie mobili dell’inconsistenza, mentre le arcate oscillano come improvvisate altalene spazzate da folate di vacuità.
Tra i protagonisti dei Giorni e del Ponte rimbalzano comunicati stampa: le ragioni dell’uno sono i torti dell’altro. Ma né i torti né le ragioni dicono che ne sarà di Capannelle.
Possiamo pure buttarla in caciara esistenzial-filosofica, convincendoci che anche per Capannelle è finita un’epoca. Va da sé, però, che scatta subito la domanda d’obbligo: ce ne sarà una prossima? La risposta non è difficile: o è si o è no. Se è sì, bisogna dire come sarà, quali i programmi, quali gli investimenti. In una parola: quale piano d’impresa. Se è no bisogna spiegare, senza giri di parole, perché.
Chi si assume la responsabilità di una risposta certa? l’ippodromo di Capannelle è tradizione, costume e, dunque, parte non marginale della cultura del territorio. Ma inserirlo nel periscopio degli eventi culturali appare una forzatura ai limiti del gioco di prestigio. Intendiamoci: tutto è possibile, nessuna ipotesi va pregiudizialmente esclusa.
Ma non si può non sapere che la gestione di questa struttura implica un complesso intreccio di professionalità e competenze che non si improvvisano dalla sera alla mattina, che non si creano per decreto, che non sono indistintamente sostituibili per ‘volontà politica’.Che fare, dunque? O meglio: cosa stanno facendo le istituzioni preposte a scegliere e decidere?C’è una domanda, infine, che, indipendentemente dalle prospettive, esige qui ed ora una risposta tanto immediata quanto chiara: quale è la sorte dei cavalli che ancora permangono nella struttura? Auspichiamo una risposta che ci liberi dalla ipoteca delle peggiori ipotesi.





















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