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  • Da Clever Hans ai giorni nostri: il cavallo cognitivo
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  • Rachele Malavasi
  • 07/05/2015

Da Clever Hans ai giorni nostri: il cavallo cognitivo

Alla fine del 1800, in Germania, un cavallo di nome Hans si rese famoso fra il pubblico e gli studiosi della Germania e d’Europa. Non divenne famoso per la sua bravura nel salto ostacoli o nella corsa, ma perché sembrava in grado di risolvere enigmi matematici e, in generale, rispondere a quesiti complessi, indicando la risposta giusta con il battito dello zoccolo a terra. All’epoca, una commissione d’inchiesta, guidata dagli psicologi Stumpf e Pfungst, svelò che in realtà Hans non comprendeva i quesiti che gli venivano posti, ma era piuttosto abilissimo nel leggere i segnali del corpo dei suoi interlocutori: dopo un certo numero di battiti, quando si avvicinava la risposta giusta, il pubblico involontariamente mandava dei segnali trattenendo ad esempio il respiro o contraendo dei muscoli. ‘Hans il furbo’ era talmente abile a leggere questi segnali che capiva quando era il momento di smettere di battere con lo zoccolo a terra.
Ogni storia porta un insegnamento. Quella di Hans avrebbe dovuto portare nell’arte equestre la consapevolezza dell’estrema sensibilitá del cavallo e della sua forte capacità di interpretazione del linguaggio corporeo dell’uomo, da terra come in sella. Invece, Hans è stato a lungo portato come esempio del fatto che certe specie non possono avere abilitá cognitive avanzate, come quella di astrazione necessaria per i conteggi matematici, ma sono piuttosto degli ottimi esecutori.

Cognizione nel cavallo: un secolo dopo Hans
Ci è voluto un secolo per rendersi conto che le cose non sono cosí semplici, e che invece molti animali, cavalli compresi, hanno abilitá intellettive che li rendono esseri complessi e senzienti. Avere cognizione significa farsi una rappresentazione mentale di un oggetto, evento o processo, che persiste indipendentemente dalla sua contestuale presenza (Broom 2010). Mimare l’azione di aprire un contenitore anche se questo non è presente, è un esempio di applicazione di abilitá cognitive. Un individuo dotato di cognizione quindi vive il mondo sia attraverso gli stimoli presenti, che richiamando alla memoria eventi passati su cui basare le azioni future. Un cavallo deve ricordare l’identità dei propri compagni e le loro relazioni, e si crea aspettative sul comportamento nostro e dei suoi conspecifici. Deve essere in grado di negoziare le relazioni nel branco e di mantenerle. Queste capacitá richiedono innanzitutto memoria, di cui il cavallo è ben dotato. Se i cavalli non fossero in grado di ricordare i propri compagni e il loro rango, dovrebbero ogni giorno rinegoziare la posizione nel branco e correrebbero seri rischi, trovandosi troppo spesso a lottare uno con l’altro. Se non avessero buona memoria, morirebbero di sete, perché non ricorderebbero il percorso per raggiungere un fiume distante diversi chilometri. E non si tratta di semplice ‘istinto’ (termine che usiamo quando non sappiamo spiegare il perché di alcuni comportamenti, e che svilisce la loro natura cognitiva): esperimenti in labirinti hanno dimostrato che i cavalli ricordano la strada giusta persino per due mesi (Marinier and Alexander 1994), cosa che io senz’altro non sarei in grado di fare.
I cavalli ricordare e riconoscono. Attraverso il nitrito, ottengono informazioni riguardo al sesso, alle dimensioni ed all’identità dei compagni (Lemasson et al. 2009). Nitrire attrae i predatori, e quindi è importante sapersi riconoscere anche a vista. Ma che accadrebbe se i due elementi venissero mischiati, cioè se un cavallo nitrisse con la voce di un altro? In un esperimento, Proops et al (2009) hanno allontanato un cavallo dalla vista dei suoi compagni, e poi hanno emesso il nitrito suo o di un altro individuo da quella stessa direzione. Il branco fissava la direzione da cui il compagno era sparito molto piú a lungo se il nitrito non corrispondeva alle aspettative (fissare una direzione in un contesto di questo tipo indica una chiara ‘disattesa delle aspettative’). Questo studio ha dimostrato che i cavalli, nel processo di riconoscimento, si basano sulla realtà presente (sentono il nitrito) ma anche su quella che hanno in memoria (l’individuo ha sempre avuto un certo nitrito), e quindi il processo di riconoscimento è cognitivo. E non è finita. Oltre che riconoscere i conspecifici dal vivo, i cavalli sanno riconoscere… le nostre foto, riuscendo persino a distinguere due gemelli (Stone 2010). Di nuovo, i cavalli mi battono su tutti i fronti!!

Abilitá cognitive avanzate: i cavalli comunicano in modo intenzionale
Come noi, anche i cavalli sono in grado di creare categorie mentali di oggetti. Ad esempio, sanno distinguere fra oggetti cavi e pieni (Hanggi 1999, Figura 1). In natura, questa abilità permette di comprendere che è pericoloso infilare la zampa in un oggetto che appartiene alla categoria ‘cavo’, che sia esso una buca nel terreno, un interstizio fra i sassi o, nell’ambiente di gestione umana, un secchio: i cavalli sanno quindi generalizzare fra oggetti che appartengono alla stessa categoria, rendendosi conto che è la proprietà ‘cavo’ l’elemento di congiunzione dell’insieme, e che il fatto che il secchio sia rosso o verde non fa differenza in merito.
Inoltre, checché ne dicano Stumpf e Pfungst, i cavalli sono in grado di discriminare quantità, cioè sanno contare… a grandi linee. I cavalli distinguono le quantità per rapporti, come anche i pesci e le galline, i primati, gli orsi, le api e le formiche. Distinguono un gruppo di 4 elementi da uno con 1 elemento, anche se quel singolo elemento è più grande dei quattro messi assieme, mentre hanno difficoltà quando i rapporti numerici diventano più elevati, come 2:4 (Miletto Petrazzini 2014). Così, un cavallo si difende dai predatori rifugiandosi nel gruppo di compagni più numeroso, non in quello con i cavalli più grossi (e fa bene!!), perché distingue la numerosità degli elementi rispetto alla dimensione generale del branco.
Molto recentemente, è stato dimostrato che i cavalli possiedono la capacità di comunicare in maniera intenzionale (Malavasi e Huber, in preparazione), abilità che, fino ad oggi, era nota solo per i primati e per i cani. A lungo si è ritenuto che gli animali non umani non fossero in grado di comunicare con l’intenzione di farlo, ma piuttosto mostrassero inavvertitamente segni di eccitazione che venivano poi interpretati dai compagni come segnali di allarme o di altro genere. Dimostrare che un individuo comunica con l’obiettivo di inviare un messaggio ad un altro non è semplice, perché bisogna dimostrare che i suoi segnali sono razionali e mirati ad un obiettivo specifico. Persino il gesto di una scimmia che allunga la mano per chiedere del cibo non puó essere definito intenzionale se non risponde ad alcuni precisi criteri, perché potrebbe trattarsi semplicemente di un desiderio di allungarsi sperando di toccare la persona che può dargli il cibo. Malavasi e Huber (Messerli Institute, Università di Medicina Veterinaria di Vienna) hanno posto alcuni cavalli nella condizione di dover chiedere ad uno sperimentatore, posto alle sue spalle, di aprire un cancello per accedere a del cibo. L’esperimento, eseguito sotto diverse condizioni, ha dimostrato che i cavalli alternano lo sguardo tra lo sperimentatore (per attrarre la sua attenzione) ed il cibo (per indicare l’obiettivo) seguendo alcuni criteri specifici della comunicazione intenzionale. Questo vuol dire che il mittente (cavallo) si rende conto che il ricevente (essere umano) puó avere l’attenzione rivolta ad ‘altro’, ovvero che nella sua mente puó esistere qualcosa di diverso dalla propria. Vengono cosí poste le basi per la teoria della mente, ad oggi nota solo negli esseri umani, e che si riferisce all’abilità di attribuire ad altri individui stati mentali (credenze, intenzioni, desideri…) che possono essere diversi dai propri (Premack e Woodruff 1978).

Conclusione
Sembra evidente che il cavallo non sia poi quel bestione tutto muscoli e ansia che ci viene spesso presentato in diversi contesti equestri. Sebbene essere una preda ponga un animale in uno stato di vigilanza (e non ansia) costante, è anche vero che reagire agli stimoli senza elaborarli perché si è in preda al panico non è una strategia vincente in termini evolutivi. Quindi, il cavallo non vive naturalmente nel panico e normalmente le sue scelte non sono guidate dalla paura. Se il nostro cavallo vive in uno stato d’ansia costante, in cui ogni nuovo stimolo rompe il suo precario equilibrio mentale, dobbiamo chiederci se forse non è il nostro metodo di gestione ad essere sbagliato, piuttosto che millenni di evoluzione che hanno invece visto il cavallo eccellere in diversi ambienti.
Quando il cavallo è posto nella condizione di poter capire che non c’è nulla da temere da un nuovo stimolo, non ne avrà più paura. Panni stesi, buste di plastica, specchi, rumori improvvisi…fanno parte di un mondo che non conosce, ma che le sue capacità di adattamento rendono perfettamente in grado di elaborare. Parlavamo di cognizione in termini di capacità di riportare alla mente eventi passati e costruirsi poi un’aspettativa per il futuro: se un cavallo spaventato da una busta di plastica in volo viene frustato e costretto a proseguire il cammino, in futuro collegherà sempre la busta al preavviso di un evento spiacevole. Dargli la possibilità di conoscere gli oggetti sconosciuti, odorarli (con i suoi tempi, non i nostri!!) e capire che non c’è nulla da temere, renderà il cavallo sereno e voi cavalieri affidabili ai suoi occhi. La busta entrerà nella categoria degli ‘oggetti buffi del mondo umano che non fanno male’. Il cavallo si ricorderà di questo evento in cui voi lo avete aiutato a superare una paura, e la prossima volta sarà a voi che si rivolgerà in un momento di pericolo.
Buona cavalcata e buona relazione!
Dr. Rachele Malavasi

 Per coloro che fossero interessati ad approfondire l'argomento

Bibliografia
Broom, D. (2010). Cognitive ability and awareness in domestic animals and decisions about obligations to animals. Applied Animal Behaviour Science, 126, 1–11.
Lemasson, A., Boutin, A., Boivin, S., Blois-Heulin, C., & Hausberger, M. (2009). Horse (Equus caballus) whinnies: a source of social information. Animal cognition, 12(5), 693-704.
Hanggi, E. B. (1999). Categorization learning in horses (Equus caballus). Journal of Comparative Psychology, 113(3), 243.
Malavasi, R., & Huber, L. In preparazione. Referential communication in the domestic horse (Equus caballus): first exploration in an ungulate species.
Marinier, S. L., & Alexander, A. J. (1994). The use of a maze in testing learning and memory in horses. Applied Animal Behaviour Science, 39(2), 177-182.
Petrazzini, M. E. M. (2014). Trained Quantity Abilities in Horses (Equus caballus): A Preliminary Investigation. Behavioral Sciences, 4(3), 213-225.
Premack, D. G. & Woodruff, G. (1978). Does the chimpanzee have a theory of mind?. Behavioral and Brain Sciences, 1(4), 515–526.
Proops, L., McComb, K., & Reby, D. (2009). Cross-modal individual recognition in domestic horses (Equus caballus). Proceedings of the National Academy of Sciences, 106(3), 947-951.
Stone, S. M. (2010). Human facial discrimination in horses: can they tell us apart?. Animal cognition, 13(1), 51-61.
Si consiglia…
Despret Vinciane. 2005. Hans, il cavallo che sapeva contare. Eléuthera Editrice.

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