Parliamo di lupi: amici o nemici di scuderia (e non solo)? La parola al biologo naturalista Marco Del Frate
I lupi erano quasi scomparsi intorno agli anni settanta del secolo scorso, ne erano rimasti circa cento, poi la popolazione ha iniziato a crescere e oggi si tratta di presenze che fanno discutere, e dividere, esperti e opinione pubblica nel nostro paese, fino a spingerci a porre questioni che non sono più rimandabili.
Come relazionarsi con questi animali? Come gestirli? Come contenerli, escludendoli dalle zone antropomorfizzate e dalle aree inurbate? Sono davvero un pericolo per l’uomo? E per i nostri amati cavalli? Tutte questioni alle quali, evidentemente, non eravamo preparati, al punto che siamo arrivati a registrare posizioni, spesso estreme, totalmente opposte. C’è chi li “difende” in ogni modo e chi vorrebbe sterminarli tutti, ma – ripetono gli esperti – i lupi non sono “né buoni né cattivi, sono lupi”. Come trovare, dunque, una quadra, o meglio un equilibrio in questa situazione? E, soprattutto, dovremmo chiederci, facendo un’analisi e un’autocritica approfondita, perché, se davvero siamo così evoluti, non siamo in grado di gestire, e trovare soluzioni adeguate per quella che di fatto è la sfida più antica del mondo? Ovvero convivere con gli altri animali non umani che popolano il nostro pianeta, possibilmente senza sterminarli, da un lato, e senza trovarci in pericolo, dall’altro. Una sfida dunque impossibile?
Per gli amici di Cavallo2000 lo chiediamo a un grande esperto, biologo naturalista Marco Del Frate, specializzato in Gestione Ambiente e Territorio, Gestione e ricerca su Ungulati Selvatici che collabora con il Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli per gli studi sul lupo dal 2016. E proprio all’interno della Tenuta di San Rossore lo raggiungo, presso la foresteria dove sono stati ospitati alcuni membri del gruppo di ricerca che sta seguendo il branco di lupi presente nel Parco.
Mi accolgono insieme al mio cane che si sofferma a lungo ad annusare una gabbia di legno: “Stamani qui c’erano due lupi, per questo l’annusa”. Mi spiega Del Frate infatti che hanno eseguito due catture per poter apporre altri due collari gps per migliorare il monitoraggio del branco. C’è un clima di eccitazione, e di entusiasmo, lasciamo il resto del gruppo in cucina per poterci concentrare sulle domande che mi sono preparata per scoprire di più su questi meravigliosi (quanto purtroppo odiati da molti) animali…
Da quanto tempo ti occupi di lupi e come è nata questa passione?
Il mio percorso inerente la ricerca inizia nel 2002 proprio qui in San Rossore, mi sono occupato inizialmente di ungulati selvatici – in particolare capriolo cinghiale e daino (argomento della mia tesi sia triennale che magistrale) e, in parallelo, ho iniziato a occuparmi anche di grandi predatori, come il lupo nelle Foreste Casentinesi, poi in Polonia e in varie altre aree. Nel 2016 ho iniziato a studiare il lupo qui nelle nostre zone, quando comparve il primo individuo nell’area del nostro parco.Abbiamo potuto osservare così il punto zero: da assenza di specie a colonizzazione, che si è evoluta fino alla formazione di un vero e proprio branco e, quindi, di un nucleo riproduttivo.
Come mai i lupi sono aumentati così tanto in un periodo relativamente breve?
Questo fenomeno trova la sua spiegazione nella biologia stessa del lupo. Ma, per capire meglio, è necessario fare un passo indietro nella storia, andando agli anni Settanta del secolo scorso, quando abbiamo registrato il minimo storico della presenza di lupi nel nostro territorio. Questo è accaduto a seguito di persecuzione diretta, di carenza di habitat idonei alla riproduzione della specie, inoltre anchenonché alla densità di specie preda era molto bassa in quell’epoca. Inizia così la campagna di protezione sulla specie, che di fatto era in a rischio estinzione in Italia, prima infatti veniva quindi cacciata senza controllo e con qualsiasi mezzo, dagli anni Settanta in poi la specie diventa protetta. Nel contempo si assiste a un progressivo spopolamento delle aree boschive da parte dell’uomo, ecco che gli animali selvatici fanno ritorno in quelle zone, prima di tutto gli ungulati, che sono le prede naturali del lupo: questo fa sì che si crei un terreno fertile per il loro ripopolamento.
Come vivono i lupi?
Un altro aspetto che occorre prendere in considerazione per capire il fenomeno riguarda proprio il modo con il quale il lupo “vive la famiglia” che è un po’ simile al nostro. Vive infatti in nuclei familiari come gli esseri umani, composti da padre, madre e figli dell’anno che si aggiungono ai fratelli delle cucciolate precedenti. Facendo un parallelismo con la famiglia umana accade che i figli, raggiunta una certa età, si vogliano creare una loro famiglia (nel nucleo si riproduce solo la coppia di origine). Ecco che accade avviene il fenomeno della “dispersione”, che non avviene mai in aree limitrofe, ma spesso interessa decine – se non centinaia – di chilometri di spostamento. Si tratta di una fase molto delicata, con una mortalità dei soggetti che vanno in dispersione pari al 70, a volte anche all’80%.Chi ce la fa deve trovare un’area non occupata da altri lupi e deve trovare un/a compagno/a con cui poi creare un nuovo nucleo. Le femmine tendono ad andare in dispersione prima dei maschi, ma rimangono più vicine, i maschi invece si muovono più tardi, ma vanno più lontani.In conclusione e riassumendo ecco i fattori che hanno fatto sì che il numero dei lupi sia cresciuto così tanto in un lasso di tempo relativamente breve: protezione - spopolamento delle aree montane – ripopolamento degli ungulati - lupi in dispersione che trovano nuovi territori.Adesso il lupo è presente in tutti gli ambienti italiani: inizialmente presente solo nelle aree appenniniche, ad oggi non ci sono ambienti che il lupo non abbia colonizzato.
Quanti lupi abbiamo attualmente nel nostro paese?
Ci sono diverse stime, senz’altro difficile poter dare un numero esatto proprio perché i lupi in dispersione sono tanti e non ne riusciamo a monitorare gli spostamenti esatti. Una stima è stata fatta a livello nazionale circa cinque anni fa e si parlava di 3500 esemplari, ma è sicuramente una sottostima. Già uno studio condotto proprio dal mio gruppo di ricerca ha dimostrato recentemente che solo in Toscana abbiamo un migliaio di lupi.Ripeto che occorre distinguere tra nucleo riproduttivo che sta stanziale e gli individui che vanno in dispersione e che hanno una grande capacità di spostamento e che pertanto sono difficili da censire.
Perché si avvicinano sempre di più alle abitazioni, e quindi agli animali domestici?
In realtà le situazioni sono molto eterogenee, e non è corretto dire che c’è una propensione all’avvicinamento agli ambienti antropici. Il lupo in realtà tende a evitare le aree principalmente abitate dall’uomo, ma l’avvicinamento avviene per diversi motivi, che occorre distinguere. Prima di tutto esiste la necessità di avere un territorio molto esteso che soddisfi le esigenze alimentari del branco, con il tempo tutti gli ambienti disponibili sono stati colonizzati, si arriva quindi al punto in cui le aree rimaste sono quelle limitrofe ai centri abitati. A questo si aggiunge il comportamento sbagliato dell’uomo, purtroppo assai diffuso, di foraggiare gli animali selvatici, creando enormi danni. Nella nostra zona abbiamo un esempio eclatante nell’abitato di Arena Metato (in provincia di Pisa) dove un lupo in dispersione è stato alimentato dall’uomo: inizialmente diffidente si è poi abituato, ha trovato una compagna e avuto dei cuccioli ai quali i genitori hanno insegnato a cibarsi nello stesso modo, ovvero per mano dell’uomo, che quindi avvicinano senza paura. Dobbiamo inoltre tenere presente che il lupo non capisce che una preda è accessibile (agli occhi dell’uomo) e un’altra no, vede solo una preda, non un animale domestico, ecco che se si rende conto che predare un animale domestico è facile, e comporta molti meno rischi (predare una pecora è molto più agevole che cacciare un cinghiale) tenderà a riprodurre questa abitudine. Sta a noi pertanto attuare pratiche dissuasive efficaci perché questa specie non abbia interesse alla predazione degli animali domestici.Aggiungiamo infine, ma non per minore importanza, il problema della gestione dei rifiuti, che fa sì che il lupo diventi più confidente con gli ambienti antropici e che lo abituano a un tipo di cibo che in natura non trova. Il lupo è un predatore apicale che va a regolare la sua presenza, il suo numero oscilla in base alla disponibilità di cibo: ecco che, se aumenta il cibo disponibile (con alimentazione umana, animali domestici e rifiuti accessibili) i lupi possono diventare di più di quelli che l’ambiente naturale potrebbe supportare.
Per l’uomo rappresentano un pericolo?
Ripeto sempre che stiamo parlando di un predatore di grande dimensione, quindi è corretto dire che è potenzialmente pericoloso, al contempo aggiungo che si tratta di una specie che nel 99% dei casi evita il contatto con l’uomo. Il lupo ha una paura atavica dell’uomo, il fatto che in certi contesti alcuni esemplari stiano perdendo questa diffidenza è molto negativo. Il lupo deve avere paura dell’uomo, perché non si avvicini agli ambienti antropizzati occorre smettere di attirarlo, prima di tutto, e anche promuovere comportamenti di allontanamento.Occorre fare molta attenzione nella gestione del lupo, perché è un animale sociale, nel branco ogni individuo ha un ruolo preciso e il rischio di fare un controllo numerico è quello di andare a eliminare individui “sbagliati”: questo comporterebbe soltanto un danno maggiore. Per esempio se si elimina un individuo capace di cacciare animali selvatici ed esperto in questa attività, il resto del branco si troverà destabilizzato e più facilmente prenderà gli animali domestici. Il rischio è quello di destrutturare un nucleo, facendo più danno che guadagno.Aggiungo che se andiamo a comparire comparare i danni fatti per esempio dal cinghiale con quelli del lupo non c’è alcun paragone in termini economici, ma bisogna riconoscere che quelli fatti dal lupo hanno maggiore impatto mediatico.Non scordiamoci che la paura è biunivoca, cioè anche l’uomo ha paura del lupo che rappresenta nell’immaginario collettivo un animale “cattivo”, e questo fa sì che non si riesca a vedere questa specie al pari degli altri animali selvatici.
E per i cavalli?
Il pericolo per i cavalli potenzialmente c’è, inutile negarlo. Un lupo da solo certo non riuscirebbe ad abbattere un cavallo adulto, sano, ma un branco ben organizzato sì. Inoltre rischi più concreti possono esserci per i puledri, o i pony, o gli asinelli, senz’altro è necessario anche in questa circostanza attuare situazioni di protezione, come il ricovero notturno in box o ripari sicuri da eventuali attacchi, la presenza di cani da guardiania, oppure recinti elettrificati i cui fili siano posizionati ad hoc rispetto all’altezza di un lupo che, una volta presa la scossa, certamente non si riavvicinerebbe.
Cosa fare se si nota la presenza di lupi nei dintorni della propria abitazione, o scuderia?
Prima di tutto cercare di capire cosa li attrae, ogni situazione è un caso a sé e quindi occorre diversificare. Per quanto riguarda le scuderie per esempio le letamaie rappresentano un grande interesse per i lupi, bisogna cercare di non rendere accessibili questi spazi. Poi bisogna osservare se si tratta di una presenza solo di passaggio o si nota invece una presenza ripetuta, con un interesse specifico verso gli animali domestici, cani o cavalli. In questo caso occorre contattare gli esperti che sono raggiungibili in zona che si occupano di fauna selvatica e mettere in campo sistemi preventivi o dissuasivi, ce ne sono molti. Per citarne uno noi stiamo conducendo uno studio proprio qui a San Rossore che si basa sull’utilizzo di feromoni che al momento sembra efficace. I lupi infatti comunicano moltissimo tramite feromoni, abbiamo isolato una molecola che segnala una situazione di pericolo nel “linguaggio olfattivo” del lupo e stiamo verificando se possa essere efficace:, vedremo andando avanti che cosa possiamo trarre e mettere in pratica.Oltre a queste metodologie sperimentali, Cci sono tanti metodi dissuasivi che si possono mettere in atto, la cosa importante da capire è che non c’è una soluzione unica che risolva tutto: ogni circostanza in cui si viene a creare una situazione di contatto con i lupi è diversa dalle altre e quindi anche le soluzioni devono essere diversificate, ben ponderate dopo un’attenta analisi del contesto in cui avviene.
Ci racconti qualcosa di più dell’esperienza sui lupi qui a San Rossore?
Da un punto di vista scientifico, come accennavo all’inizio, è un caso davvero fortunato e unico in Italia: a oggi non è stato pubblicato studiato niente di simile. Noi abbiamo avuto la fortuna infatti di partire dal “punto zero” che ci ha permesso di vedere e analizzare tutte le fasi di insediamento, fino alla formazione di un branco. Abbiamo potuto constatare come a lungo termine la presenza dei lupi ha portato un beneficio all’intero ecosistema e questo è il dato più interessante.La presenza dei daini nella Tenuta era arrivata a 5000 capi, quando in quest’area dovrebbero starcene al massimo 800:, con l’arrivo del lupo la densità della specie si è notevolmente abbassata, finché ad oggi si può vedere nuovamente una rinnovazione forestale, cosa che non accadeva più ormai da tempo.Il predatore è un tassello importante per un ecosistema, il tutto inserito in un contesto dove la specie preda (ovvero in questo caso il daino) veniva studiata da anni, questo ci ha permesso di comprendere e studiare una serie di aspetti che si sono rivelati molto interessanti.
Pensa che convivere con i lupi possa essere possibile? Qual è la chiave?
Penso che sia possibile perché lo è sempre stato, il lupo è presente da sempre e noi dobbiamo semplicemente ritrovare quelle conoscenze che abbiamo perso, che ci consentano di con-vivere con la fauna selvatica tutta, non solo con i lupi.La nostra società infatti ha totalmente perso la capacità di convivere con gli animali selvatici, ovvio che le possibilità dissuasive sono cambiate ed evolute, per fortuna!, e vanno messe in atto, ma dobbiamo cambiare ottica e modo di considerare la situazione: la presenza di un predatore apicale nel nostro territorio deve essere vista come un arricchimento, non come un problema.






















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