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  • Olimpia story: la maratona del carrettiere-baro
  • Storia
  • 15/08/2008

Olimpia story: la maratona del carrettiere-baro

E DUE! Parigi non ha insegnato niente. In più, il carico di una vergogna che de Coubertin si porterà appresso per tutta la vita: fra i giochi dirompe la spensierata volgarità di un razzismo che celebra, consapevole o no, la superiorità della razza bianca. Se a Parigi le Olimpiadi vengono insaccate nel vicolo cieco del più totale disconoscimento, a Saint Louis l’americanismo ne fa un umiliante pastone da servire in quel saloon a cielo aperto che chiamare giochi olimpici è come scambiare l’alone di umido su una parete per la Cappella Sistina.
Scavare nella mente di un uomo è sempre un lavoraccio. Per di più a rischio permanente di cantonata. E però deve pur esserci un motivo per cui nessuno, neanche con la più razionale delle considerazioni, riesce a smuovere de Coubertin dalla convinzione che gli americani sapranno organizzare e gestire i giochi così bene da riscattare il fiasco di Parigi. Quando de Coubertin fa la proposta, anzi impone la scelta, gli altri componenti del CIO, forse più disincantati, qualche perplessità ce l’hanno. Di sicuro una, di carattere pratico e obiettivamente incontestabile: spostarsi dall’Europa in America costa l’iradiddio e non tutti possono permetterselo. E neanche a dire che ci possa andare a piedi, come fece quella testa matta di italiano, quel Carlo Airoldi, che per partecipare alla prima Olimpiade si Atene si attraversò, passo dopo passo, mezza Europa.
Insomma la scelta su cui de Coubertin si impunta è, prima che discutibile, decisamente sbagliata perché mette l’America in una condizione di vantaggio incolmabile per qualsiasi altra Nazione che voglia partecipare ai giochi. In effetti, non ci voleva la sfera di cristallo per capire come sarebbero andate a finire le cose: gli americani l’avrebbero fatta da padroni e senza tanti complimenti.
Alla prova dei fatti, anche de Coubertin dovrà arrendersi alla evidenza. Chi nel Comitato Olimpico si era opposto aveva avuto ragione non una, ma tre volte. Infatti:
primo, l’America scese in campo con 400 atleti, mentre da tutta Europa ne arrivarono solo 64;
secondo, gli americani rastrellarono, fra oro, argento e bronzo, un totale di 236 medaglie. I tedeschi, immediatamente dietro, solo 13;
terzo, gli americani non hanno organizzato e gestito proprio un bel niente. Hanno mandato alla malora le Olimpiadi trasformandole in una penosa corte dei miracoli.   

IN PRIMA BATTUTA la scelta ricade su Chicago. Ma agli americani, anzi a certi americani, la decisione non va bene. Un certo Jemes E. Sullivan, per esempio, la pensa in un altro modo. Lui i giochi li vuole a Saint Louis. Perché? Perché si. Perché lui è Jemes E. Sullivan, padre, padrone e padrino dello sport americano. E tanto basta.
Coincidenza vuole, però, che il 1904 sia un anno speciale per questa importante città del Missouri: ricorre il centenario della sua integrazione negli Stati Uniti d’America, dopo la cacciata dei francesi. La ricorrenza esige una celebrazione straordinaria. E infatti fervono i lavori per la ‘Louisiana Purchase Exposition’, che richiamerà in città milioni di visitatori. Lo sport va bene, ma, come si dice?, business are business. 
Va detto che il raffinato fiuto di Sullivan per i dollari riceve una benedizione di fronte alla quale nessuno, de Coubertin compreso, può non inchinarsi: quella di mister President Theodore Roosevelt. Roosevelt ha naso fino per la politica dell’immagine e connessa espansione degli interessi americani nel mondo. E sa come darsi da fare. Le occasioni vanno prese tutte al volo. Guerre comprese. I russi e giapponesi si stiano scannando in un conflitto senza fine, con la riserva di carne da cannone ormai sul rosso fisso? Bene, molto bene. E’ il momento opportuno di farsi sotto come mediatore. Risolve lo scontro armato e incassa doppia parcella: il diritto di mettere bocca nelle vicende di quella parte del mondo e, nel 1906,  il Nobel per la Pace.
Dunque, c’è poco da discutere: le Olimpiadi a Saint Louis.
Come sono andate? Dio ce ne scampi e liberi! E, per paradossale che possa sembrare, la totale assenza di organizzazione, la assoluta mancanza della benché minima struttura sportiva non sono tuttavia sufficienti per toccare il fondo. Ma non bisogna disperare. L’immaginazione senza limiti dei cosiddetti organizzatori ha un asso nella manica che garantirà non solo il fondo, ma lo sprofondamento nella più ignobile delle rappresentazioni: le ‘Giornate Antropologiche’.
Viene radunata in città un’ampia rappresentanza del “bastardume” umano, cui la natura ha voluto negare il privilegio, con annesso diritto di superiorità, della pelle bianca: negri, pellerossa, giapponesi, filippini, messicani, paragoni. Persino pigmei.
Per il divertimento dello spettabile pubblico, questi esponenti delle varie sub specie umane sono  protagonisti di gare che si inseriscono e confondono con quelle  olimpiche: la lotta nel fango, l’arrampicata su pertiche scivolose, la corsa nei barili e quant’altro viene in mente al primo avvinazzato che passa da quelle parti. Una para olimpiade per minorati in mezzo alle Olimpiadi della razza superiore. In più, la geniale capacità di ridurre la tragedia di un popolo a folclore: fra gli spalti, piazzano il vecchio capo indiano fuori servizio Geronimo. Qualche spicciolo in tasca fa sempre comodo. Un dollaro d’onore.%%newpage%%

PUBBLICO IN VISIBILIO. Fra urla, sghignazzi e sputacchi, mentre il sioux Gorge Mentz taglia il traguardo dei 100 yard in 11,8’’, Lamba, un pigmeo, è ancora lì che sgambetta a metà percorso.
Un indiano lancia il peso a oltre i 10 metri, mentre un pigmeo, agguerrito antagonista, getta e …se lo da su i piedi.
Al tiro dell’arco gli indiani fanno cilecca. Li fanno gareggiare con archi che non si flettono. E giù a piegarsi dalle risate.
Nel frattempo, capita che da qualche parte si svolga anche una gara olimpica ufficiale. Ma non per questo regolare. La maratona, come sempre, eccelle.
Ai nastri di partenza si presenta un gran simpaticone vestito da cowboy. E’ il cubano Felix Carbajal.
Vive a l’Avana e tira a campare facendo il postino. Perennemente senza una lira, ha raccattato i soldi per venire a Saint Louis con l’elemosina. Ma il gioco d’azzardo è una gran tentazione. Perde fino all’ultimo centesimo. Poco male,  un altro po’ di accattonaggio sul posto e si rimedia. In fondo la gente, presa per il verso giusto, rivela anche buon cuore. Racimola quanto basta per pantaloncini, maglietta e scarpette. Entra in negozio e che ti vede? Un magnifico completo da vero americano delle praterie. E’ suo. Appena lo vede, il pubblico gli tripudia una vera e propria ovazione. Ma durante la corsa quegli indumenti sono peggio di una palla al piede. Gli altri concorrenti filano via e lui ansima agli ultimi posti. Gli piange il cuore, ma non ha alternative: se vuole correre, deve disfarsi di quella camicia di forza che lo fascia dalla testa ai piedi. Normalmente chi è impegnato in una gara si suppone che sia concentrato a dare il meglio di sé. Non Felix, che ad un certo punto si lascia distrarre un languorino allo stomaco che, appena percepito, all’istante gli si tramuta in fame nera. Nera al punto tale che si vede costretto ad interrompere la gara,  ma solo per quei pochi minuti che gli bastano per salire su un albero e staccare un paio di mele. Ma i vili demoni della nemesi gastro-intestinale sono in agguato. Prima di arrivare al traguardo, il povero Felix avrà modo di riflettere in più di una seduta contemplativa sul suo futuro di maratoneta.

MA NON È SOLO CARBAJAL a fare i conti con il destino cinico e baro. L’americano Leutanow ha la vittoria in tasca. Ancora pochi chilometri e l’oro è suo. E fatta! Ma non è il solo ad essere sicuro di afferrare la sua conquista. C’è nei paraggi anche qualcun altro, ancora più sicuro di lui di afferrarla, anzi di…azzannarla. Non si sa da dove, fatto sta che ad un certo sbuca fuori un cane che punta dritto ai polpacci dell’americano e non ha nessuna intenzione di farsi scappare la preda. La forza della fifa fa innestare a Leautanow quella marcia in più che neanche immaginava di avere e come un treno se la dà a gambe per campi con il cagnaccio alle calcagna. Pare che al traguardo non  sia neanche visto. Invece arriva, fresco come una rosa, Fred Lorz. E’ primo e, giustamente, taglia il filo alzando le braccia al cielo. Distribuisce e accoglie abbracci e baci. Ormai è una medaglia d’oro olimpica,  mica l’ultimo arrivato. Chi lo guarda in viso vede l’espressione distesa e serena di chi è consapevole del proprio valore.
Un’espressione molto distesa, molto serena. Troppo distesa, troppo serena. Non c’è traccia di fatica. E in effetti è difficile affaticarsi seduti su un carretto, come ha fatto lui per più di metà gara. La controprova arriva pochi minuti dopo ed ha la faccia sfatta di fatica,  quella vera, di Thomas Hicks, anche lui americano. La medaglia è sua non ci sono dubbi. A deciderlo, senza stare a discutere neanche mezzo secondo, sono i componenti della giuria, che hanno controllato l’andamento dell’intera corsa in macchina. Lorz il ‘carrettiere’, ha barato di brutto. Neanche ci prova a far ricorso. E fa bene, anche perché Hicks, che ha il suo carattere, è pronto a difendere il suo diritto alla medaglia d’oro anche a suon di cazzotti. Per fortuna non  sarà necessario. Altrimenti, altro che ‘anthropological day’. Per Lorz avrebbero dovuto inventare l’ ‘hospital day’.
   
             

 

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