La fatica di vivere ed il dolore della guerra nelle opere di Giovanni Fattori
Dai quadri di Giovanni Fattori, in cui spesso sono presenti cavalli, traspare una modernità che affascina.
Nei suoi cavalli si percepisce una sensazione difficile da definire con un unico termine. L’impressione è che l’artista abbia colto la loro essenza, come lo stretto legame col cavaliere quando dipinge le battaglie risorgimentali e l’appartenenza alla natura quando lo ritrae, libero, nei paesaggi della Maremma Toscana.
Pur non avendovi partecipato come soldato, Fattori è ricordato per le opere che raccontano episodi della Seconda e Terza guerra d’Indipendenza. Si limitò a osservare le truppe francesi di passaggio da Livorno e i loro accampamenti, ma fu in grado di descrivere con intensità gli effetti della guerra mostrando la fatica di uomini e animali. Pur animato dallo spirito di chi anelava l’Unità d’Italia, non usa toni esaltati nel celebrare la vittoria ma ritrae la vita quotidiana militare e le conseguenze dei combattimenti, ossia ferite, dolore e morte che esistono sia tra i vinti che tra i vincitori.
Nella mostra di Livorno a Villa Mimbelli, il suo dipinto Hurrà ai valorosi è messo a fianco all’opera di un suo allievo, Plinio Nomellini, intitolato Garibaldi.
Fattori raffigura soldati a cavallo che tornano verso le retrovie durante la battaglia, accolti dai compagni. Non viene sottolineato l’eroismo, ma dai volti di uomini e animali traspare la crudeltà e la miseria del momento: l’orrore della guerra produce ferite non solo fisiche ma anche interiori.
Il dipinto di Nomellini, che si era allontanato dal percorso del suo maestro, crea un contrasto incredibile. Di fronte a una schiera indistinta di camicie rosse si staglia Garibaldi, con la spada nella destra e il poncho sulla camicia rossa in sella a un cavallo bruno, e non grigio come nella realtà, per farlo risaltare sulla luce glorificante che lo circonda. In primo piano un trombettiere, anche lui dal viso indefinito, suona per incitare gli animi mentre il prato, iridescente, contribuisce a concentrare l’attenzione sull’Eroe. I soldati, ma anche lo stesso cavallo, non hanno un’identità visiva autonoma ma sembrano semplici oggetti funzionali all’Eroe. L’opposto del quadro di Fattori che non si focalizza sulla solennità dell’azione ma sul dramma creato dalla guerra, ritraendo con disincantato realismo i volti dei protagonisti a due e quattro zampe, trasmettendo le loro emozioni.
Nei suoi dipinti non mancano uomini e cavalli morti, così come carri ambulanza che trasportano feriti, come nel Principe Amedeo di Savoia ferito alla battaglia di Custoza. Più che una pittura di battaglie, quella di Fattori è stata definita una pittura di soldati e di polvere.
Un capolavoro tra le opere “militari” è In vedetta. La tela rappresenta pochi elementi, tre soldati a cavallo e un muro bianco che riflette la luce del sole. Il cavallo in primo piano è anch’esso chiaro e l’ambiente arido e vuoto. Il tempo pare fermarsi nella semplicità visiva, eppure il quadro trasmette un senso di profonda solitudine che attira magneticamente lo sguardo. Fattori evidenzia il peso delle quotidiane azioni compiute dal soldato, e condivise col compagno equino, che compongono il risultato di cui si gloria l’Eroe.
Deluso dal tradimento degli ideali di giustizia sociale che avevano accompagnato la sua adesione giovanile al Risorgimento, Fattori sembra rifugiarsi nella Natura che assurge a soggetto dei dipinti, mentre l’uomo diventa uno degli elementi del paesaggio.
L’artista si trasferisce nella zona di Castiglioncello e soggiorna nella tenuta della Marsiliana, nella Maremma Toscana.
La natura regala momenti di serenità ma la quiete non nasconde la durezza della vita, che l’artista rivela con lo stesso disincanto con cui raffigurava la guerra. Accanto alla bellezza del panorama coglie la fatica dei contadini e degli animali di campagna, così come quella dei butteri e dei loro cavalli.
Le opere di Fattori come I cavalli al sole, i Butteri o le tavolette sugli Operai maremmani costituiscono una sorta di critica sociale che si esprime attraverso la realistica descrizione della loro vita semplice e faticosa. Di uomini, donne e animali viene mostrata l’asperità del lavoro, la fatica nei campi, la sopravvivenza nelle diverse condizioni climatiche senza idealizzazioni retoriche, analogamente a quanto aveva fatto con la vita militare. Allo stesso tempo, ne rappresenta la connessione con la terra, l’autenticità dell’esistenza e la dignità del ruolo, elevandoli a soggetti d’arte, attirando le critiche di chi vedeva nella pittura la funzione di trasmissione della storia e non riteneva necessario ritrarre l’esistenza delle persone umili. Una critica che ricorda il clamore provocato dalle opere di Caravaggio, che rappresentava soggetti sacri con i volti, segnati dalla vita ma autentici, di popolani e prostitute.
Fattori non si faceva condizionare, ma continuava a osservare la natura e farsi ispirare da essa per esprimere i suoi sentimenti.
C’è un dipinto dal titolo Pastura maremmana che raffigura quattro cavalli al pascolo sullo sfondo del mare grossetano. Sono tutti presi da dietro, come fece per primo sempre Caravaggio con la Conversione di San Paolo e, nonostante la pennellata dalla tecnica macchiaiola con colori puri e pennellate larghe, catturano l’attenzione perché capaci di rendere lo spirito autentico dei destrieri, come la bellezza selvaggia di quelle zone.
L’immagine equina non è quella idealizzata dall’arte figurativa classica perché Fattori, sebbene autore di precisi studi sui cavalli, non era interessato a renderne la bellezza fisica di per sé, ma intendeva testimoniare la difficoltà della loro esistenza condivisa con l’uomo. Diciamo che aveva ben chiaro il concetto di binomio.
Gli animali sono i soggetti che più di ogni altro catturano la sua partecipazione emotiva. L’ultima tela, del 1908, è incompiuta perché iniziata pochi mesi prima della morte. Le ultime pennellate raffigurano un vecchio cavallo al centro di un paesaggio arido, ritratto con le anche sporgenti, i nodelli e i garretti gonfi.
Una descrizione della sofferenza equina a fine carriera decisamente attuale, che il pittore ha voluto tramandare come ultimo messaggio.




























