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I cavalli e la pittura: la passione di Gericault
NON C’E’ ARTISTA che abbia amato i cavalli nella vita e nell’arte come Théodore Gèricault, famoso pittore francese della prima metà del secolo XIX, viaggiatore instancabile, morto prematuramente a trentatre anni, dopo una brevissima ed intensa vita. Il primo cavallo lo aveva acquistato a 17 anni, nel 1808, quando ancora studente di liceo, era già abilissimo cavallerizzo e precoce disegnatore.
Nello stesso periodo inizia a dipingere il suo soggetto preferito, il cavallo, ritratto dal vero, impennato o tranquillo, ma mai identico: dai bai ai pezzati, dai cavalli bianchi a quelli dai mantelli variegati. Nelle scuderie reali di Versailles, Gèricault ha modo di fare studi di splendidi esemplari che poi utilizza per tele eroiche o che narrano avvenimenti a lui coevi: lancieri polacchi a cavallo, ufficiali dei cavalleggeri, trombettieri, finanche Napoleone. La critica del tempo non è però generosa con lui e per un suo quadro esposto al Salon del 1814 parla di “cavallo mostruoso e senza alcuna unità”, dal momento che lo stile del Maestro non è banalmente realistico, ma vibrante, con pennellate veloci e guizzanti ed un colore caldo e sensuale.
Anche quando verrà a Roma in occasione del “Prix de Rome” a Villa Medici, malgrado le innumerevoli sollecitazioni artistiche della Capitale, saranno ancora i cavalli ad attrarre l’attenzione del pittore. Durante il carnevale romano, infatti, cavalli barberi senza cavaliere venivano liberati in corsa selvaggia tra una folla urlante da Piazza del Popolo fino a Piazza Venezia. Di questa entusiasmante esperienza restano studi e tele della corsa scomposta dei cavalli imbizzarriti, schizzi di cui Gèricault avrebbe voluto avvalersi per creare un’opera da esporre al ritorno a Parigi. Ma una volta in Francia, altri avvenimenti lo impegnarono: nel 1819 presentò, infatti, il capolavoro della sua carriera: “La Zattera della Medusa”, ispirato al tragico naufragio di una nave francese.
Al termine dello stesso anno lo troviamo in Inghilterra: a Londra non ha certamente difficoltà a dedicarsi al soggetto preferito, anzi progetta una serie di stampe per una pubblicazione dedicata all’anatomia del cavallo e riceve parecchie committenze da appassionati ed intenditori. Nelle tele dedicate al Derby inglese di Epsom , cui assiste personalmente, Gèricault, che aveva dipinto tante immagini realistiche di cavalli e cavalieri, mostra un intento del tutto diverso, volto all’idealizzazione del soggetto: i cavalli al galoppo sono infatti rappresentati quasi “volanti”, immersi in un paesaggio irreale di nubi basse, guidati da fantini rigidi e assorti nella loro astratta corsa.
Rientrato a Parigi, benché attratto da temi inconsueti (come rivelano i ritratti di alienati mentali), l’Artista continua a dipingere cavalli, grande passione della sua vita, denominatore comune di uno spirito inquieto. Tuttavia questi ultimi cavalli sono rappresentati in situazioni dolorose, quasi a simboleggiare la sofferenza del pittore, costretto a letto proprio a causa di due consecutive cadute da cavallo che lo condurranno a morte precoce. Non più cavalli come centauri o destrieri focosi da ammansire, con le criniere al vento e le code frementi, ma cavalli morti o condotti al mattatoio, un tempo fieri e temibili, ora scarni e destinati al macello, dolente parafrasi dello stesso destino dell’Artista.

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