Fieracavalli, quella ''storica'' rivoluzione
FU UN EVENTO STORICO. Uno “squarcio”, essenziale in quel momento, in una tradizione storica ultrasecolare. Necessario ed ineluttabile in un sistema, quello che fa capo al mondo del cavallo, che stava rischiando l’oblio perenne. Da anni la Fiera, non quella di marzo quanto l’edizione autunnale (i famosi e storici Mercati Zootecnici Autunnali), aveva spostato il proprio baricentro sui mezzi meccanici e sulla presentazione di bovini di alta genealogia.
Per i cavalli gli spazi erano sempre più rarefatti. L’interesse del mercato, di conseguenza, sempre minore.
Un dato che si ripercuoteva su ogni comparto di attività: da quello dell’allevamento, alle attrezzature, alle imprese che, solo pochi lustri prima erano attive nella produzione di strumenti ed oggetti connessi al cavallo, ai mestieri, come quello della mascalcia, alle attività che, nell’immediato dopoguerra, avevano contribuito allo sviluppo ed al sostegno del pianeta equino.
Una sorta di “catalessi” che rischiava di diventare, ad esclusione del settore sportivo, dominio della speculazione, di attività di compravendita ai limiti della legalità. Non solo.
A questo punto la Fiera decise di rifondare la manifestazione che considerava il “pilastro della propria storia e della propria identità”. Prerogative anche della città e di tutti i veronesi.
Lo fece con l’accortezza e l’accuratezza che la decisione richiedeva. D’altro canto non si potevano “mandare al macero” ottant’anni della propria storia. Di una identità professionale su cui l’intera città aveva costruito il proprio back-ground fieristico.
Consultazioni febbrili, analisi, confronti si succedettero a ritmo serrato. Convinzioni e dubbi si accavallarono fra loro. In sostanza, un periodo travagliato fu vissuto all’interno degli uffici dove la determinazione di non “abbassare la guardia” i dati di un potenziale bilancio di costi, e quindi di opportunità di ricavi, che appariva, in un momento di grande espansione del calendario fieristico veronese.
Comunque, la certezza di ridare slancio ad un mondo, quello del cavallo e di tutte le attività collegate, era divenuto l’imperativo categorico per tutti. Un sentimento che accomunava tutti, che limava le idee e i progetti, che stimolava la massima attenzione a contenere le spese pur nell’obiettivo comune di definire, su nuove basi, l’attività di allevamento del cavallo e i tanti, possibili, sbocchi che poteva avere nonostante nell’ormai affermata società della meccanizzazione.
Se i meccanismi organizzativi della rassegna, prosecuzione in chiave moderna dei mercati zootecnici autunnali, avevano trovato una loro comune definizione. Mancava all’appello, peraltro, quale risposta l’evento avrebbe potuto avere sul pubblico dei potenziali visitatori.
Una risposta che non poteva mancare ed alla quale l’allora segretario generale dell’Ente, Angelo Betti, dava tantissima importanza per abbattere le ultime reticenze e di residui dubbi.
Nel convincimento che “audaces fortuna juvat, timidosque repellit” (ovvero: la fortuna aiuta gli audaci e respinge i timidi), fu deciso di organizzare una pre rassegna con relativo concorso ippico in quella che era, ancora nel 1976, la rassegna regina (Fieragricola con i suoi 500 mila visitatori) nel calendario fieristico veronese.
I riscontri furono più che positivi da parte degli addetti al settore zootecnico, verso i quali era indirizzato il chiaro messaggio di non relegare nel “dimenticatoio” l’allevamento equino, ed entusiastici da parte del mondo degli ippofili che avevano recuperato un luogo ed un evento in grado di soddisfare i propri “appetiti” e curiosità.
Insomma, in quell’occasione fu gettato il “germe” della continuità di Fieracavalli, un evento che, ancora oggi, rappresenta il pilastro della storia, delle tradizioni e della cultura di tutta la città di Verona. Della sua innata vocazione di essere e di restare la “città dei cavalli”.
Pi. Pg.


























