Varenne, il tributo e il silenzio degli innocenti
Ho lasciato trascorrere del tempo. Per lui, che il tempo lo ha piegato ai suoi ordini, e per una riflessione che andasse oltre un coccodrillo. La morte di Varenne, improvvisa nella notte tra il 17 e il 18 agosto, ha riportato alla memoria tempi andati, le tante corse seguite, le trasferte, l’ippodromo di Mikkeli immerso nel bosco e quell’ultimo tour in Finlandia con il suo staff.
Trentuno anni sono un’età ragguardevole e l’ondata di cordoglio è stata all’altezza della sua eccezionale carriera. Molto di quanto è stato scritto, anche su i “giornaloni”, invece, avrebbe meritato la matita blu per gli errori grossolani, l’imbarazzante impiego della lingua italiana e le fotografie pubblicate senza alcun riguardo per il diritto d’autore. I tributi sono doverosi, gli strafalcioni e l’utilizzo non autorizzato delle immagini offensivi. Ipersensibilità giornalistica? Forse. Usare un linguaggio corretto non è una mera questione formale bensì il segno di preparazione e di rispetto per il soggetto e per il lettore. L’ignoranza sciatta ha trasformato l’orazione celebrativa in una farsa. Il più grande trottatore di tutti i tempi non lo meritava.
Oltre i numeri
Varenne è stato ricordato per ciò che ha vinto e, di conseguenza, per ciò che ha fatto guadagnare. Dopo il ritiro dalle piste, per due decenni è stato uno degli stalloni più richiesti al mondo - oltre duemila i figli - e fino al 2024 il suo seme è stato commercializzato, a cifre diverse a seconda degli anni, dei differenti mercati e delle opzioni, per un indotto economico stimato superiore ai 15 milioni di euro.
Oltre alle 73 corse disputate, alle 62 vinte (53 i Gran Premi con la sua firma), ai 6 milioni di euro in premi e ai puledri, Varenne ha avuto un merito che i numeri non riescono a misurare. Ha portato il trotto fuori dagli ippodromi, nelle case di tutti, dando al settore un inaspettato seguito di milioni di persone e, per qualche glorioso anno, l’ippica italiana ha avuto di nuovo un volto riconoscibile persino da un profano. Mia mamma compresa, quod non parum est.
Il re solo
In queste ore si è ripetuto più volte che Varenne abbia “vissuto da re”, formula rassicurante quanto antropocentrica. Lo hanno portato ovunque, dalle fiere e agli studi televisivi. Una vita tra box, pista, van, paddock, sulky, finimenti, bagni di folla, applausi, flash, allenamenti, autostart. I nostri cavalli non vivono più secondo natura, la domesticazione è un compromesso dove qualcuno, come lui, è più fortunato di altri ma il benessere equino comprende anche stabilità ambientale, relazioni sociali e continuità dei legami. Lo si sta comprendendo sempre di più. Un cavallo non misura la qualità della propria vita attraverso il prestigio dell’allevamento, il valore catastale del box o la notorietà delle persone che lo circondano. La sua serenità passa attraverso abitudini, odori, spazi conosciuti e compagni, conspecifici e umani. Specie se anziano.
Dopo il ritiro dalle corse nel settembre 2002, Varenne ha vissuto a Vigone, in Piemonte, presso l'Allevamento Il Grifone fino al 2019, poi alla Tenuta Il Cigno di Villanterio, in provincia di Pavia. Nel marzo 2025, a quasi trent’anni e ad attività stalloniera finita, la sua stabilità fu bruscamente interrotta. Per volontà del proprietario Enzo Giordano, che desiderava averlo più vicino, il Capitano lasciò il Nord per l’allevamento Lj di Eboli, nel Salernitano. Quali siano state tutte le ragioni (Giordano mancò poi in maggio), il trasferimento non dovette essere semplice per un cavallo così anziano. Nelle prime settimane lo accompagnò Daniela Zilli, la lad che si occupava quotidianamente di lui, proprio per facilitarne l’ambientamento. A Villanterio, Varenne aveva costruito un forte legame anche con Minnie, la pony che non partì con lui e che morì poche settimane più tardi. Non esistono elementi per stabilire un rapporto causale tra la separazione e la sua triste fine ma la coincidenza fa riflettere. Di sicuro, pur circondato da mille attenzioni, il vecchio “re” era rimasto solo, in un esilio sconosciuto, senza i suoi affetti. Tutto da rifare ex novo. Sarà stato davvero felice come raccontano? Chi ha avuto la fortuna di vivere con un cavallo anziano sa bene quanto siano abitudinari.
La lezione di Farneti
Se Giordano non cedette mai alle lusinghe economiche dei tanti aspiranti acquirenti di Varenne, il tempo realmente concesso al Capitano dopo la fine dell’attività riproduttiva fu breve. Da stallone, produsse fino al 2024 e soltanto nell’ultimo anno iniziò per lui una pensione effettiva. Poco, troppo poco.
Ma non occorre andare lontano per trovare una storia in cui il legame sopravvive di gran lunga al risultato. È quella di Bruno Farneti e Waikiki Beach, il padre di Varenne. Quando la chiusura dell’allevamento Orsi Mangelli ne mise a rischio il futuro, Farneti non lo considerò un vecchio cavallo improduttivo, lo accolse nella propria famiglia e continuò a occuparsi di lui per oltre un decennio, fino alla morte, avvenuta nel 2021 all’età di 37 anni.
È questo il passaggio decisivo. Waikiki Beach non fu amato perché genitore di Varenne ma in quanto individuo. Per quel debito di riconoscenza che la vera gente di cavalli sente non si potrà mai estinguere. Casa Farneti rappresenta il modello di cui l’ippica ha bisogno, fondato su una responsabilità che non si esaurisce con l’ultima corsa, l’ultima monta o l’ultimo premio incassato.
Guardare oltre il business
Varenne ha mostrato che l’ippica può ancora emozionare anche chi non frequenta gli ippodromi. Ma ha anche evidenziato, con feroci commenti sui social, quanto lacero e profondo sia diventato il distacco tra questo mondo e una parte crescente della società. Non basta attribuirlo alla concorrenza di altre forme di intrattenimento, alla crisi delle scommesse o alla perdita di centralità degli impianti. L’ippica è uscita dai cuori perché non riesce a trasmettere su vasta scala passione, relazione e, soprattutto, rispetto per il cavallo.
Se è comprensibile che un comparto economico (tralasciamo in questa sede la disamina, non è il momento) debba occuparsi di sostenibilità finanziaria, quando il cavallo viene raccontato soltanto come atleta, investimento o strumento di profitto scompare proprio ciò che rende l’ippica sana (esiste!) diversa da qualsiasi altra “industria” sportiva.
La società è cambiata, la sensibilità verso gli animali è cresciuta, si è rafforzata l’attenzione per il loro benessere fisico e psicologico e sono diventate meno tollerabili pratiche un tempo accettate o nascoste dietro l’abitudine. Liquidare questa evoluzione come sentimentalismo significa non capire la trasformazione in corso. La relazione con gli animali è oggi una misura della responsabilità dell’intero settore attraverso impegni verificabili sulla prevenzione e sulla persecuzione inflessibile dell’illecito, sulla tracciabilità, sul ricollocamento e sulla vecchiaia dei cavalli. L’ippica non può pretendere consenso senza offrire risposte e trasparenza.
Al cavallo ignoto
Ricordare la straordinarietà di Varenne rende assordante il silenzio che accompagna la sorte di quasi tutti gli altri. L’addio al Capitano deve avviare una riflessione meno celebrativa e più scomoda. Il rispetto, le cure e una vecchiaia dignitosa non dovrebbero essere prerogativa esclusiva dei cavalli che hanno vinto, prodotto reddito e conquistato il pubblico.
Per un Varenne celebrato da politici, istituzioni, giornali e appassionati, migliaia di cavalli lasciano le piste senza un commiato o un chicchessia a chiedere che cosa ne sarà di loro. Alcuni trovano una seconda carriera, dei più si perdono le tracce. Spesso per ritrovarle nel sangue sulle strade. Non hanno vinto abbastanza, non hanno generato campioni, il loro nome non è diventato un marchio. Semplicemente, non esistono.
Nel terzo millennio la dignità di un animale non può dipendere dalla velocità con cui ha corso, dai premi conquistati o dal valore della sua genetica. Se il sistema, a partire dai proprietari, tutela i campioni ma non garantisce un futuro trasparente ai soggetti meno redditizi, non parliamo di cultura del cavallo, è protezione selettiva di un capitale economico. Business, tout court.
La responsabilità nei confronti di un cavallo dura per la sua intera vita così come il tributo al Capitano non dovrebbe esaurirsi nell’annuncio di un mausoleo a Eboli (magari a Copparo, dov’è nato, sarebbe stato meglio) bensì tradursi in una richiesta concreta per risorse strutturali destinate al fine carriera di tutti i cavalli dell’ippica (per tacere qui dell’equitazione).
Varenne si è fermato a Eboli. Noi cerchiamo di andare avanti.
ps. Oltre a quanto detto, Varenne ha siglato due volte l’Amérique e l’Elitloppet, tre volte il Lotteria di Agnano e, nel 2001, la Breeders Crown, negli Stati Uniti, stabilendo il record mondiale sul miglio. È stato l’unico cavallo proclamato Horse of the Year in Italia, Francia e Stati Uniti.



























