Trotto amarcord: la vera storia di Ciclopico
QUESTA E’ LA VERA STORIA DI CICLOPICO. Uno dei più forti trottatori italiani di ogni tempo non ha avuto né un’infanzia né un’adolescenza felici. I suoi genitori putativi, il barone Gautier ex ufficiale di Cavalleria e Angelino Bianchi semianalfabeta frequentatore dell’ippodromo Villa Glori, non andarono mai d’accordo e un bel giorno, dopo un’ennesima lite, divorziarono.
Il barone Gautier era un autentico signore. In gioventù aveva disputato corse per gentlemen al galoppo all’ippodromo dei Parioli e posseduto cavalli purosangue, il più celebre dei quali fu Breezer. Angelo Bianchi, ciociaro, faceva il mediatore insieme a un mercante di biada, il signor Citti, proprietario di trottatori che faceva correre sotto il nome di Scuderia Farnesina. In un secondo tempo, il Bianchi aveva acquistato alcune “brozzette”, che, trainate da cavalli, trasportavano calce viva e pozzolana ai cantieri edili. Come base operativa aveva quel prato del quale è rimasta una fetta all’altezza del Ponte Duca d’Aosta, nei pressi di Ponte Milvio.
Come poté avvenire il connubio tra un aristocratico e un rozzo plebeo? Il barone Gautier aveva acquistato per 2.500 lire dal guidatore Montalti, un pezzo d’uomo romagnolo, la cavallina Capena che riuscì anche a vincere un paio di corse. Poiché in Capena c’era una goccia di sangue dello stallone Jockey, di fama europea e ricercatissimo, il barone decise di farne una fattrice e la diede in consegna al Bianchi. Il figlio di questi, Aurelio, stabilì di presentarla a San Trona, un modesto trottatore internazionale, portato a correre a Roma da Adolfo Ossani, fratello di Romolo.
Aurelio attaccava Capena a un biroccino e la portava a Tivoli dallo stallone. Dopo gli accoppiamenti la riportava a Roma. E così da una madre che passò i mesi della gestazione allo stato brado, nacque Ciclopico.
Un puledro sgraziato, dal trotto disordinato. A 2 anni non riuscì a far meglio di un tempo di 1’41” al chilometro ma a 3 anni, con il passaggio di età, si trasformò e cominciarono i guai per quella proprietà in condominio. Per Angelo Bianchi il barone era un usurpatore: “A quel morto di fame gli ho ridato la vita…”. E fu il divorzio.
Da ROBERTO BOTTONI, l’allenatore che gli aveva insegnato l’abbiccì, Ciclopico passò prima a Galliano Quadrelli, poi a Giovanni D’Errico e infine a Ugo Bottoni. Andare d’accordo col Bianchi non era per niente facile. Tra l’altro pretendeva che al cavallo non fossero applicati tinture o unguenti perché era molto avaro e non voleva pagare i medicinali…
Divenuto proprietario unico di Ciclopico, trattato quindi con il riguardo dovuto al proprietario di un grande cavallo, il Bianchi si impose all’ambiente. Passava le mattinate nelle scuderie di Villa Glori a sputare sentenze. La sua istruzione modestissima non gli consentiva di imbastire un colloquio normale con i suoi interlocutori. Usava un linguaggio primitivo a base di aforismi e di parabole. “Tu mi hai capito e allora che vai cercando…”.
Per ognuno dei guidatori di Villa Glori aveva coniato un soprannome: Fabbrucci era “il divo”, Concioni “il polpo”, Roberto Bottoni “il gobbo del Quarticciolo”, Nello Branchini “il cacone”, Ugo Bottoni “il porchetto delle India”, Umberto D’Errico “bistecca”… Aveva diviso l’umanità in due categorie: quelli col becco fino e quelli col becco grosso.
Quando si trattò di correre il Gran Premio d’Europa, Bianchi partì per Milano con Ugo Bottoni, che lo doveva guidare. Non lo perse di vista un solo momento. Aveva paura che Bottoni, l’ammiraglio del trotto, si vendesse la corsa!
Scarpe grosse e cervello fino. Così era fatto Angelo Bianchi, assurto alla notorietà attraverso il caso-Ciclopico e vissuto fino alla soglia dei cento anni.



























