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  • Olimpia story: che caos a Parigi nel 1900
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  • 08/08/2008

Olimpia story: che caos a Parigi nel 1900

SE NON FOSSERO DA DIMENTICARE, quelle del 1900 a Parigi dovrebbero passare alla storia come le Olimpiadi di San de Coubertin, martire della fede olimpica. Altro che Olimpiadi! Sono state un calvario lungo cinque mesi. Cinque mesi di penose improvvisazioni e patetiche approssimazioni. Un sconcertante guazzabuglio di gare mancate e di competizioni inventate, di medaglie vinte e non assegnate, di vittorie attribuite e mai riscontrate, di atleti che risultano aver partecipato senza aver mai messo piede a Parigi e di atleti la cui presenza non è rintracciabile da nessuna parte. In una parola, un disastro. E nel disastro, il dramma personale: il barone si sente colpito a tradimento proprio dal suo paese. Eppure, senza arrivare ad immaginare uno sfacelo di questa portata, qualcosa del genere doveva aspettarselo. 
Il fatto è che in questo periodo la Francia e i francesi tutto hanno per la testa meno che le Olimpiadi. Da almeno tre anni ogni istituzione dello Stato, a cominciare dal presidente Emile Loubert, è tesa al massimo dell’impegno economico e organizzativo per ospitare nella capitale la Terza Esposizione Universale. Parigi è un unico immenso cantiere: la metropolitana, Gare de Lyon, Gare d’Orsay, il Gand Palais e tante altre opere ancora. La capitale francese vuole stupire quella quantità sterminata di visitatori (alla fine se ne conteranno 50 milioni) che affluirà da ogni parte del globo. I quali, magari con qualche punta di invidia, non potranno sottrarsi al fascino di questa mirabolante  apoteosi della ‘grandeur francaise’. Ma la meraviglia toccherà il culmine quando si accorgeranno di restare letteralmente a bocca aperta di fronte agli incantesimi che i fratelli Lumiere sapranno materializzare su un telone bianco. Una magia che si chiamerà cinematografo.
In tutto questo gran fermento, non una, dicasi una di numero, struttura verrà costruita per consentire lo svolgimento delle Olimpiadi secondo un minimo di decenza. Allora le cose sono due: o de Coubertin conta molto meno di quel che sembra o altri sono gli interessi in gioco. Pochi dubbi su quale fra le due ipotesi possa essere la più verosimile. E tuttavia è anche vero che de Coubertin scopre amaramente, forse per la prima volta, che non solo le Olimpiadi da lui volute a Parigi non sono tenute nella benché minima considerazione dai suoi concittadini, ma anche che il suo prestigio personale si rivela essere un guscio vuoto e inutilizzabile ai fini degli appoggi politici necessari per la riuscita dei giochi. Doppio tradimento, dunque. E doppia delusione.

LA CONTROPROVA di questo quasi azzeramento della sua figura pubblica si chiama Alfred Picart. Costui è il Commissario Generale dell’Esposizione Universale parigina. Ha fatto asso piglia tutto tanto delle risorse economiche disponibili, quanto delle decisioni politiche che hanno orientato le finalità di spesa. A Picart non gliene importa un fico secco dello sport. Considera le Olimpiadi meno di una fiera di paese e, tanto per chiudere il cerchio, quel damerino imbellettato di de Coubertin non gli piace proprio per niente. E ancor meno le chiacchiere che circolano sulla sua vita privata, a dir poco equivoca. Morale: questi quattro saltimbanchi che qualcuno chiama atleti e il loro nume tutelare si arrangino come gli pare. Parigi e la Francia hanno ben altri progetti da realizzare, ben altri traguardi da raggiungere, ben altri successi da riscuotere.
In quei mesi di sagra paesana chiamata Olimpiade quasi niente è sotto controllo. 
Tanto per cominciare, di cerimonia di apertura neanche a parlarne. E così sarà anche per la chiusura. Si inventano le gare più inverosimili: la corsa delle rane, il gioco dei birilli, le gare di aquiloni, la corsa a tre gambe, il tiro al cervo in corsa e al piccione in volo. La Senna è il teatro dei 200 metri di nuoto ad ostacoli e dei 60 metri subacquei. Si svolge anche una improbabile gara di tuffi collettivi con gli ‘atleti’completamente vestiti. La sensazione è che il primo che passa per strada è libero di improvvisare qualsiasi pantomima e chiamarla gara olimpica. Tanto nessuno gli dice niente.
L’atletica si arrangia come può come sulla pista ippica del Bois de Boulogne, ma nessuno è in condizione di garantire il normale andamento delle gare. Come se non bastassero tutte le estemporaneità che stanno caratterizzando questa olimpiade, ci si mettono di mezzo anche questioni di carattere religioso. Infatti ci sono atleti che non intendono gareggiare nel giorno dedicato al Signore. Allora accade, tanto per dirne una, che nel salto con l’asta l’americano Irving Baxter si porta a casa l’oro per assenza di avversari. Un’altra medaglia d’oro la incassa nel salto in alto per la stessa ragione. Se a queste si aggiungono le tre d’argento che vince nel salto da fermo, Baxter esce da queste olimpiadi come l’atleta con più medaglie al collo. Va annotato che nel salto da fermo Baxter si deve  accontentare del secondo posto. Ed è già tanto. Infatti nulla può, come nessun altro del resto, contro Clarence Ewry, che stravince. Non a caso è soprannominato la ‘rana umana’.

LA GARA DI MARATONA anche a Parigi riesce a conquistarsi una chiacchieratissima prima pagina.
Tutti danno per favorito l’americano Arthur Newton. E infatti da subito prende la testa della corsa. Ma, sorpresa, quando arriva al traguardo trova quattro atleti che sono arrivati prima di lui. I conti non gli tornano. E non possono tornare. Figurarsi se in totale assenza di organizzazione, qualcuno abbia pensato di istituire posti di controllo lungo il percorso. L’agonismo sportivo si tramuta, diciamo così, in carta bollata. Newton fa ricorso e, regolarmente, lo perde. Un, manco a dirlo,  francese, Michel Theato, viene dichiarato vincitore della gara. Di mestiere fa il fattorino di una panetteria. Chi meglio di lui sa muoversi per le strade di Parigi, scorciatoie comprese?
Tralasciando gli sganassoni che sono volati fra francesi e tedeschi nella finale di rugby (indovinate a chi è andato l’oro?); mettendo da parte la gara a dita negli occhi durante la semifinale di pallanuoto fra francesi ed inglesi; trascurando il povero Hopenberger, nuotatore tedesco, la cui vittoria su i 200 dorso gli va letteralmente per traverso a causa della dentiera che gli scivola in gola e rischia di soffocarlo proprio al momento di tagliare il traguardo, a parte tutto questo c’è da dire che qualcosa di buono accade in queste che ci vogliamo ostinare a chiamare Olimpiadi.
Ricordate Cinisca, la sorella di Agesilao re di Sparta, la prima donna che partecipò alle Olimpiade del 376 a.C? Beh, dopo di lei le donne si riaffacciano ai giochi proprio a Parigi. De Coubertin è contrario, ma evidentemente americani ed inglesi non tengono in gran conto la sua opinione. Sono loro a portare rappresentanze femminili che si misureranno nelle gare di tennis e golf. E le vinceranno.
Ma c’anche qualcos’altro per noi, di buono. L’Italia fa la sua bella figura, con un oro e un argento, nelle gare di equitazione. A vincerle è il conte Gian Giorgio Trissino Graf, che ha a disposizione tre cavalli. Si chiamano Oreste,  Montebello e Pamelo. Così li ha battezzati Federigo Caprilli. I cavalli sono i suoi. Ancora non è il Caprilli capo scuola. Ma a Parigi il comportamento dei suoi cavalli già dimostra che non potrà non diventarlo.

 

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