L'equilibrio 'innaturale' di Caprilli / 3.
STENTERETE A CREDERE che la prima corretta percezione del galoppo data soltanto 1878, quando a Palo Alto un ricco industriale americano, Mister Stanford, fondatore dell'omonima celeberrima università, fece correre una purosangue di nome Sally Gardner su una pista dove il fotografo Edward Muybridge aveva fissato, a dieci metri di distanza l'uno dall'altro, dei fili che toccati dalla cavalla facevano scattare degli otturatori di altrettante macchine fotografiche. Quella sequenza fotografica (antesignana del cinema: non dimentichiamo che i fratelli Lumière mostrarono i prodigi del cinematografo per la prima volta a Parigi nel 1896) permise di acclarare una volta per tutte che il cavallo in galoppo ha un tempo in cui tutti i suoi arti sono sollevati da terra. E infatti, se osservate i quadri dei più grandi pittori di cavalli, da Géricault e Courbet fino al grandissimo Stubbs (che per dipingere meglio i suoi meravigliosi quadri si era fatto montare nel proprio studio lo scheletro di un destriero), vi accorgerete che i loro arti, al galoppo, non sono mai rappresentati in maniera corretta.
Caprilli, lo sappiamo, morì in circostanze mai chiarite, cadendo da cavallo a Torino, nel 1907. Era venuto in città con la ferrovia, da Pinerolo, per incontrare una dama, il suo ultimo amore, Vittorina Lepanto. Ma al ristorante Il Cambio la donna non s'era fatta vedere. Dal commerciante di cavalli Enea Gallina, da cui aveva acquistato il suo primo cavallo di proprietà, Caprilli ne ebbe uno in prestito. S'avviò a piccolo trotto, qualcuno dice a... passo e poco dopo era a terra. Batté la testa, si ruppe il cranio, ebbe due giorni di agonia, e spirò.
Il livornese Caprilli morì a Torino, una città che ancor oggi ha un'anima in cui si confrontano e si scontrano, molto più che in ogni altra città d'Italia, tradizione e apertura al nuovo che avanza. Morì sette anni prima del delitto di Serajevo che, con lo scoppio del primo conflitto mondiale si incaricò di cancellare in un sol colpo i fasti residui della Belle Epoque. Morì e, come un personaggio d'annunziano, lasciò scritto di essere cremato. Una scelta da uomo laico, da uomo che, vissuto in un mondo tradizionale, ha saputo e voluto sempre guardare a modo proprio alle cose del mondo. Anche l'amicizia strettissima con Emanuele Cacherano ci riporta a una visione del mondo assolutamente moderna: Cacherano di Bricherasio era stato vicepresidente della Fiat, aveva costituito l'Automobile Club e di lui Giubbilei ricorda "i suoi principi democratici che i suoi conoscenti del bel mondo subalpino trovavano strani, addirittura eccezionali per un signore della sua classe sociale. Le stesse idee - continua Giubbilei, con quella sua prosa Deamicisiana, un po' retorica, enfatica, che certo può rivelare le luci, ma non aiutarci a cercare le ombre e a scavare nelle contraddizioni di Caprilli - professava l'amico Federigo, amante del progresso utile e fecondo, nemico dei codini e dei retrogradi".
Militare votato all'obbedienza dei superiori, Caprilli era in realtà un indisciplinato, osteggiato per questo da Cadorna e da altri generali, che soltanto in ritardo ne colsero appieno il valore di cavaliere e di teorico. Ma questo non lo piegò: quando non gli fu permesso di partecipare alle seconde Olimpiadi moderne, che si tenevano nel '900 a Parigi, egli chiese cinque giorni di licenza, andò a Parigi, montò il cavallo Oreste, che nella gara di estensione era stato iscritto con il conte Gian Giorgio Trissino come cavaliere. E se ne tornò via in incognito.
Altrettanta indisciplina alle regole della buona società ebbe nei suoi rapporti con le donne: non si sposò mai e per la sua disinvoltura sentimentale con le dame e le signorine torinesi fu allontanato dalla città e spedito a Nola per qualche anno. Dove trovò modo di legarsi niente meno che a Hélène d'Orleans, duchessa d'Aosta.
Il cavaliere che aveva compreso la fondamentale necessità di rispettare l'equilibrio del cavallo, si comportava come un uomo pressato da una vocazione laica, individualista, estremamente moderna. Fuori dall'epica sportiva, Caprilli era un personaggio che sarebbe piaciuto a Thomas Mann. O a Italo Svevo. O a Luigi Pirandello. Da questa discrasia, fonte di un equilibro che era naturale soltanto a cavallo, ma che a ben guardare si rivela assolutamente innaturale nella vita di relazione, nasce molta parte del fascino di Federigo Caprilli. Un uomo che ha vissuto la più parte della sua breve vita nell'Ottocento, ma che portava in sé l'anima dissonante e inquieta del Novecento.




























