La storia del Circo Massimo ippodromo per 150.000
HA ACCOMPAGNATO la storia di Roma fin dalle sue origini e, in un certo senso, le è sopravvissuto: stiamo parlando del Circo Massimo. Un’antica leggenda vuole infatti che proprio lì, nella valle ai piedi dell’Aventino ove aveva sede il culto di Murcia (la madre primordiale), Romolo in persona abbia organizzato la prima corsa dei carri della nascente città di Roma. La finalità non era però delle più innocenti. Infatti mentre i Sabini, invitati ad assistere alle gare erano ovviamente distratti ad osservare ciò che accadeva in pista, i Romani dettero il via a quell’operazione parecchio truffaldina che passerà alla storia con il nome di ” ratto delle sabine”! Fu proprio per ricordare quell’evento che, seppure in modo non esattamente ortodosso aveva segnato la nascita del popolo romano, Tarquinio Prisco (616-579 a.C.) iniziò i lavori che avrebbero dato forma stabile e definitiva al Circo.
Come recenti studi archeologici hanno dimostrato la struttura originariamente in legno venne più volte rimaneggiata e trovò la sua configurazione definitiva in muratura nel 46 a.C. per opera di Giulio Cesare. Lungo 621 metri e largo 118, il Grande Circo poteva ospitare 150.000 spettatori ed era dotato oltre che di palchi e gradinate, di adeguati servizi igienici e soprattutto di un grande numero di “tabernae” che lo rendevano un importante punto di ritrovo anche quando non si gareggiava. Insomma una struttura imponente che rimarrà in attività per più di mille anni: l’ultima “giornata di corse”, per definirla in termini moderni, fu infatti organizzata dal re ostrogoto Totila nel 549 d.C. Poi fu la definitiva decadenza.
E QUANDO A ROMA riprenderanno a correre i cavalli le gare si disputeranno in luoghi e con modalità molto diverse. Già perché le competizioni equestri che si svolgevano in epoca romana non erano solo un evento sportivo, anche se ovviamente non mancava un tifo da stadio, ma avevano anche una fortissima valenza simbolica. Secondo Tertulliano, infatti, le quattro scuderie (factiones) che si disputavano la corsa rimandavano nei colori delle rispettive giubbe ( bianchi, rossi, verdi e azzurri) alle quattro stagioni dell’anno: rispettivamente inverno, estate, primavera e autunno. E non è tutto.
L’intera simbologia sottesa alle competizioni equestri si basava infatti su una cosmologia complessa fortemente intrisa di componenti mitologiche. Le griglie di partenza (carceres) erano infatti dodici, così come dodici sono i mesi dell’anno, mentre i sette giri di pista che ogni biga doveva compiere prima di arrivare al traguardo rappresentavano i sette giorni della settimana, nonché i sette pianeti dello Zodiaco allora conosciuti. Ovvio supporre che l’arena stessa rappresentasse la Terra, posta al centro dell’universo, e la rapidità dei carri che solcavano circolarmente la pista, raffigurasse il moto di tutti i viventi scaturiti dal grembo della materia e ad essa inesorabilmente destinati a ritornare.
Insomma anche nel mondo romano, così come in quasi tutte le culture a noi note, il cavallo intreccia nel suo apparire valenze pratiche ed utilitaristiche insieme a componenti fortemente simboliche. E non è certo un caso che anche nel grande circo di Roma, a fianco dell’abitudine a scommettere sulle corse, vi fosse anche quella di trarre auspici dalle modalità con le quali ciascuna biga affrontava per sette volte il passaggio intorno alla “meta” .
Non sappiamo esattamente quali fossero i rituali che venivano messi in atto, soprattutto dal popolo, per trarre indicazioni sul futuro dal passaggio di questo e quel cavallo, ma di una cosa siamo certi: da più 2000 anni gli uomini, seppure con modalità diverse, continuano a rivolgere all’agile corridore simbolo di abbondanza (per la forza che lo caratterizza) e di continuità nel tempo ( per la rapidità della sua corsa) interrogativi importanti.

























