Riflessioni su una carriera equestre
Per essere liberi di vivere la propria vita, serve sapere chi siamo e cosa vogliamo. Io l'ho capito attraverso i cavalli.
Quando mi sono avvicinata al classicismo equestre, nel 2007, è stato inizialmente per la volontà di migliorarmi, avevo sete di conoscenza, tanto teorica quanto pratica, e ambivo a una qualità equestre superiore a quella che, tramite il mio stesso impegno e quello dei miei istruttori, avevo raggiunto. Sentivo che mi trovavo a un buon livello, ma per me si trattava comunque di mediocrità, volevo di più, e così fu. Ero già istruttrice di equitazione e, quando chiedevo di essere corretta nel mio assetto mi veniva risposto che era già corretto. Cercavo di meglio, trovai in La Gueriniere le parole per la dote che volevo affinare e questa fu la spinta iniziale che mi permise di appassionarmi all'equitazione classica.
“La grazia è un ornamento così grande per un Cavaliere e nello stesso tempo un così grande viatico per avvicinarsi alla scienza, che tutti coloro che vogliono divenire Uomini di cavalli, dovrebbero innanzitutto impiegare il tempo necessario per acquisire questa qualità... Per grazia intendo l'aria di scioltezza e libertà... e che i movimenti del Cavaliere siano così fini che servano più ad abbellire il suo aspetto che sembrare d'aiuto al Cavallo”.
Altri autori parlavano di aiuti leggerissimi, come il solo contatto del pantalone, centro di gravità e piccole variazioni del busto, il leggero peso sulla panca di una staffa, le dita che si socchiudono per tornare subito semiaperte. Che meraviglia!
Leggendo queste parole mi fu chiaro che ero solo all'inizio della mia ricerca e che dovevo assolutamente trovare qualcuno in grado di aiutarmi. Scelsi la scuola che allora mi sembrava la migliore al mondo e iniziai il mo percorso alla Ecole de Légèreté, tra le più importanti a mediare tra classicismo ed equitazione moderna al giorno d'oggi. Mano a mano che avanzavo nella progressione, mi appassionavo al passo successivo, quello che non avevo ancora fatto, imparai in maniera scolastica a come insegnare correttamente i movimenti laterali, la riunione, i cambi di galoppo, imparai l'uso della briglia tenuta alla Fillis. Il mio percorso sarebbe cambiato ancora quando nel 2017, dopo una brillante carriera, uscii dalla scuola per ritrovarmi da sola, in un mare di domande, di dubbi e... di oppurtunità! Mai più vero il detto, si chiude una porta e si apre un portone! Era ora di andare con le proprie ali, sperimentare, unire i pezzi, ascoltare più me stessa e i cavalli, trovare nuove ispirazioni (come la magnifica Anja Beran che adoro!) ma essenzialmente, farlo seguendo la mia starda, libera da schemi costuiti da altri.
Ma torniamo al discorso, siamo nel 2017... sognavo di avere un cavallo più atletico e prestante, credendo che mi avrebbe permesso di migliorare la finezza della mia equitazione, idealizzando il miglioramento con il mostrare risultati eclatanti, senza capire che la chiave per la qualità non era in un soggetto di maggior valore. Poi un giorno, guardai dove mi trovavo e vidi che stavo andando fuori strada, mancava qualcosa, una sensazione, non sapevo cosa, mi stavo allontanando da un ascolto superiore nei confronti del cavallo, dalla ricerca intima di sensazioni condivise. A cosa serve la tecnica se non è al servizio della creatura per cui ci illuminavamo da bambini? Non sapevo esattamente cosa stessi facendo, ero in balia del cambiamento, o meglio del ritorno a una ricerca, forse più pura.
Ci misi anni a liberarmi dalla tentazione di utilizzare l'addestramento per mettermi in mostra davanti agli altri, dell'accumulare esami e diplomi, del dovere di fare per mostrare. Ossessioni esistenti solo nella mia mente iniziarono a sgretolarsi, e rimasi da sola, con i cavalli.Il bisogno di quel cavallo di “qualità superiore” oggi non ha più importanza, non ne sento più il bisogno perché sono in grado di imparare enormemente da ogni soggetto che incontro.
Ho avuto come allievi moltissimi cavalli con i loro proprietari, e preso in lavoro soggetti di età, razza, e soprattutto dal passato, totalmente diversi tra loro.Ripensando alla mia carriera e al punto in cui mi trovo oggi, sicuramente ancora una volta nella mediocrità se paragonato a dove spero di trovarmi nei prossimi anni, la mia più grande fortuna è stata proprio avere cavalli fisicamente modesti e decidere di dedicarmi a loro, come si dice, nella buona e nella cattiva sorte.
Beudant, detto “il cavaliere mirabolante” per la qualità dell'addestramento dei suoi cavalli, setacciava i mercati nord africani (dove fu di servizio militare) alla ricerca di cavalli con conformazioni imperfette. Cercava i soggetti che avessero difetti diversi e vi si dedicava per compensare le difficoltà con una corretta ginnastica. Credo che la ricerca classica in equitazione abbia le potenzialità per aiutare moltissimi cavalli, anche quei soggetti scartati o non considerati a causa di difetti morfologici, l'importante è che l'uomo abbia la capacità critica per riconoscere il livello oltre al quale non è più di aiuto per l'animale ma lo mette in difficoltà.
Con ogni cavallo dobbiamo applicarci per permettergli di risplendere quanto più gli è possibile, e poi fermarci per non spingerlo oltre a un limite in cui ogni altra pretesa è contro la sua natura. Questo limite non è sempre facile da scorgere, dobbiamo essere abili, obbiettivi e rispettosi.
Alcuni cavalli mi hanno insegnato il rispetto nel raggiungimento degli obbiettivi superiori: un cavallo non portato per il dressage o mal costruito (li ho amati molto, posso permettermi di essere onesta sulla loro scarsa atleticità), se forzato si danneggia prima di un cavallo forte e talentuoso, e prima di “rompersi” perde precocemente la sua bellezza ed espressività. Se si vuole progredire con un cavallo simile nei principi classici, sia ginnici che morali, serve un totale rispetto delle sue capacità, stadio dopo stadio dell'addestramento, oltre ad essere in grado di non andare oltre i suoi limiti, cosa non scontata quando questi animali ti donano il cuore, anche a discapito della loro integrità fisica. Questo è stato il loro insegnamento.
“Bisogna sempre conoscere le possibilità del proprio cavallo e non volerle mai superare. Bisogna dare a ciascun cavallo tutto lo splendore di cui è capace ma non di più.” Oliveira
Altri invece sono arrivati come animali considerati alla fine della loro carriera, l'ultima spiaggia, per così dire, per salvare il salvabile. Loro mi hanno insegnato ad indagare maniacalmente l'origine dei problemi nelle piccole cose di base, quelle che riuscivano ancora a fare, a guadagnarci insieme un piccolo risultato di sollievo per creare quello successivo, a togliere peso da un arto per fare qualche passo senza zoppicare, poi farne due, poi tre, prima sulla linea dritta e poi in circolo... ecco che il classicismo per me ha acquisito un significato diverso, quello più simile a una fisioterapia che può curare ma, soprattutto, prevenire.
Oltre ai cavalli, ringrazio i loro proprietari che hanno creduto fosse equitazione anche il non abbandonare cavalli difficili, malmessi e considerati da mettere da parte.
Non è volontà di “usarli” a tutti i costi, ma di aiutare un animale facendogli compiere una gentile ginnastica, e non solo mettendolo in un prato, condizione quest'ultima che comunque reputo gli sia fortemente dovuta.
Infine, ringrazio me stessa perchè oggi, nel 2026, ho 40 anni, quasi tutti passati in sella, e mi si illuminano ancora gli occhi come una bambina quando vedo un cavallo sulla mia strada Questa è la cosa più importnante e il filo conduttore di tutta la mia carriera.
Giulia Gaibazzi, fondatrice di Equitazione in Armonia® e responsabile per la formazione istruttori di equitazione Acsi.




























