Il ricordo di Varenne / Giampaolo Minnucci, parole semplici e sincere
In questo nostro veloce andare, in questo agosto 'maledetto' che ci ha portato via uno dietro l'altro Eroi del nostro tempo migliore, da Franco Baresi a Francesco Guccini, da Livio Berruti a Varenne, nei fiumi d'inchiostro e di servizi televisivi nei principali notiziari, forse è passata quasi inosservata quella semplicità - gucciniana per rimanere in tema - con la quale Giampaolo Minnucci, nel momento del dolore, ha raccontato Varenne.
Chiaro e sincero, 'da Varenne ho imparato tante cose e non solo nelle corse ma anche come persona, se sono diventato la persona che sono oggi lo devo a Varenne' e ancora quel richiamo, toccante, all'amico Enzo Giordano in quel 'Varenne è degli italiani'.
Il ragazzo del Portuense, professionista affermato nell'ippica dopo una carriera che pochi possono vantare, perché guidare il cavallo migliore della storia è un unicum, è rimasto quello che puoi fermare per strada, che ti viene per primo a salutare quando arriva a Montecatini ed entra in ippodromo. Minnucci con questo scegliere le frasi giuste, non quelle più scontate, è come se avesse dettato con l'umiltà che lo contraddistingue una direzione a chi con il tempo, quello dell'approfondimento e della riflessione vorrà scrivere ancora del Capitano in un libro.
Chiamatela opera definitva, se volete, che è il compito di chi fa lo scrittore di mestiere e non dello scriba che come diceva il grande Gianni Mura, cantore del Tour de France, è costretto nel giro di un'ora a picchettare sui tasti 5750 battute e quel tempo di riflettere non lo ha. I giornali hanno dedicato la prima alla scomparsa di Varenne e ampie pagine centrali. Qualche strafalcione c'è stato perché per raccontare Varenne non sarebbe bastato un Meridiano Mondadori in più volumi. Ma tutto sommato il blocco d'agenzia, le corse, le vittorie, i principali gran premi vinti erano quelli su tutte le testate.
Nel concitato momento di dover dar il risalto che meritava all'addio al più grande trottatore della storia, le redazioni hanno fatto scelte diverse. Libero e il Giornale si sono rifugiate in calcio d'angolo riproponendo articoli pur molto belli già a firma di un numero 1 del giornalismo come Vittorio Feltri. Repubblica ha invece allertato il suo asso del racconto sportivo, in quel giornale l'erede di Brera e di Mura, cioè Maurizio Crosetti che forse ha scritto l'articolo più bello di tutti su Varenne, al limite della parità con un testo scritto per i quotidiani del Nord-Est da un collega, Fabrizio Brancoli, che sa molto di basket e di tennis e che a Varenne ha dedicato un racconto poetico e romantico.
Su questo giornale poi la sorpresa, come l'alba rosa di un nuovo giorno dopo una notte di tempesta, la lettera a Varenne di una giovane giornalista, Gaia Biagini, che Varenne non l'ha mai visto correre perché ancora non era nata quando il Capitano battagliava con Viking Kronos, Moni Maker e Victory Tilly. Ma se si ha il gusto e la voglia di studiare e di farsi domande le risposte arrivano e rischiarano l'orizzonte.
Esempi diversi ma con un punto in comune: la tecnica di scrittura va unita alla passione per la narrazione. A mettersi in gioco con umiltà e con l'entusiasmo e il coraggio di andare verso l'inesplorato. Grazie a tutti i colleghi che hanno raccontato, ognuno sulla propria testata, Varenne componendo un mosaico prezioso e, per certi versi, consolatorio.




























