''Benessere del cavallo, ci vuole l'ippoiatra''
PIA LUCIDI, titolare di cattedra all’Università di Teramo, risponde alla lettera di Fabrizio Fabbri (vedi file specifico)
Egregio signor Fabbri,
ilconvegno che si è tenuto a Verona durante Fiera cavalli 2010, dal titolo quanto mai accattivante “Ricerca, formazione e nuove metodologie per un’equitazione di benessere”, ha suscitato in me e in diversi spettatori, che mi hanno successivamente contattata, diverse e contrastanti emozioni: se da un lato aver partecipato a tale evento mi ha permesso di tastare ancora una volta con mano l’interesse che questo genere di iniziative suscita nei veri amanti della specie equina, dall’altro mi sconvolge ancora oggi l’idea di quello che la gente si aspetta dalla preparazione del veterinario in materia equestre. Non sto quindi parlando del professionista ippiatra, che si spera abbia profonde conoscenze del cavallo non solo come paziente ma come essere senziente, atleta, parte integrante di un binomio con il suo cavaliere, ma dell’idea romantica e generalizzata che i più hanno del veterinario.
È vero, il veterinario è anche un dottore di cavalli, ma qual è il percorso che lo porta alla laurea? Non certo quello della conoscenza pratica dell’animale, che arriva purtroppo tardi nel corso di studi e riguarda esclusivamente la realtà clinica. In Italia non ci sono Facoltà in cui, oltre a studiare una certa casistica di patologie, la location permetta di organizzare in modo altrettanto sistematico l’osservazione dell’animale nelle condizioni di vita compatibili con le sue necessità etologiche e fisiologiche, di studiare e tanto meno manipolare ad es. cavalli “normali” mantenuti in 2-3 ettari di terreno: non ci sono soldi, non ci sono spazi, soprattutto NON C’È TEMPO!
Non c’è il tempo di portare in clinica il paziente andandoselo a prendere nel paddock: meglio che si trovi già in sala visite/chirurgica quando arriveranno gli studenti, così da poter dedicare i 45 minuti a disposizione a spiegare la patologia di cui soffre, stimolare i ragazzi nella diagnosi differenziale delle possibili noxae, intraprendere con loro un percorso critico di tipo sanitario per imparare ad escludere quelle meno probabili fino a giungere alla possibile diagnosi ed eventuale terapia.
RICORDO ancora il mio esame di Clinica Medica quando, dopo quasi 5 ore alla posta, la bovina che mi era stata assegnata presentava una mammella di dimensioni gigantesche e il professore che mi aveva chiesto, incurante <> si stupì non poco quando gli dissi che l’unica cosa di cui aveva bisogno la bovina era mangiare ed essere munta, perché il suo sistema circolatorio non poteva star meglio di così. Fui redarguita perché non avevo “correttamente risposto alla domanda”, ma il sorriso di assenso che lo stesso docente mi fece subito dopo mi fece capire che forse anche lui non era completamente appagato dal modo in cui dovevano essere condotti gli esami...
Tuttavia queste sono le necessità per un docente di medicina veterinaria, il veterinario è un SANITARIO e nessuno dovrebbe dimenticarlo, tanto meno i colleghi professionisti, che sempre più, in barba alla fatica che hanno dovuto sopportare per superare tutti gli esami specialistici della classe di laurea, vanno a proporsi come educatori cinofili, pet-partner in attività assistite dagli animali, fecondatori artificiali. Non abbiamo studiato per questo! È come se un gastroenterologo volesse ad un certo punto lavorare nel campo della fisioterapia: nessuno può impedirglielo, purché egli consegua anche una laurea appropriata per fare il fisioterapista; essere medico non significa conoscere le “tecniche” di fisioterapia, che è un altro mestiere!
Torniamo alla fretta: proprio per la mole di lavoro che lo studente di medicina veterinaria deve sopportare (non si studia mica solo il cavallo), non è umanamente possibile pretendere che ne sappia anche (e ad alto livello) di equitazione; è per questo che i veterinari alle prime armi possono essere messi a tacere da esperti groom che conoscono i cavalli meglio di loro… perché molta parte del loro percorso è focalizzato su materie che magari non serviranno durante il successivo percorso professionale. Ma che fare? Pretendere che le Facoltà di Medicina Veterinaria creino percorsi didattici specie-specifici? Improponibile: la nostra realtà zootecnica è quello che è, sempre più in difficoltà e sempre meno supportata a livello economico; d’altro canto, l’animale da compagnia o ricade esclusivamente sulle spalle del proprietario (che nei momenti di crisi lo relega all’ultimo posto nelle priorità sanitarie della famiglia), o sempre più spesso l’ingresso da parte di strutture pubbliche, in quelle procedure sanitarie che sono il pane quotidiano del veterinario e che vengono invece fornite a titolo praticamente gratuito (sverminazioni, vaccinazioni, sterilizzazioni) rischiano ancora di più di creare un percorso malvagio di deresponsabilizzazione nei confronti degli animali (il discorso sarebbe lungo e forse tra qualche anno, oltre al randagismo canino ci ritroveremo a parlare di randagismo equino).
Viste le difficoltà che per forza di cose graveranno sulla professione, uno studente di medicina veterinaria ha quindi la necessità di crescere culturalmente con un livello di preparazione quanto più orizzontale possibile, in attesa che la vita, l’esperienza o la passione che acquisirà per un settore particolare della medicina veterinaria, lo indirizzino nella maniera migliore verso una scelta congruente con le proprie aspirazioni/specificità.
TORNANDO AL CAVALLO è per questo che il veterinario, da sanitario qual è, lavora sempre più ad una preparazione specialistica di tipo medico-chirurgico, confrontandosi con tecniche e metodiche che qualche anno fa erano impensabili per la Medicina Veterinaria e sono invece diventate realtà. Il risultato è che l’università porta avanti le conoscenze e il sapere sulla medicina del cavallo in modo sempre più spinto, mentre a livello pratico le conoscenze non sono affatto sufficienti, e non solo in Italia. Mal comune, mezzo gaudio: è per questo che in tutta Europa sono nate scuole di “Equine science, Equine management o Equitation science” , perché la veterinaria non sapeva più rispondere alle necessità del mondo equestre: un veterinario del settore benessere dell’ASL deve spuntare una check list e non si accorge più dell’animale, diventa un burocrate e si accontenta delle “istantanee” che la struttura controllata gli propone. È per questo che, pur avendo in Italia una delle leggi più avanzate per il benessere animale, la legge n. 189/2004, vediamo ancora oggi troppe strutture fuorilegge, troppi animali maltrattati. Il mio intervento vuole stimolare una riflessione profonda: un veterinario (leggi ippiatra) non deve essere solo un sanitario, ma conoscere dell’animale (leggi cavallo) ogni necessità, soprattutto quando l’animale in questione vive un rapporto così particolare con l’uomo da diventare insieme a lui un corpo unico, un “binomio sportivo”. Se l’obiettivo non può essere raggiunto durante il percorso classico, allora diventa necessario che il nostro sanitario SI SPECIALIZZI, ovvero nei tre anni successivi, anziché andare a fare il praticantato/schiavo di qualche collega, studi ancora e questa volta in modo verticalizzato, il “sistema cavallo e il sistema “equitazione”. Solo così, reso competente nel fare, sarà reso adatto anche al comandare (leggasi far rispettare le leggi).
Cordialmente
PIA LUCIDI


























