Ribot e Magistris, la grande amicizia
LA STORIA DI RIBOT di Luigi Gianoli
“… Già, Magistris. Mi ero dimenticato di lui, il compagno, l’amico paziente, silenzioso, fedele. Si erano incontrati a 3 anni. Prima Ribot aveva un amichetto in Audran, un piccolo tracagnotto figlio di Astolfina. Fattosi male Audran, entrò in scena Magistris, ovvero la vocazione del gregario. Andarono d’accordo fin dal primo giorno che si conobbero perché quando Ribot faceva il pazzo, Magistris, incapace di stare al gioco, restava fermo, immobile a fissarlo con uno sguardo stupito e anche pieno di deplorazione: il che bastava spesso per rimettere tranquillo il campione.
In lavoro andavano via di buona lena, perché Magistris era un ottimo galoppatore. Magistris graduava la sua azione su quella dell’amico fino al momento in cui questo attaccava lo spunto. Allora Magistris cedeva il passo e, consapevole della forza di quello, rallentava.
Erano dirimpettai di box. Al mattino si salutavano con un nitrito. Magistris faceva sempre la strada al compagno con calma, con riservatezza, un contegno serio, un po’ caricato da una lieve sfumatura didattica. Ma Ribot non voleva imparare le buone maniere. Tuttavia la prima volta che dovettero salire in aereo, la testa incappucciata per regolamento da un casco sormontato da una calotta protettiva di acciaio e gomma, Magistris giunto alla porta, urtando ogni volta la testa nello stipite superiore, tornava indietro mortificato di non farcela. Finchè Ribot perse la pazienza e, irritato a tanta stupidità, salì sul ponte e, abbassata la testa, varcò la difficile soglia. Fatto ciò, si volse appena verso Magistris con un breve nitrito che valeva un “vedi? Si fa così, o fesso”. E allora anche Magistris, abbassando la testa, passò.
Delle esibizioni Ribot non ne voleva sapere. Dovettero trascinarlo a forza in pista. Era stralunato. Si ribellava a chi voleva farlo correre impreparato, impennandosi, recalcitrando. Alle Capannelle addirittura rifiutò di partire. Solo la rassicurante compagnia di Magistris lo decise infine a muoversi. In arrivo allungò con decisione e quando Camici tentò di rallentarlo, la vendetta: un colpo di reni e il celebre fantino volò a terra.
Ci rimase male Camici per quell’incidente. Per una settimana restò più scuro, più taciturno del solito. Non voleva ammettere che in fondo era stato un diritto di Ribot finire la carriera con un estremo gesto se non ribelle, indiscutibilmente libertario, fedele fino all’ultimo alla superbia del suo carattere di campione prepotente, forse un po’ dispotico, un campione che nessuno di noi poté vedere impegnato in corsa al massimo delle sue possibilità…”

























