MIPAAF, il testo ufficiale del discorso di Galan
L'UFFICIO STAMPA del MIPAAF (Ministero per le politiche Agricole, Alimentari e Forestali) comunica: “Lo spagnolo Fernando Savater, scrittore e filosofo dei cavalli, in un suo libro dedicato ai cavalli appunto, si è servito di una filosofica riflessione – scritta tra l’altro da un cronista sportivo – per dirci che “a volte bisogna lasciar stare le questioni di vita o di morte e occuparsi di cose importanti”.
E che il cavallo sia una cosa importante ne abbiamo la prova – felicemente evidente – qui, alla Fiera di Verona.
Per la verità, la storia stessa del Veneto è segnata fin da epoche lontanissime da quella che possiamo chiamare la “linea del cavallo”. Una “linea” che di sicuro ha il suo leggendario punto di partenza nei quattro cavalli sulla facciata della Basilica di San Marco a Venezia. E sempre a Venezia c’è il cavallo su cui avanza Bartolomeo Colleoni e poi, a Padova, c’è il cavallo di Donatello per il Gattamelata e, infine, ecco la fantastica cavalcata degli Scaligeri, che fa di Verona la storica terra del cavallo, narrato sia nella sua più concreta realtà che nella più elegante immaginazione.
Ma per noi italiani questo è un giorno particolare, un giorno di festa e di memoria, perché il 4 novembre è pur sempre la Festa della Vittoria, la data cioè della definitiva Unità d’Italia. L’Unità d’Italia che ebbe il suo primo simbolo in quell’incontro di Teano, nel quale Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele gran parte dell’Italia. Il Generale e il Re erano entrambi in sella. Erano a cavallo. Parole queste che evocano il popolare modo di dire “siamo a cavallo”, intendendo che siamo messi bene. Ma, da Ministro delle politiche agricole, con un Ministero cui fa riferimento il cosiddetto “comparto del cavallo”, e meglio sarebbe invece chiamarlo “il mondo del cavallo”, posso forse affermare che siamo per davvero a cavallo?
"CI TROVIAMO nella più importante manifestazione italiana riservata al cavallo e alla gente che lo ama. E’ l’occasione quindi per confrontarci sul futuro di un mondo che vive una strana dicotomia: da un lato la passione ippica cresce nei cittadini in misura esponenziale, come testimonia il successo di migliaia di maneggi e centri ippici o di manifestazioni come questa, che coinvolgono centinaia di migliaia di appassionati; dall’altro il disinteresse ormai drammatico verso le corse ippiche e le scommesse che gravitano intorno ad esse.
Ora sarei tentato di addentrarmi nei numeri dell’ippica, così come ho fatto qualche giorno fa, quando mi sono lasciato prendere anch’io dalla mania dei numeri. Non lo farò più, dato che mi sono accorto che si leggono e si sentono statistiche e numeri d’ogni genere, numeri ai quali ciascuno fa dire quello che vuole, citandoli a caso e senza metterli tutti in fila come si dovrebbe.
Perfino nelle più recenti relazioni dell’Unire, che purtroppo non è un verbo all’infinito ma una sigla, è stato fatto dire a dei numeri il contrario di quello che si voleva far sapere fino al giorno prima: in fondo non stiamo male, è stato detto. Mi chiedo allora il perché di queste interminabili polemiche e di queste pressanti richieste di finanziamento, se non addirittura invocazioni per un vero e proprio assistenzialismo, in un momento in cui si sta vivendo una crisi tutt’altro che superficiale e pertanto di lunga durata. Tanto è vero che da più parti si sostiene che il declino economico e finanziario sia cominciato nel 2000.
Io sono qui da qualche mese e dunque in quanto accaduto fino ad ora c’è una mia relativa responsabilità. Mi chiedo però che cosa sia stato fatto nel corso di questo declinante decennio. Ma più ancora mi chiedo che cosa si dovrebbe fare adesso, adesso che sono calati in maniera impressionante gli incassi e l’interesse della gente verso le corse dei cavalli e verso l’ippica, sia come spettacolo che come scommessa, essendo da tempo avvenuta una grande mutazione del mondo in cui viviamo.
"INFATTI, io penso che l’Unire come è strutturata oggi - ente pubblico di primo livello - non corrisponda più alle esigenze del mondo che abbiamo attorno a noi, esigenze che richiedono velocità nelle decisioni, prontezza nel cogliere le novità, fantasia nelle previsioni e creatività nel programmare.
Corre l’obbligo comunque di partire dal persistente stato di crisi finanziario-organizzativa in cui versa da anni l’ippica italiana. Una crisi che ha falcidiato in modo impressionante le presenze degli spettatori negli ippodromi e che ha avuto come corollario negativo il quasi dimezzamento dei volumi di gioco. E come in ogni autentica crisi non sono mancati ulteriori effetti negativi: il crollo numerico e dimensionale dei proprietari amatoriali; il crollo di appetibilità nei confronti di investitori, sponsor, operatori mediatici, organizzatori di eventi, ecc… %%newpage%%
Ciò nonostante, non mi sembra che ci siano state risposte adeguate ad avviare il superamento dei diversi fenomeni critici. Così si è assistito passivamente al dilagare di alternative estranee all’ippica nell’utilizzo del weekend, si è assistito passivamente alla pervasività del calcio, alla concorrenza di altre tipologie di scommesse e giochi, non esclusa la disastrosa immagine di una scarsa trasparenza del sistema dell’ippica. In un simile contesto, credo sia lecito ipotizzare la riduzione del numero delle corse, e quindi riconsiderare il numero degli ippodromi, probabilmente troppi e che forse andrebbero trattati e classificati in maniera diversa, perché non tutti sono uguali, e non faccio nomi, per non citare casi per così dire “politici”, o forse li faccio: San Siro non è uguale a… deh, lasciamo perdere.
In sintesi, si è continuato ad impiegare tutte le risorse disponibili senza porre in essere alcuna politica di investimento per invertire gli andamenti in atto.
Le risorse, inoltre, sono state finalizzate in massima parte nel cercare di rendere più appetibile il settore per gli scommettitori, come se esclusivamente da essi dipendessero le sorti del cavallo italiano, trascurando così l’immenso patrimonio di passione e amore verso il cavallo che larga parte della popolazione italiana nutre, pur non frequentando gli ippodromi.
Insomma, per inseguire gli scommettitori troppo spesso ci siamo dimenticati che milioni di italiani amano il cavallo pur senza scommettere sulle corse.
CI SIAMO DIMENTICATI, cioè, che intorno al cavallo c’è un mondo produttivo e ambientale che è strategico, e lo è non perché produce gettito dalle scommesse, ma perché dà linfa e dignità lavorativa a territori e famiglie.
Eppure si dice il vero quando si sostiene che il patrimonio genetico dell’ippica italiana è straordinario, dato che i cavalli italiani sono tra i migliori al mondo; oppure che per allevare e produrre alimento per i cavalli l’agricoltura italiana utilizza 610.000 ettari, per intenderci una superficie maggiore della Liguria; oppure che sono decine di migliaia gli operatori della “filiera del cavallo”, dei quali circa il 90 per cento è a diretto contatto con il cavallo; oppure che funziona molto bene il sistema degli agriturismo, che hanno almeno un cavallo in azienda; oppure che moltissimi sono i ricercatori di ottimo livello impegnati in ricerche sul cavallo nelle Università italiane; oppure che sono 120.000 gli iscritti alla Fise, la Federazione italiana sport equestri; oppure che Fieracavalli ha registrato nel 2009 153.000 presenze, un grande successo dovuto ad un pubblico fatto di famiglie e di appassionati che amano il cavallo.
Questi dati testimoniano un fermento positivo, che andrebbe utilizzato e valorizzato per il bene complessivo dell’ippica nazionale.
Invece, è sul versante delle “corse” che le cose vanno male. Se in pochi anni si è aperta una voragine nelle presenze degli spettatori e questo in un settore che, in altre forme, continua ad affascinare un vasto pubblico, è evidente che c’è un problema, sia organizzativo che di comunicazione.
Fino agli anni novanta le scommesse ippiche garantivano l’autosufficienza del settore: oggi oltre un terzo delle risorse necessarie per assicurare i montepremi e il mantenimento del settore nella sua attuale struttura, devono essere assicurate dal contribuente attraverso i trasferimenti dello Stato.
"SENZA ENTRARE in polemiche sterili continuando a guardare al passato, vorrei condividere con voi l’interrogativo che ho posto alla Camera dei deputati nel corso della mia recente audizione sull’argomento:
“Può il mondo dell'ippica, con questi dati, con questa situazione finanziaria, con un meno 94 per cento di spettatori in circa dodici anni, permettersi 43 ippodromi e 18 mila gare, ammesso che questi siano numeri esatti?”
Per far fronte alla crisi finanziaria derivante dal crollo delle scommesse, questo Governo si è fatto carico di un intervento finanziario straordinario: 150 milioni di euro annui nel biennio 2009 e 2010 attraverso il decreto legge 185/2008. Fondi che - e posso dirlo a buon diritto - sono riuscito a far inserire nel bilancio del Ministero delle politiche agricole anche per il 2011, dando quindi certezza finanziaria al settore per il prossimo anno.
Chiedere ulteriori risorse al Governo è francamente impossibile, e se lo facessimo saremmo degli ipocriti.
Piuttosto, lo sforzo che faremo fin da subito sarà quello di dotare l’Ente preposto alle azioni di rilancio nel settore - l’Unire - di una guida strutturata, efficace e stabile, in grado di attuare quelle riforme che molti hanno annunciato, anche attraverso corposi documenti programmatici, lasciati però da qualche parte nei cassetti ministeriali.


























