Le Tavole della Legge: Decalogo etico per cavalieri moderni e non modernisti.
Equitazione emozionale, approccio olistico, bioenergetico, animal-centered approach, equitazione del benessere… Questo lessico variegato accompagna un cambiamento di paradigma, segno tangibile che l’equitazione moderna sta prendendo una direzione diversa da quella tradizionale.
Il concetto di benessere (animale e umano) guida oggi un ventaglio prolifico di correnti, complice una spinta sociale potente che, negli ultimi anni in Italia, è sfociata addirittura nella Costituzione con la modifica all’Art. 33. Tuttavia è essenziale che non si cada in soluzioni superficiali o contraddittorie.
Perché tutto questo non diventi una deriva e rappresenti un’evoluzione piuttosto che un’involuzione disperdendosi in decine di scuole diverse più o meno accreditate, occorre rimettere al centro alcuni principi che possano ancorarci saldamente nel mare di quelle che diventano offerte del mercato e che talvolta scadono nell'inutile o addirittura nel dannoso.
Ecco dieci regole fondamentali e senza tempo che dovrebbero guidare chi pratica gli sport equestri, sia a livello amatoriale che professionale; una sorta di 10 tavole della legge, cardini inamovibili: 5 per il cavallo e 5 per il cavaliere.
1. Il cavallo è un animale: tutelarne la natura biologica e sociale, diversa da quella umana, rappresenta il primo passo per stabilire una relazione sana e rispettosa. A volte, nel fervore dell’ambizione, dimentichiamo qualcosa che è tanto ovvio quanto importante: il cavallo è prima di tutto un animale. Regalargli una torta (financo di carote) per il suo compleanno perde dunque ogni significato a meno che non consideriamo il gesto una proiezione delle emozioni del proprietario. Umanizzare un animale significa interpretarlo secondo criteri umani, semplificando una complessità e permettendo che il rischio di antropomorfismo, sorretto sovente da ottime intenzioni ma da scarsa cultura, si insinui nelle scuderie.
2. Il cavallo è un essere senziente: è un animale con emozioni e sensazioni ed è incredibilmente sensibile all'ambiente e allo stato del cavaliere; questa condizione gli è riconosciuta scientificamente e giuridicamente a partire dal Trattato di Lisbona (2007 Art. 13 del TFUE). Il rispetto per l'animale implica il riconoscimento di questo stato ed un agire coerente.
3. Il cavallo e il diritto alle 5 libertà animali: codificate dal Farm Animal Welfare Council nel 1979, le 5 libertà rappresentano la base di quanto deve essere assicurato ad un animale nel rispetto delle sue necessità ed in ogni fase della sua esistenza (anche da anziano, infortunato, fattrice, …): libertà dalla fame e dalla sete, libertà dal disagio, libertà dal dolore, dalle lesioni e dalle malattie, libertà di manifestare i comportamenti specie specifici e libertà dalla paura e dallo stress. Insomma il diritto ad una vita dignitosa nel lungo periodo.
4. Il cavallo non è un prolungamento dell’ego umano: ridurlo a strumento per esibire abilità o esaudire ambizioni tradisce la sua natura e il principio stesso della relazione etica tra uomo e animale. Il cavallo non esiste per servire l’immagine dell’uomo, ma per essere un partner da ascoltare e interpretare (anche nello sport), nel rispetto della sua identità specie-specifica.
5. Il cavallo è oggetto di tutela giuridica: in molte legislazioni moderne, il cavallo non è più considerato solo un bene materiale, ma un essere tutelato da norme e titolare di specifici diritti. Questo riconoscimento introduce la dimensione normativa che impone obblighi legali e morali a chi ha la responsabilità di un cavallo: codici civili e penali in vari paesi stabiliscono sanzioni per il maltrattamento e impongono regolamenti per la tutela del cavallo atleta che decretano limiti (no doping, rispettare età e carichi di lavoro), obblighi etici e legali per allenatori, proprietari e organizzatori.
6. Il cavaliere deve essere anche un allenatore e un addestratore: ogni sessione di allenamento è foriera di progressi o involuzioni nel lavoro e nel rapporto tra i 2 componenti il binomio; pertanto è responsabilità di ogni cavaliere (seppur guidato da un istruttore) anche la preparazione culturale che gli consenta di interagire col cavallo in veste di trainer. Il cavaliere dovrà tenere ben a mente che ogni gesto educa e che il modo in cui si insegna conta quanto ciò che si insegna. L'allenamento rappresenta un'opportunità per rafforzare la relazione che è alla base della costruzione del binomio: qui pazienza e cultura sono la chiave per un rapporto rispettoso e consapevole. Non esistono scorciatoie.
7. Il cavaliere è un atleta: la metà umana del binomio ha la responsabilità di rispettare anche la propria natura di atleta; come tale, allo scopo di non farsi male e di non farne al cavallo, deve preparare adeguatamente il suo corpo prima di ogni sessione di lavoro, ma anche in maniera continuativa attraverso una preparazione collaterale di supporto che gli consenta di costruirsi fisicamente e mentalmente.
8. Il cavaliere deve mantenere sempre attivo lo spirito d'osservazione: non si finisce mai di imparare. Il cavaliere deve rimanere sempre un apprendista, disponibile a mettersi umilmente in discussione: ogni cavallo insegna qualcosa e solo chi resta allievo diventa davvero maestro. Durante ogni sessione di lavoro, ma anche nella quotidianità della relazione, è necessario sviluppare consapevolezza, praticare un ascolto attivo ed empatico e osservare più cavalli.
9. Il cavaliere è tenuto a formarsi continuamente: la figura del cavaliere non può più essere considerata semplicemente in funzione dell’esperienza pratica maturata “sul campo”. La continua evoluzione delle conoscenze in ambito etologico, biomeccanico, veterinario e tecnico impone oggi un modello formativo ben più articolato, che deve configurarsi come un percorso continuo fondato su una crescita costante e multidisciplinare attraverso un approccio umile, comprensivo di capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni e aperto al confronto professionale con i colleghi.
10. Il cavaliere è responsabile della sicurezza di entrambi: l’uomo, quale soggetto agente, è responsabile non solo della propria incolumità, ma anche di quella del cavallo: pertanto, è tenuto a conoscere i rischi specifici e ad adottare misure preventive adeguate, riducendo al minimo le condizioni che possano compromettere l’integrità fisica e mentale di entrambi. In definitiva, la responsabilità dell’uomo verso il cavallo è totale e multidimensionale: si estende dalla cura quotidiana, alla tutela sanitaria, fino alla salvaguardia della sicurezza in ogni interazione.
L’uomo non è il padrone del cavallo: ne è il custode. Avere il potere di decidere comporta il dovere di proteggere; sé stesso, la creatura che da lui dipende e, con essa, l’unità che insieme formano: il binomio. Ma questa è un’altra storia…




























