Ippica in lutto, ci ha lasciato Angelo Vincis.
Ci lascia un’altra figura storica del turf italiano che fu, Angelo Vincis.
Angelo apparteneva a quella generazione per la quale montare a cavallo non era ancora mestiere da copertina, ma arte, coraggio e disciplina.
Per quelli dell’ippica era Angelino, ché certi diminutivi non hanno nulla a che vedere con la statura degli uomini.
Restano appiccicati addosso come i nomi di scuderia, come l’odore del cuoio e della terra bagnata, e finiscono per accompagnarti per tutta la vita.
Se n’è andato appena sei mesi dopo suo fratello Mario.
Quasi che tra i due fosse rimasto ancora un appuntamento da rispettare, una corsa da disputare insieme da qualche altra parte.
Erano sardi, i Vincis.
E quando dalla Sardegna si partiva per cercare fortuna sui grandi ippodromi del continente non c’erano voli a buon mercato e procuratori ad aspettarti.
C’era il mestiere. Quello imparato presto, osservando, faticando e parlando poco.
Angelo approdò nel mondo ippico alla corte della Scuderia Mantova, una delle grandi scuole dell'ippica italiana. Capace di forgiare uomini che avrebbero poi fatto la storia del nostro turf.
Aveva scelto la difficile e nobile arte di fare il fantino Angelo.
E in sella ci sapeva stare.
Lo ricordava il grande Gianfranco Dettori in una intervista rilasciata qualche anno fa quando, raccontando i propri inizi alle Capannelle, diceva di aver trovato al suo arrivo «un altro fantino sardo, Angelo Vincis, allievo della Scuderia Mantova».
Non è un particolare da poco.
Perché prima che la Sardegna diventasse una delle grandi terre madri dei fantini italiani, qualcuno dovette arrivare per primo.
Qualcuno dovette prendere la valigia, attraversare il mare e presentarsi alle scuderie di Roma con poco più del proprio peso, le mani buone e la pretesa di dimostrare quanto valeva.
Angelino era tra quelli.
Correva in un'ippica diversa da quella di oggi.
Un'ippica nella quale il fantino pesava cinquanta chili ma doveva possedere il carattere di un peso massimo.
Si montava contro gente come Enrico Camici, Gianfranco Dettori, Carlo Ferrari, Bruno Agriforni, Silvio Parravani, Roberto Renzoni.
Uomini che oggi appartengono agli almanacchi e allora erano semplicemente quelli che trovavi accanto ai nastri di partenza.
Angelo Vincis correva con loro.
Nel 1966 lo troviamo nel Gran Premio dei Fantini, in sella a Ovvego, nella estate dello stesso anno vince il Città di Napoli con Astese con i colori della Scuderia Mantova.
Nel 1967 alle Capannelle porta Miss Grey alla vittoria nel Premio Marguerite Vernaut.
Nello stesso anno è nel Premio Tor di Valle con Doresso.
Poi viene il 1968.
A San Rossore si corre il Premio Pisa, una di quelle corse che possiedono una memoria propria.
Nell'albo d'oro vi sono passati cavalli che hanno scritto la storia del galoppo.
Quell'anno vince Newton. In sella c'è Angelino.
Dietro restano Friuli e Novale.
Gli albi d'oro hanno questo di magnifico: non conoscono nostalgia e non fanno favori.
Scrivono un nome e quello rimane. 1968 — Newton — A. Vincis. Basta quasi questo.
Ma Angelino continuò a correre. Intessendo negli anni anche una proficua collaborazione con la Scuderia Ramazzotti e con un’altra leggenda del galoppo italiano Vittorio “Toto” Asinari di San Marzano.
Lo ritroviamo ancora nelle grandi riunioni delle Capannelle e, nel 1973, a San Siro, ancora una volta nel Gran Premio dei Fantini.
Segno di una carriera lunga, trascorsa in quell'Italia ippica nella quale Roma, Milano e Pisa erano stazioni di una geografia particolare fatta di cavalli, bilance, steccati, van e uomini minuti capaci di governare cinquecento chili lanciati al galoppo.
Poi, inevitabilmente, viene il giorno in cui il fantino scende di sella.
Gli ippodromi cambiano. Cambiano i cavalli, cambiano i proprietari, cambiano persino le tribune. I nomi che un tempo riempivano le pagine sportive diventano una riga negli archivi.
Ma gli uomini rimangono nella memoria di chi li ha conosciuti. E Angelo Vincis apparteneva soprattutto a quella razza lì: gli uomini di cavalli. Gente che raramente aveva bisogno di spiegare chi fosse.
A sei mesi dalla morte del fratello Mario, anche Angelino ha dunque raggiunto il traguardo.
Verrebbe facile immaginare i due fratelli di nuovo insieme in una scuderia impossibile, Mario ad osservare un cavallo e Angelo già pronto a chiedergli se sia buono abbastanza per montarlo.
Ma forse è meglio non aggiungere troppa poesia a chi ha vissuto di una poesia assai più concreta: quella del galoppo.
Rimane una famiglia che oggi perde un marito e un padre.
Alla moglie Giuliana e alla figlia Cristina vanno le condoglianze più sincere del nostro giornale e l'abbraccio di quanti hanno conosciuto Angelo, personalmente oppure attraverso quel mondo dell'ippica italiana del quale è stato parte.
E rimane un nome. Angelo Vincis.
Angelino per gli amici dell'ippodromo



























