IL " BENESSERE DEL CAVALLO " ha più di 500 anni
Si parla tanto del “benessere del cavallo” come principio fondamentale nell’allevamento di questi amati animali come se fosse una scoperta dell’ultimo periodo. Ci si stupisce ad ogni affermazione che compendia il principio e si applaude a qualsiasi iniziativa che venga presa in suo nome.
Pare che pochi ricordino che il benessere del cavallo era già una preoccupazione dell’uomo di cavalli del sec. XVI, quando l’Italia, ed in particolare Napoli, era il centro della trattatistica equestre europea; difatti le fonti raccontano che, caduta Costantinopoli nel 1473, esperti nell’arte dell’equitare di origine persiana si trasferissero a Napoli ove fu fondata la piu’ importante Accademia di Arte Equestre ad opera del ravellese Federico Grisone nel 1532.
Nell’Accademia si formarono ed insegnarono i padri dell’equitazione mondiale, Antonio Pirro, Giovan B. Caracciolo, Cesare Fiaschi, Salomon de La Broue e Antoine de Pluvinel.
Grisone, studioso di Senofonte, scrittore e maestro di equitazione, ebbe tra i suoi allievi Giovanni Battista Pignatelli, grande esperto di cavalli, definito dai contemporanei il padre dell’arte dell’equitazione, primo cavaliere a pubblicare il trattato,” Gli ordini del cavalcare” nel 1550.
La scuola napoletana, grazie anche alla riscoperta degli autori classici, rappresentò il riferimento culturale per l’equitazione accademica che dalle Corti principesche italiane trasmise al Continente la nostra arte di cavalcare.
I cavalieri napoletani erano richiesti nelle corti di tutta Europa. L'alta scuola oggi praticata a Vienna, a Saumur, a Jerez, deriva dall'equitazione napoletana.
I concetti fondamentali dell’arte di equitare sono riassunti nel testo “L’allegrezza del cavallo” di Giovanni Gamboa, allievo di Pignatelli, che riteneva l’ignoranza del cavaliere su conoscenze teoriche dell’equitazione la fonte di tutti i mali.
Difatti, riteneva Gamboa, le conoscenze teoriche permettono di capire le cause dei difetti dell’animale e di apportarvi i rimedi. Pertanto a nulla servono urla, strepiti e maltrattamenti fisici che fiaccano e intimidiscono il cavallo.
Riportiamo alcuni brani del testo del Gamboa perchè significativi al riguardo:Me ricordo d’haver veduto dar simili letioni e faticare e, bastonare i poveri cavalli, senza poter intendere ciò che si volesse da essi il loro cavallerizzo. E come erano molto trangosciati e stanchi e avviliti, dismontarli e rimandarli a casa così stanchi e accorati, che mi movevano a molta compassione (de Gamboa, 1606, p. 10).
Un cavallo trattato brutalmente non riesce ad esprimere la bellezza dell’ animale tranquillo che procede all’unisono con il cavaliere:
un cavallo malinconico, non darà si bella mostra di sé come farà il poco d’un cavallo vivace e allegro, la onde si deve dall’accorto Cavaliero procurar con ogni studio e arte di farlo tale (de Gamboa, 1606, p. 10).
Per questo l’addestramento deve ispirarsi a due criteri fondamentali:
sopra tutto havere in mente di non darli soverchia fatiga, e l’altra, principiare sempre ad insegnarli le cose più facili, à ciò sia più lieve l’obedire, e intendere (de Gamboa, 1606, p. 79).
Anche il maestro francese Plunivel ritiene indispensabile evitare ogni forma gratuita di violenza, poiché solo il cavallo che lavora volentieri e non per paura può esprimere tutta la sua bellezza:(se è possibile farne a meno) non bisogna affatto battere [il cavallo] all’inizio, nel mezzo e alla fine [dell’addestramento], essendo ben più necessario addestrarlo mediante la dolcezza (se se ne ha modo) che attraverso il rigore, visto che il cavallo che maneggia per piacere, mostra ben maggiore grazia di quello che vi è costretto dalla forza (PLUVINEL, 1625, p. 24).
Questo aspetto è così presente in Pluvinel che arriva a sostenere che se la violenza fosse l’unico modo per addestrare e montare i cavalli, abbandonerebbe l’equitazione, visto che la brutalità toglie ogni grazia al cavaliere e spoglia il cavallo di ogni virtù:
Se i cavalli non andassero per altri aiuti che i colpi di sperone, io confesso francamente che abbandonerei l’esercizio della cavalleria, non essendoci alcun piacere nel far maneggiare un cavallo mediante la sola forza: perché l’uomo non avrà mai buona grazie fintanto che sarà costretto a batterlo e un cavallo non sarà mai piacevole da guardare nel suo maneggio, se non prova piacere in tutte le azioni che compie (PLUVINEL, 1625, pp. 35-36).
Ogni scuderia dovrebbe essere fornita di questi testi cinquecenteschi.
Ogni tanto andrebbero riletti con attenzione.




























