Domani l'Arc de Triomphe, la corsa delle corse, delle femmine terribili e dell'immenso Ribot
Come in tutte le prime domeniche di ottobre, dal 1920 appunto a domenica, a Parigi si disputa l'Arc de Triomphe, classicissima del galoppo mondiale, mediamente seguita -giapponese più, giapponese meno, da un biliardino -inteso come misura numerica, non come calciobalilla - di persone, grazie ai diritti tv venduti in decine di Paesi, ma anche in ventine o trentine, qualche volta compresa Mamma Rai che ormai, anche se ogni scarrafone è bello a mamma sua, si guarda bene e anche male dal trasmettere la maggior parte dei comunque improponibili eventi ippici di casa nostra, tipo, da Varenne in poi, il Derby di trotto che ha una dotazione, creata con soldi pubblici, superiore all'Amerique e all'Elitloop ma operatori a parte -e talvolta manco loro- nessuno due giorni dopo sa chi l'abbia corso e neppure chi l'abbia vinto. E a dirla tutta neppure il giorno stesso...
In occasione dell'Arc i posti all'Ippodromo di Longchamp vanno spesso esauriti e il "bottino" al traguardo (anche se in realtà la corsa avrebbe lo stesso richiamo internazionale se in palio ci fossero solo la coppa, la gloria sportiva e la valorizzazione dei purosangue, in pista prima e in razza poi) è di 5 milioni di euro, tutti "investiti" dallo sponsor, non certo dai cittadini, che, pure servissero, li metterebbero volentieri (e ne mettono, per esempio, in scommesse) a differenza che da queste parti dove a sapere che esistono le corse dei cavalli siamo rimasti in pochi e tra loro io, che pure, a Dio piacendo o spiacendo -non sono più manco un boomer e non so come vengano chiamati i sessantenni- resto tra i più giovani per distacco, tipo quello che inflisse la tedesca Danedream a Shareta e Snow Fairy, a tempo di record nell'Arc 2011.
L'Albo d'Oro di questa grande corsa, a dimostrazione che l'ippica è uno sport democratico e aperto, è pieno di femmine terribili e bellissime: da Pearl Cap e Samos, alla straripante Corrida che a 3 anni arrivò terza e a 4 e a 5 trionfò per i colori storici di Marcel Boussac, da Caracalla a Coronation (ancora Boussac, che di Arc ne ha saputi vincere 6) fino a San San per poi arrivare alle magnifiche edizioni del 1974 con Allez France e di Ivanjica nel 76 con nel mezzo il clamoroso primo "triomphe" teutonico con Star Appeal che ricordo bene, anzi ancora meglio, perché -avevo 11 anni- lo presi a 100 sul campo dopo averlo "beccato" a 100 nel Milano a San Siro.
Dopo l'uno-due del maschio d'Irlanda Alleged ci fu addirittura una cinquina consecutiva di vincitrici "in rosa": Three Trojkas, Detroit, Gold River, Akijda e All Along, poi, nove anni dopo fu la volta di Urban Sea, quindi nel 2008 Zarkava per l'Aga Khan (che in pratica è, ora anche con gli eredi, il Re dell'Arc), nel 2011 appunto Danedream, l'anno dopo Solemia, quello dopo ancora Treve e poi, quello successivo, Treve de nuevo.
Le ultime signore a conquistare la classicissima sono state l'irlandese Found, la grigia inglese Alpinista e, due anni fa, Bluestocking...
Anche i tedeschi (per non dire dei giapponesi che comunque a furia -con la minuscola, per non confondersi con il cavallo, quello del west- di copiare e importare sono diventati una potenza e una minaccia incombente per gli europei), considerati fino a Star Appeal una specie terzomondista dagli sciovinisti francesi, ma anche dal resto del turf mondiale e lo stesso Star Appeal una sorta di Carneade, l'eccezione che conferma la regola, negli ultimi anni -merito di investimenti ed incroci per le medie e lunghe distanze, in controtendenza verso il sangue da velocisti e miler cercato e caricato, per moda, mercato e -mi si perdoni- ignoranza, dal resto d'Europa, vanno raccogliendo risultati eccellenti: prima, l'ho già scritto hanno stracciato tutti con Danedream, poi nel 2019 sono andati a segno, come allevamento e comproprietari, con Waldgeist, poi hanno colpito il bersaglio grosso con Torquator Tasso, che anche in un'altra edizione è stato ottimo terzo.
Ora veniamo agli italiani, a 4 ma anche a 2 gambe, perché è impossibile non citare Lanfranco Dettori che di Arc se ne è andati a prendere 6.
Il primo lo vinse con il sauro Lammtarra, prediletto dello Sceiccone, nel 95: era finito quasi per caso in groppa all'"Invisibile" (questa la traduzione del nome arabo del campione) nelle King George, le aveva vinte -con tanto di salto e scene da scugnizzo italiano capaci di rapire applausi e calore al blasonato e per certi versi "stoccafissesco" pubblico inglese- e per nulla al mondo il Maktoum lo avrebbe 'sceso' di sella, perché agli arabi non possono bastare i milioni e milioni di petroldollari distribuiti in corse senza storia per non essere più considerati dei 'parvenue' (proprio loro che di fatto hanno inventato il purosangue inglese, che in realtà era arabo) dovevano battere tutti nelle prove che la Storia ce l'hanno e la fanno, in primis proprio King George e Arc de Triomphe.
E sempre a proposito di Arc ci fu un tempo -bei tempi- che anche i non sempre simpaticissimi cugini d'Oltralpe presero a chiamarla -un po' come negli annali remoti, prima di Varenne, per l'Amerique di trotto- "la course des italiens" per merito soprattutto -senza risalire alla preistoria di Ortello e di Migoli- di Ribot, sia come atleta imbattuto e imbattibile, sia come padre, dato che lui fece centro e bis nel 1955 e nel 1956, poi nel "61 e nel 64 toccò ai figli Molvedo e Prince Royal espugnare Parigi.
Quando Ribot, ai tempi considerato un outsider, primo perché italiano e i francesi stimavano gli italiani quanto noi i tedeschi, secondo perché facevano imbattibile il campione di Wildenstein, Beau Prince II e terzo perché ai tempi i filmati mica viaggiavano su Internet e quindi in pochi davvero avevano visto quanto fosse stato devanstante Ribot nelle sette vittorie ottenute fino ad allora.
Pochi, tranne gli italiani, che partirono al seguito di Ribot verso Longchamp perché Parigi valeva bene una messa, nel senso di mettere la pila, in lire, al botteghino, che al dunque sbancarono, alla faccia di Beau Prince che non si piazzò neppure e dei francesi che si incazzarono come e più che con Bartali nel "48 ma impararono la lezione e l'anno dopo con Ribot stettero abbonatissimi e lo applaudirono (foto) come si applaude un campionissimo, che come tutti i campionissimi dello sport, non era solo italiano ma di tutta l'ippica e di tutti gli appassionati del mondo.
Dopo Prince Royal finita la pacchia e si deve aspettare fino al 1988 per risentire l'inno di Mameli, grazie al fortissimo Tony Bin che l'anno prima aveva sfiorato il successo battuto solo da Trempolino poi proprio quell'anno era stato ottimo secondo di Mtoto nelle King George inglesi ma stavolta, aiutato anche dalla fortuna e dal traffico in corsa che costrinse il povero Mtoto a uno slalom che nemmeno Thoeni e Stenmark nel parallelo di Ortisei, salvò quel minimo vantaggio sullo stesso che fa la differenza tra l'Albo d'Oro e i rimpianti.
E a proposito di rimpianti e scommesse ecco una storia legata in qualche maniera all'Arc e non soltanto.
Parliamo del mitico Sergio Antonini vero genio del banco e della punta, vero signore dell'ippica all'apparenza burbero ma in realtà di grande carica umana, che aveva saputo fare della sua debolezza -il gioco- il punto di forza della vita e del conto in banca (rigorosamente nell'ordine, perché, diceva parafrasando Andreotti "il gioco logora chi non lo fa").
Bene, cioè male, perché nell'Arc del 1988 l'Antonini bancò Tony Bin a tutti quegli illusi italiani perché un conto era fare da valletto a Trempolino e un altro sfidare Mtoto (sul quale, per non farsi mancare niente, piazzò qualche milioncino di suo), solo che poi furono gli illusi a passare alla cassa; due settimane dopo Tony Bin viene a Milano per il Jockey Club e stavolta lui gioca forte Carrol House perché "non possono correre insieme" e poi perché "l'Arc lo ha vinto per culo e per andare in culo a me, ma, a prescindere da tutto, Carrol è pure più fresco".
Morale? Tony non vince, è secondo, però di Roakarad (che paga a 100 contro 1 a qualche veggente, tra cui me) non di Carrol House che è solo terzo in una corsa dove la gente diceva che "correvano in due"...
Tutto male quel che finisce male?
No, nel senso che quando sei sulla storta non c'è limite al peggio.
Arc 1989: Tony Bin lo grazia perché è in Giappone, ma lui banca a tutte le quote Carrol House perché "uno che perde da Roakarad non può neppure correrla quella corsa, figuriamoci vincerla"...
Naturalmente finisce di nuovo con Mameli che risuona a Parigi e questo nonostante la scuderia del vincitore -Carrol House, touché- fosse mezza svizzera, l'allenatore inglese e il fantino irlandese. "Giusto per sfottere me", sentenzia tra il fatalista e il divertito il Sergio...
Tanto, se è vero che la Storia la scrivono i vincitori, è ancora più vero che dopo ogni corsa ce ne è sempre un'altra.
Ed allora è un'altra storia...



























