Quando ippofagia fa rima con lotteria
UN TEMPO nelle lotterie di paese si vinceva, che so, una bicicletta, un televisore, un tosta pane e, se andava di lusso, addirittura un viaggio. Oggi no. Oggi si vincono cavalli, anzi puledre. E’ successo qualche giorno fa a Giavera, nel trevigiano, dove nella locale festa è stata organizzata una lotteria con in palio, appunto, una cavallina. Chi c’era racconta di come, in attesa dell’estrazione, si sia sviluppata, fra coloro che avevano il biglietto in tasca, un dotta disputa sul miglior modo di cucinarla, quali i migliori vini per esaltarne il sapore, quali i contorni con cui accompagnare la particolarità di quella giovane carne. E ne parlavano sul serio, con competenza e profonda cognizione di causa. Dopo l’estrazione dei numeri, le cose si sono complicate un po’ perché pare che siano stati in dodici a vincere la povera bestiola.
Certo la decisione non deve essere stata semplice: prendere ognuno la propria parte e portarsela a casa oppure organizzare una gran tavolata e strafogarsi tutti insieme? Non sappiamo che sviluppi abbia avuto l’atroce dilemma. Di certo c’è solo che l’hanno subito imbarcata per il macello, perché tanto doveva essere comunque squartata a prescindere. Altrimenti che l’hanno vinta a fare?
Ci è capitato altre volte di parlare di ippofagia. Abbiamo cercato indietro nel tempo, per vedere quali origini possa aver avuto questa repellente malattia, il cui nome emana già di per sé ribrezzo. Ci siamo imbattuti in Papa Gregorio III, che nel 732 d.C. bollò l’ippofagia come ‘pratica abominevole’. Ci siamo imbattuti nei Longobardi, che consideravano ogni sofferenza inflitta al cavallo come una ferita inferta ad un uomo e come tale da punire. Siamo risaliti alla notte dei tempi, e abbiamo trovato il cavallo nelle storie e nei miti di tutte le culture. Ma tracce di ‘pastissada de caval’, niente. E allora siamo arrivati ad una conclusione: l’ippofagia non è una malattia, ma una tara dell’anima. Il che è peggio. Molto, ma molto peggio.


























