L'Europa e il benessere degli animali senzienti
IL PROCESSO di integrazione europea, dal Trattato di Amsterdam del 1997 a quello di Lisbona del dicembre 2007, fa un ulteriore passo avanti: la formula ‘benessere animale’ incassa una puntualizzazione. Ma non sul concetto di ‘benessere’, come sarebbe stato auspicabile per diradare le nebbie su cui galleggia la neutrale genericità del termine. Bensì sull’idea di ‘animale’, che nel giro di dieci anni conquista lo status di ‘senziente’.
Senziente: nove lettere, tre sillabe. Meno di una lettera l’anno, poco più di una sillaba a triennio. E va già bene, se solo si pensa che il 1997 è anche l’anno del protocollo di Kyoto per il quale, dopo dieci anni, siamo ancora qui a fare scongiuri e danze della pioggia perché gli dèi (in terra) concedano la speranza che un giorno l’aria di questo mondo possa tornare ad essere respirabile.
Abbinato ad ‘animale’, il termine ‘senziente’ ha il valore di una parola chiave per misurare la distanza che separa l’uomo da questa entità che continua a considerare estranea da sé. Cioè, agli animali non basta ‘esistere’ per aver diritto al benessere e, quindi, a dignità (come non basta, del resto, ancora a non poca parte dell’umanità. Ma questa non è un’altra storia!). Il loro passaggio dall’anonimato di ‘cosa’ all’identità di ‘creatura’ suscettibile di qualche diritto, passa attraverso la rideterminazione della sua natura in ‘essere senziente’. Cosa che, stando alla logica intrinseca di ogni normativa, fino a dicembre scorso, non era.
Polemica inutile, però. Anche l’esistenza dell’anima nella donna è stata, a suo tempo, oggetto di dibattito fra gli addetti ai lavori.
Comunque, meglio tardi che mai, verrebbe da dire. E lo diciamo. Ma con un punta di cautela, perchè qualche perplessità emerge dalla lettura integrale del paragrafo che sancisce l’animale come ‘essere senziente’.
All’articolo 13- Titolo II (‘Provvedimenti aventi applicazione generale’) del trattato si legge che bisogna “porre totale attenzione alle necessità degli animali”. Ma, immediatamente a seguire, c’è scritto anche ‘sempre rispettando i provvedimenti amministrativi e legislativi degli Stati Membri relativi in particolare ai riti religiosi, tradizioni culturali ed eredità regionali’.
E’ GRANDE la tentazione di commentare i molteplici significati, espliciti e impliciti, contenuti in questa seconda parte della norma. Ma scegliamo, per il momento, di soprassedere perchè grandi sono le complessità, e le contraddittorietà, con cui ogni argomentazione critica sarebbe chiamata a misurarsi. E qui, adesso, non ne abbiamo né il tempo né lo spazio. Una osservazione, però, vogliamo avanzarla subito: è ancora lunga la strada per una cultura umana che riconosca la natura come parte integrante di sé e non come elemento accidentale esterno con il quale, tutt’al più, nella migliore delle ipotesi, ‘dialettizzarsi’. Ma, comunque stiano le cose, qualunque cosa si pensi, una cosa è certa: con questo nuovo orientamento la comunità europea offre una opportunità di intervento che sarebbe colpevole lasciar cadere. E vediamo perché.
Nell’articolo sopra citato il concetto di ‘attenzione totale alle necessità degli animali’ viene esplicitamente messo in stretta relazione con la pratiche di formulazione e implementazione delle politiche “sull’agricoltura, pesca, trasporti, mercato interno, ricerca”. Il cavallo entra a pieno titolo come oggetto di ‘attenzione totale’ non per una, ma per due ragione: la prima, va da sé, in quanto animale; la seconda, in quanto animale che, assieme a pochi altri, fa davvero ‘mercato’. E neanche di poco conto.
Non stiamo pensando soltanto al mercato ‘visibile’, a quello, cioè, che viene movimentato dalle attività ippiche, allevatoriali, equestri e quant’altro di indotto e collaterale. Le quali, è sempre bene ribadirlo, sono di importante rilievo economico non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per le casse dello stato.
Stiamo pensando piuttosto al mercato che non si vede, a quel mercato che in questo paese è fatto di oltre un milione di persone che hanno scelto il cavallo come tratto distintivo esistenziale di un certo modo di stare al mondo. Stiamo pensando ad un milione e passa di persone che non hanno bisogno di una legge per rapportarsi con il proprio animale come con un ‘essere senziente’; che non hanno bisogno di una normativa che regoli la pratica della loro ‘attenzione totale” alla propria bestia. Stiamo pensando ad un milione di persone convinte che l’indice di civiltà di un paese si misura anche dal modo in cui vengono trattati gli animali.
Noi pensiamo che questa moltitudine debba mettere a disposizione dell’unione europea la propria esperienza di ‘Essere’ che si è scoperto ‘senziente’ entrando in contatto con un essere che ‘Senziente’ lo era già di suo, senza regolazione normativa.
E poiché è certo che questa enorme quantità di persone abbia già in testa come debba essere fatta una legge che tuteli davvero il benessere animale, non resta che farla parlare. C’è in Italia chi è disposto ad ascoltare?
‘Cavallo 2000’ è pronto a fare un dossier delle idee che i lettori vorranno far pervenire.


























