La favola dei cavalli e degli indiani Piedi Neri
LA DIFFERENZA FRA STORIA E LEGGENDA? Semplice: è la stessa che passa fra vero e falso, ovvio. Ma è una ovvietà che non convince. Almeno non del tutto. Perché non risponde alla domanda che preme immediatamente dopo: perché convivono? Azzardiamo, con la consapevolezza di rasentare un eccesso di semplificazione: perché la leggenda fissa nella memoria umana l’eternità della storia. Che, altrimenti, correrebbe il rischio di ridursi ad una serie di eventi in balia dell’usura del tempo. Giusto? Sbagliato? E chi lo sa! Sta di fatto, però, proprio l’epopea del cavallo si presta a rendere non completamente campata in aria una ipotesi di questa natura. Un esempio per tutti.
Sappiamo che il cavallo (Arabo e Andaluso) arriva in America nel XVII secolo con gli Spagnoli. E sappiamo anche che questo “accadimento” ribalta le condizioni di vita degli Indiani americani sotto ogni aspetto: caccia, spostamenti, migrazioni, sistema di rapporti, gerarchie interne, concezione della autorità, della ricchezza, del prestigio e del potere. Nonché le priorità di apprendimento, soprattutto per i giovano maschi. Vale a dire che la “scoperta” del cavallo trasforma la loro primitiva immediatezza di rapporto con il mondo circostante in una vera e propria cultura di relazione, articolata in modelli di importante complessità.
Questi i fatti. Che da soli, però, non bastano per spiegare perché proprio con il cavallo si accentua, fino ai valori massimi, quella tensione nei confronti della trascendenza che si incardina su i grandi misteri della natura. Perché, cioè, proprio al cavallo, e non un altro animale, magari più direttamente connesso ai bisogni di sopravvivenza (l’alce o il bisonte stesso), viene riservato il posto d’onore nel sistema delle divinizzazioni. La risposta a questo interrogativo uno non se la può giocare a testa o croce. Però, anche qui, un tentativo, si può fare: avrebbe un senso sostenere che il cavallo evoca la trasfigurazione della vita e della morte da casualità terrena a fondamento del gran disegno dell’eternità? Se così fosse, allora potrebbe spiegarsi perchè il cavallo viene accolto come mistero e allevato come perpetuazione di un prodigio. Può essere? Inutile chiederlo alla storia. Solo la leggenda sa rispondere. E, infatti, si racconta che…
UNA NOTTE, ad un guerriero della più antica tribù d’America, i Piedi Neri (Blackfoot), venne in sogno un grande lago. Sulle sponde c’era una gran quantità di animali, che tutti insieme non li aveva mai visti: cervi, cerbiatte, coyote, bisonti e altri ancora. Poi, nel sogno, c’era anche la voce del Gran Vecchio che gli diceva che erano animali buoni, che avrebbe potuto prenderne uno e portarlo all’accampamento. Questi animali potevano essere di grande aiuto perché erano capaci di portare pesi e tirare slitte meglio dei cani. Di buon mattino, armato di una lunga corda di bisonte, il guerriero si avviò in cerca del lago. Camminò a lungo e finalmente giunse. Era tutto vero, proprio come era apparso in sogno. Allora scavò una buca per nascondersi e osservare i movimenti degli animali. Bisognava aspettare il momento propizio per catturare il più grande e il più forte. Mentre era lì che osservava e valutava, ad un certo punto si levò un gran vento, le onde del lago si alzarono e da lontano si sentì come il rombo di un tuono. Cercò di guardarsi attorno per capire cosa stesse succedendo, ma la furia del vento e le sciabolate d’acqua gli impedivano di tenere gli occhi anche appena socchiusi. Intanto quel rombo si gonfiava e sembrava avvicinarsi sempre di più. Lui sapeva d’essere un guerriero coraggioso, però non poteva nascondere a se stesso di provare in quel momento qualcosa che somigliava, se non alla paura, sicuramente ad un senso di smarrimento. Si rannicchiò nella buca e attese che la furia di quell’incomprensibile mistero passasse.
Quando osò sporgere la testa dal suo nascondiglio, gli si parò davanti uno spettacolo mai visto. Animali con una lunga coda che toccava terra, con orecchie piccole, dritte e appuntite e con un corpo come quello dell’alce, ma più grande, si stavano abbeverando sulla sponda. Il più imponente fra loro si guardava attorno e scrutava l’orizzonte come se facesse la guardia. Avevano il mantello di ogni colore, bianco, nero, rosso, macchiato e i più piccoli fra loro erano sempre circondati dai più grandi. Nessuno prima di lui aveva mai visto niente di simile. Mentre era come ipnotizzato da questa visione, lo scosse la voce del Gran Vecchio: “Ecco! Anche se non lo sapevi, era questo l’animale che stavi aspettando. Hai davanti a te qualcosa che supera il sogno. Non aver paura di ciò che non conosci. Tira fuori tutto il tuo coraggio, anche quello che non sai di avere. Questo animale sarà la misura del tuo valore. Prendilo”.
IL GUERRIERO si accostò al cavallo più grande con cautela. Per un momento dubitò del suo coraggio. Per la prima volta capì come l’ignoto possa disarmare il cuore. Ma capì pure che il cuore ha bisogno dell’ignoto per pulsare più forte. Si lanciò all’assalto, avvinghiò la orda attorno al collo dell’animale e cominciò a tirare con forza. Ma l’animale si impennò e con una potenza inimmaginabile si liberò di quella stretta e prese a galoppare verso il centro del lago con tutto il resto della mandria al seguito. Così come erano arrivati tuonando, sparirono di colpo fra colonne d’acqua.
Il guerriero se ne tornò al villaggio. Assieme al coraggio che non sapeva di avere, conobbe anche l’umiliazione di una potenza che aveva la forza invincibile del mistero. Si addormentò deluso e nel sonno invocò la voce di dentro. Che rispose: “Hai imparato il limite della tua forza. Adesso devi imparare a non uscirne sconfitto. Torna al lago e scegli fra quegli animali quello che è più alla tua portata”. Il giorno dopo si mise di nuovo in viaggio e, arrivato alle sponde del lago, si dispose ad attendere il fenomeno che già conosceva. Aspettò che gli animali si fermassero per bere, scelse e riuscì, non senza fatica, a prendere con la corda un puledro. E poi un altro ancora. E poi ancora. Tirò con forza, ma senza strappi. Quando si quietarono e li ebbe a portata di mano, gli venne spontaneo accarezzargli la groppa e il muso. E’ vero, non erano cattivi. Al villaggio, quando rientrò con questa compagnia, tutti ebbero paura. Ma lui li rassicurò: “ Fidatevi, li conosco, sono buoni”. Dopo qualche giorno tutto il villaggio si svegliò in gran subbuglio. Ogni madre portò a riparo i propri figli, ogni uomo corse ad armarsi. Solo i vecchi restarono immobili e a occhi chiusi a sentire i forti respiri che circondavano l’accampamento. Ad un tratto la terra emise come un accavallarsi di mille rintocchi forti, eppure leggeri. Dal bosco uscì di passo lento lo stallone con cui il guerriero si era misurato al lago. Dietro, le giumente, le madri dei puledri. La mandria entrò nel villaggio e ogni giumenta andò in cerca del proprio figlio. Non potevano più stare senza allattarli. Le donne del villaggio videro che le giumente facevano con i puledri la stessa cosa che loro facevano con i loro figli. Si strofinavano per riconoscersi. Gli uomini videro che lo stallone proteggeva le giumente, così come loro facevano con le proprie donne. I bambini videro che i puledri correvano, sgroppavano e saltavano proprio come facevano loro quando giocavano. Tutto il villaggio si avvicinò agli animali per carezzarli piano e per lasciarsi annusare.
Fu così che da quel giorno i Blackfoot e i cavalli vissero insieme per sempre.



























