Ippofagia su internet, l'ultima follia
MENU’ DI CAVALLO. Che non è quello che lui mangerebbe di suo, se fosse lasciato libero di scorrazzare come e dove più gli pare e piace. E non è neanche quello che noi gli predisponiamo sperando di fare qualcosa di azzeccato per farlo vivere, almeno da questo punto di vista, come Cristo comanda. No, il menù di cui stiamo parlando è quello del quale pare che non possano fare a meno tutti coloro che madre natura ha voluto segnare con il marchio dell’ippofagia. Fortuna che manteniamo qualche cauto scetticismo sui misteri della rincarnazione. Altrimenti avremmo qualcosa di inoppugnabile su cui far riflettere i forzati della carne di cavallo. Però, se costoro si accontentano di quel poco che passa il convento della storia, avremo ugualmente qualcosa da offrire al loro pensiero bisteccato. A cominciare dal termine stesso “ippofagia”. Abbiamo mai fatto caso alla consonanza di suono e di immagine con un altro termine al quale noi tutti riconosciamo il primato del ribrezzo, e cioè “antropofagia”? E’ evidente che una qualche relazione ha da esserci. Forse la stessa che deve aver intuito Papa Gregorio III, quando nel 732 d.C. bollò l’ippofagia come ‘pratica abominevole’. Forse la stessa che devono aver scovato, nella loro coscienza di pietra lavica, quei barbari trogloditi dei Longobardi, i quali, chissà per quale incomprensibile ragione, ritenevano che ogni maltrattamento inflitto al cavallo era paragonabile (e punibile) a una ferita inferta all’uomo. Naturalmente noi, oggi, siamo lontani anni luce da quegli abominevoli livelli di inciviltà.CI SIAMO EMANCIPATI. Come si è emancipata la raffinatezza del gusto culinario, che in quel di Verona tocca vette inarrivabili con la “pastissada de caval “ o, peggio, il filetto di puledro.A proposito: chissà se ai ristoratori scaligeri verrà in mente, durante Fieracavalli, di farsi venire qualche idea per evitare di vedersi respingere i propri menù con cortesi ma fermi rifiuti. Chi avrà l’idea di esporre un cartello con su scritto “qui non siamo ippofagi” farà il pienone. Però va anche detto, per obiettività di informazione,, che gli ippofagi possono presentare le loro brave pezze d’appoggio. C’è un sito internet, ad esempio, sul quale si legge testualmente: “La carne di cavallo comunque è un importante fonte di proteine ed il livello di grassi è piuttosto basso (se paragonato ad esempio a quello della carne di maiale)”. Però, bisogna purtroppo ammetterlo, c’è un inconveniente: il sapore tende drammaticamente al dolciastro. Niente paura. Basterà soltanto porre un pò di attenzione nella scelta del vino con cui accompagnare il pasto. Infatti sarà bene che la bevanda abbia “una adeguata acidità per ripulire la bocca, ma anche una certa struttura per bilanciare la persistenza della carne”.
E allora: è lecito o no chiedersi per quale caspita di ragione bisogna mandare giù qualcosa per cui, poi, ci vuole una specie di disincrostante per non farsi venire il voltastomaco?
Noi, però, preferiamo un altro argomento. Un po’ più scientifico e un po’ meno crapulone. Lo apprendiamo dalla storia: l’umanità deve la sua evoluzione (esclusi blog, ‘pastissade’ e macellerie specializzate) al cavallo. Ai reduci del neolitico, quelli per cui la storia è un vuoto di memoria, consigliamo cure più adeguate. L’amore per la natura fa miracoli.


























