''Etica sportiva e regolamentazione antidoping''
Caro Direttore, il nuovo canale televisivo equestre ha organizzato un dibattito dicendo che serviva ai cavalieri per comprendere le regole antidoping; in realtà ha inteso condizionare ed orientare la pubblica opinione sulla difficile e complessa materia. Per completezza d'informazione, si sarebbe dovuto informare il pubblico preventivamente che quanto rilevato dalle analisi antidoping rappresenta solouna parte di quanto somministrato ai cavalli che gareggiano.
Sfuggono infatti ai controlli tutti gli interventi locali effettuati ai cavalli nella stessa giornata della gara perchè non hanno il tempo di manifestarsi nel sangue. Un'iniezione in un'articolazione artritica è in grado di modificare completamente la prestazione di un saltatore.
Al dibattito erano presenti tutte le categorie che ci guadagnano: i cavalieri, i veterinari (anche per telefono), le case farmaceutiche. Spiccava l'assenza delle categorie che pagano: gli amatori, i proprietari ed i principali interessati: i cavalli !!!
Intendo qualcuno che ragionasse dalla loro parte. Difatti, non essendo presente, si è dato per scontato che chi nasce cavallo deve saltare dal primo gennaio al 31 dicembre. Un pò come i calciatori che però, per giocare, percepiscono milioni di euro. Vi era quindi, alla base del dibattito, una mancanza di rispetto nei confronti
dei cavalli considerati, nei fatti, alla stregua di mezzi da utilizzare per conseguire un qualche guadagno. Questo,ovviamente, non ha nulla a che vedere con lo sport che dovrebbe avere un fine educativo!
Nel corso del dibattito sono stati rivoltati tutti i valori etici: è stata attribuita alla normativa antidoping (tolleranza zero) la responsabilità dei numerosi casi di positività alle olimpiadi che hanno recato grave danno all'immagine dell'equitazione. Come se la responsabilità non fosse invece dei cavalieri che hanno barato.
Si è preso atto con fastidio che in Italia il Parlamento, recependo la sensibilità della maggioranza nei confronti del benessere degli animali, ha varato una legge che li tutela: uno dei partecipanti al dibattito ha suggerito (sic!) un modo per aggirarla.
Alla fine, tutti i presenti si sono trovati d'accordo in una soluzione, secondo loro, ottimale: quella di definire una soglia per ogni farmaco oltre la quale lo stesso è farmacologicamente attivo. Quindi, al disotto di quella soglia, non sarebbe perseguibile nè per la giustizia sportiva nè per quella penale.
Senonchè, come ha fatto rilevare timidamente un solo presente, nell'attività di un farmaco, non può esservi un limite preciso. Un cavallo che ha un'artrite ad un'articolazione, poichè ha una resistenza al dolore molto superiore a quella umana, già con una buona tecnica di riscaldamento può innalzarne la soglia. Quindi, anche una dose infinitesima di antinfiammatorio mirato può fare la differenza tra un percorso netto ed un errore di posteriore(quello artritico) all'ostacolo numero uno.
L'unica cosa che condivido con i presenti al dibattito è che è necessaria la massima trasparenza: ma sono ben altri i mezzi per ottenerla.
E' necessario anzitutto, come già previsto dalla normativa, che qualsiasi intervento veterinario precedente le gare ed a congrua distanza da esse, venga dichiarato alla Giuria. Dopodichè non vi è che la tolleranza zero. Anche perchè la FEI ha il dovere della salvaguardia dei cavalli: basta osservare i cavalli che frequentano i concorsi internazionali al passo, che è l'andatura della verità (nel senso che mette in risalto tutti i difetti di addestramento) per vedere quanti cavalli sono impiegati in pessime condizioni di preparazione atletica. Altrimenti l'immagine e l'etica dello sport equestre ne verrebbero irrimediabilmente compromesse.
Cordialmente
CARLO CADORNA



























