
In Home Page Patrizia Carrano, Fiore e Otto. Qui sopra Fiore oggi. Cliccando sulla foto, Fiore a 15 anni con Partizia Carrano
Auguri al mio Fiore, puledro di 31 anni
IL PRIMO GENNAIO di quest’anno è entrato nel suo trentunesimo anno di età. Ma quando al mattino esce dal suo box per andare sottomano verso il grande paddock di cui è signore incontrastato, Fiore ancora sgroppetta e scuote la testa con il gesto che in anni passati annunciava qualche formidabile rallegrata. Se, quando l’ho incontrato vent’anni fa, sono riuscita a montarlo in filetto senza troppi problemi, è stato solo perché Fiore passava all’aperto notte e giorno, nei terreni dell’università agraria di Formello. Ancora oggi mi intenerisco a ricordare il piacere che provavo nel dargli la via, dopo una passeggiata, osservandolo mentre raggiungeva a piccolo galoppo gli altri cavalli che pascolavano quieti.
Rainer Maria Rilke sostiene che non esistono “gli uomini, le donne, i bambini. Che non c’è un plurale, ma soltanto infiniti singolari”. Lo stesso si può dire per i cavalli. Ogni cavallo ha la sua vita, la sua storia, le sue caratteristiche, le sue sfortune, i suoi privilegi. La vita di Fiore dello Jonio è la perfetta dimostrazione di come agli animali necessiti una buona stella. Di come, per loro, fortuna o sfortuna siano determinanti. E’ una realtà tragica, dolorosa, che non riesco a dimenticare anche ora, mentre mi accingo a raccontare una storia, la sua storia, che possiamo certo definire a lieto… non diciamo fine. Meglio “lieto proseguimento”.
FIORE DELLO JONIO nasce nell’allevamento del signor Domenico Campagna, nel 1977. I suoi documenti raccontano di un padre purosangue inglese e di una madre derivata inglese. Me lo immagino, puledrino incerto sulle gambe, con la sua stella bianca allungata, la balzana appena accennata al posteriore destro, la coda ancora corta sopra le ginocchia, tipica dei vannini.
Cresce fino ai tre anni di età senza vedere la sella. E questo gli permette di “costruirsi” senza che la sua spina dorsale patisca una monta troppo precoce. Fiore è un cavallo compatto, piccolo, nevrile, ma con un occhio sereno, disponibile. Per ragioni che non so, a tre anni passati viene ceduto per onorare un debito del suo proprietario. Dalla natia Calabria giunge a Montelibretti, da Virgilio Consolati, che per decenni si è occupato dei cavalli di Piero D’Inzeo. Sapientissimo uomo di cavalli, Virgilio - è stato lui a raccontarmelo molti anni dopo- decide di presentare Fiore al premio allevamento che nel 1981 si teneva a Grosseto. Molto lavoro, molta biada, e un obbiettivo: farlo ben figurare per poi venderlo. Virgilio voleva rientrare dei suoi crediti, non avere un cavallo in più. Il risultato fu raggiunto: a Grosseto Fiore vinse un milione e trecentocentomila lire di premi. E venne acquistato dalla Fise, assieme a un gruppo di altri cavalli di quattro anni.
L’anno seguente Fiore lo passò ai Pratoni del Vivaro, impiegato nei corsi istruttori organizzati dal Colonnello Nava. Lavoro duro, ma serio. Giunge però un capriccio del destino: Fiore entra in un lotto di cinque cavalli destinati ad altrettanti circoli A.N.T.E. Il primo estratto scelse un baio imponente e meno nevrile di lui. Il secondo sorteggiato, Ettore Scianetti, preferì, fra i quattro soggetti rimasti, Fiore. Era l’ottobre del 1982 quando il sauro arrivò al circolo Ippico Fontananova, sulla Formellese. Mi sono sempre chiesta che sorte abbiano avuto gli altri cavalli di quel lotto. Ma non sono riuscita a ricostruire i loro destini. Di Fiore, invece, so che quell’estrazione lo rese più fortunato di altri: Scianetti era stato in cavalleria, era ed è un vero uomo di cavalli. Nel piccolo circolo di Ettore non ho mai visto un cavallo magro, fiaccato, tossicoloso o zoppo, come troppo spesso accade da certi improvvisati e avidi “affittacavalli”
Fiore passò il suo primo inverno in box, per evitargli un brusco cambio di abitudini, e a primavera entrò a far parte del gruppo di dodici, tredici cavalli che vivevano all’aperto estate e inverno, notte e giorno. Palladio, Baiardo, Ofelia, Dario, Rondello…Quasi tutti maremmani migliorati con cui Ettore, il sabato e la domenica organizzava delle passeggiate che somigliavano al lavoro di un piccolo squadrone: in fila due per due, con galoppi ordinati, e delle riprese sui terreni migliori.
Subito definito “un cavallo che voleva il cavaliere” Fiore venne preso per un certo periodo a mezza fida da una signora inglese, sposata a un italiano, ottima amazzone: Sheela Vaciago. Io, che a quel circolo ero arrivata su suggerimento del maresciallo Vagnarelli, mio primo istruttuore a Villa Glori, montavo un anziano sauro benevolente e tranquillo, Romeo, che era stato il cavallo di uno dei fondatori dell’ANTE, Giancarlo Galassi Beria. E guardavo Fiore con occhi estatici e desideranti.
Finchè un giorno, in cui uscimmo in passeggiata solo in tre, Ettore mi offrì di montarlo. Fu una rivelazione. Un amore a prima vista. Mio per lui. E forse suo per me, perché di me gli piacevano la mano poco prepotente, le premure, i dolcetti, le lunghe brusconate. A dimostrarmi che le mie non erano fantasie, bastava il fatto che quando andavamo a prendere i cavalli nei prati dell’università, i rustici maremmani di Ettore se la davano a gambe, e lui mi veniva sempre incontro, in cerca di una carezza e una carota. Da allora, nonostante a primavera mi mandasse per le sacre terre spesso e volentieri, non ci siamo più lasciati. L’anno seguente Fiore era mio. Per qualche tempo lo lasciai in campagna, ma poi decisi di trasferirlo a Roma, al circolo Cascianese dove, per non negargli la libertà cui era abituato, ero riuscita ad ottenere per lui un paddok con un rimessino, da cui lui poteva entrare e uscire a suo piacimento, “notte e giorno” proprio come a Formello.
ALLA BELLA ETA’ di vent’anni anni Fiore mi portava sugli ostacoli ( mai più un metro. Mi parevano già altezze cosmiche per me che avevo cominciato a montare a quarant’anni) illudendomi che fare un percorso di dieci sforzi fosse davvero molto semplice. Faceva tutto lui, le orecchie puntate verso il salto, la tecnica che gli aveva insegnato Consolati, e la sua innata voglia di andare di là. Insofferente al lavoro in piano ( anche se a richiesta faceva il cambio di galoppo al volo), mai stanco, mai sudato, tipico cavallo di testa, mi ha portato in giro per tutta Villa Ada quando non era ancora aperta al pubblico, fino alle pendici di Monte Antenne.
Di come Fiore fosse un cavallo destinato a lasciare ricordo di sé, ho avuto prova grazie al caso: un autista che mi portava fuori Roma per lavoro, mi raccontò di vivere a Montelibretti “ proprio davanti alla casa di Virgilio Consolati”. Io non conoscevo di persona Virgilio, ma tramite il suo vicino gli feci avere una foto di Fiore, con poche righe: “ lei forse avrà dimenticato questo cavallo, ma voglio dirle che è di mia proprietà, che ha vent’anni, sta bene e che mi rende felice ogni volta che lo monto”. Pochi giorni dopo Consolati mi chiamò, dicendo che di Fiore si ricordava benissimo. Lo andai a trovare e da lui ebbi il racconto della prima gioventù del mio amatissimo quadrupede.
Gli ultimi anni della sua vita Fiore li sta passando a Manziana, nella scuderia di Antonio Gentili, uomo di cavalli di grande finezza, e bravissimo cavaliere. Che, nonostante la sua esperienza, qualche volta ha dovuto “fare i conti” con il mio sauro: bastava che il cancello della proprietà fosse socchiuso che Fiore ne profittava per sorprendere l’artiere e fuggirsene nel bosco, galoppando a codra dritta e saltando come fosse una riviera i tubi con il vuoto sotto messi all’ingresso del bosco per impedire agli animali di entrare o uscire. A fermare quei galoppi non è stato il tempo, ma l’abbuiarsi della sua vista: ormai Fiore ci vede poco, anche se la sua veterinaria, la bravissima Angela Mascioni, è riuscita a conservargli un po’ di luce in fondo alle pupille.
Confesso di essermi abituata all’idea della sua parziale cecità assai peggio di lui. Ho confidato il mio patema a un carissimo amico, l’etologo Danilo Mainardi, e mi sono sentita rispondere che Fiore avrebbe saputo gestire con relativa facilità la sua menomazione. Me ne sono convinta guardandolo per una lunga mattinata nel suo paddok: all’inizio fa tutto un giro a passo. Poi, quando ha compiuto la sua “ricognizione” con le orecchie puntate a cogliere ogni rumore, lo rifà al trotto. Perché l’impulso, la “ volontà di portarsi in avanti” ancor oggi non lo abbandona. E lo conduce, per le lunghe ore della giornata, in ogni angolo del recinto, a cercare i germogli delle marruche, e i ciuffi d’erba più saporita.
Fiore non è mai stato ingordo. Ma è goloso. Di caramelle ( vuole solo quelle di prima qualità, al miele) e di pere. Ogni volta che vado a trovarlo, gliene porto in dono qualcuna. Una piccola offerta, un segno di ringraziamento per le gioie che mi ha dato, le emozioni che mi ha offerto. Fiore è stato un cavallo fortunato. E’ vero. Ma a ben vedere, la vera fortuna è toccata a me, nell’incrociare la mia vita con la sua, in quell’enigmatico rebus chiamato destino.
PATRIZIA CARRANO
Giornalista e scrittrice, è nata a Venezia ma vive e lavora a Roma. Tra i suoi libri ricordiamo “L’ostacolo dei sogni”, “Campo di prova”, “Notturno con galoppo” e “Il cavallo dei miracoli”.

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