Trotto amarcord: i bollenti spiriti di Filibustiere.
SCAFATO E LUNGIMIRANTE IMPRENDITORE sui più disparati fronti, come abbiamo visto, e non privo dell’autostima che fa a questo mondo l’uomo vincente, il conte Paolo Orsi Mangelli aveva tuttavia una massima imprescindibile: mai chiudersi entro la cinta dei propri successi e della propria alacrità. Per questo volle, fin dai primi tempi, che il suo patrimonio stalloni fosse a disposizione di tutti gli allevatori, che potevano così presentare le loro fattrici ai sultani di alta qualità da lui importati. Apertura non da poco, dati tempi e mentalità: le lontane premesse del padre del trotto italiano. Deve aver giocato, in questo, il “sangue romagnolo”, atavicamente incline alla condivisione, alla cooperazione (sia pure in ragionevoli limiti) e ad una certa larghezza di vedute in campo economico.
Di questo spirito ci dà testimonianza egli stesso, con le parole concrete, asciutte, che caratterizzano le sue pagine: “Sapete bene – si rivolge agli allevatori – che i miei stabilimenti e i miei cavalli sono a disposizione di tutti, nessuno escluso, e collaborare con tutti voi è uno dei propositi che mi sono prefisso, nel quale persisterò sempre”.
Erede un po’ particolare (soprattutto a causa dello sprint egemonico del genitore) ma appassionato come pochi, il figlio Orsino mise a sua volta in campo doti imprenditoriali, ampliando il raggio d’azione di scuderia e allevamento, e allacciando nuove relazioni con iniziative al passo dei tempi. Negli Anni ’70 fondò in Toscana (nel Pisano, in una tenuta rilevata dai fratelli Santi, quelli di Top Hanover) una scuderia distinta da quella classica di famiglia, e la chiamò L’Orsetta: accanto alla sigla d’origine OM venne dunque a porsi la più giovane ma egualmente battagliera OR. In più stabilì una sorta di santa alleanza con l’americana Castleton Farm, dando vita alla Castleton OM.
Abbiamo segnalato, di Orsino, la vittoria nel Derby del ’39 con Floridoro: ebbene, il successo nella classicissima romana si ripeté, sempre lui in sulky, tre anni più tardi grazie a Loreto, figlio di The Laurell Hall come Floridoro e Filibustiere. Anche stavolta un’accoppiata: come Floridoro era stato seguito da Filibustiere, così Loreto precedette sul palo il valido anche se discontinuo Landolfo. Ancor meglio andrà nel Derby ’60, con l’incredibile en plein firmato da Gualdo, Guiglia e Grifone: ma Orsino allora non guidava più.
E qui può starci bene un aneddoto, oggi forse un po’ dimenticato, che riguarda proprio Filibustiere, soggetto di classe e mezzi ma nei primi tempi stranamente fiacco. Fu proprio il conte Orsino a scoprire i motivi (anzi il motivo) di questa equina astenia, con conseguente applicazione dei rimedi opportuni.
Successe che una sera tardi, sceso in treno a Bologna, Orsino ebbe voglia di passare a dare un’occhiata alla scuderia di famiglia all’ippodromo dell’Arcoveggio. Buio, silenzio, tranquillità: il giovane conte, che aveva la sua brava chiave, entra e rimane presto colpito da un rumore sordo e profondo proveniente da uno dei box, quello di Filibustiere per l’appunto. Dopo una pausa, la strana musica riprende e ben presto si capisce a cosa attribuirla: il cavallo stava abbandonandosi a energiche pratiche di autoerotismo. Altro che fiacca in corsa
Scoperto il poco misterioso arcano, si ricorse ai metodi che gli uomini di cavalli adottano in questi casi, e anche all’allontanamento di una graziosa puledra, vicina di box, che era poi la fonte prima dei bollori di Filibustiere. Il quale da quel momento si mise ad andare come un treno, e fu il primo indigeno a varcare la soglia dell’1.19, per l’esattezza 1.18.5, accumulando inoltre a fine carriera lo straordinario bottino di un milione e spiccioli. Non sarà male ricordare che siamo tra gli Anni ’30 e ’40. Più o meno alla stessa cifra (1.035.000) pervenne Floridoro, il cui destino l’avrebbe poi condotto a fare lo stallone in Australia, dove si affermò (udite) come padre di fortissimi ambiatori.
L’entusiasmo schietto e perfino un po’ infantile del conte Orsino si rivelò in occasione d’un altro Derby, quello del ’70, vinto da Tedo. Gioia in pista alla premiazione da parte di Andreotti (a ricevere il trofeo la bella Barbara, terzogenita di Orsino), ma soprattutto gioia a profusione nella tradizionale festa all’Allevamento di Anzola, dove i proprietari radunarono amici, estimatori e soprattutto gli uomini di scuderia, interpreti del “dietro le quinte”. Fu una serata bella, con le tavole imbandite all’interno delle scuderie, vicino allo stallo di Tedo (affiancato ai box contigui dai genitori); e ad un certo punto Orsino non ce la fece più, tirò fuori dal box il vincitore e attaccato alla “lunghina” lo portò pericolosamente a spasso tra i tavoli. Tutti su di giri, tutti allegri e commossi, perfino qualche furtiva lacrima. Tedo compostissimo, consapevole che toccava a lui aver giudizio nell’estemporaneo frangente. Per la verità Ninni, il lad, sorrideva amaro, nel timore che al puledro capitasse qualche infortunio. Ma cosa poteva succedere di brutto, in un momento cosi speciale? Il conte Orsino era anche questo.


























