Rilancio dell'ippica: sì, con il cavallo e lo sport
IN SEDE MINISTERIALE si è conclusa la prima fase degli Stati Generali dell’ippica, ovvero ,le audizioni che dovranno costituire la base per un effettivo rilancio del settore. Ma non basta che il rilancio sia condiviso. Occorre che sia anche certo e misurabile. Come un piano d’impresa. Il quale non si forma per assemblaggio di opinioni, ma si costruisce sulla base di dati certi e verificati. Questa è la condizione per un progetto di credibile attuabilità. Un settore, ogni settore dell’economia , si individua in quanto definito entro uno specifico perimetro che si chiama mercato di riferimento. Quello che si muove attorno al cavallo va colto nella sua interezza e nella sua complessità.
Non è solo questione di metodo, ma di merito: frantumarlo in punti di vista diversi o letture parziali significa condannare al fallimento qualsiasi progetto si intenda perseguire. Sul tappeto ci sono due opzioni. La prima afferma che il settore va sostenuto; la seconda, che va rifondato. L’una esclude l’altra. E tuttavia una attenta e realistica riflessione politica può individuare una intersezione fra le due alternative: sostenere per rifondare. Che può non essere uno slogan, ma ad alcune condizioni inderogabili:
a) coerenza fra risorse economiche necessarie ed effettiva praticabilità del percorso che si intende avviare;
b) coerenza fra impiego produttivo delle risorse economiche e certezza dei tempi di attuazione del programma;
c) compartecipazione degli operatori economici nella quantificazione delle risorse economiche;
d) definizione della quantità e della qualità della forza lavoro necessaria per elevare il livello produttivo del prodotto ippico;
e) regole per la predeterminazione della trasparenza e della legalità del prodotto ippico.
E tuttavia a nulla valgono questi punti se al centro di qualsivoglia ipotesi di rilancio non si mette quella che in termini generali potremmo chiamare ‘innovazione di prodotto’. Ovvero un’ ippica capace di restituire al cavallo la sua titolarità di soggetto di agonismo sportivo decretandone la fine in quanto mero oggetto di manipolazione funzionale ad una idea sempre più decadente di competizione.
Sta qui il cuore della crisi. Una crisi paradigmatica di quanto possano essere devastanti gli effetti della lacerazione fra sport e cultura. Una lacerazione nella quale si sono consolidati mercati occulti e paralleli che si sono mangiati gran parte dell’economia del settore e hanno trasformato le corse e il lavoro in merce da banco dei pegni. La riqualificazione non si declama. Si pratica. E poiché l’economia è fatta di produzione, scambio e consumo, è una la domanda alla quale dovrebbero rispondere tutti gli operatori, indipendentemente dalle loro specializzazioni : quale prodotto offrire al pubblico per uno scambio che promuova la convenienza di un consumo che sappia parlare alla passione per il cavallo?
Eludere questa domanda significa eludere le responsabilità. Significa ripiegare sull’assistenzialismo e non giocarsi la scommessa di un progetto. Significa addomesticare la crisi e relegarla al silenzio. Significa non aver niente da dire. E ancor meno da comunicare. Se l’ippica ha una possibilità, questa passa attraverso un recupero e un riposizionamento più avanzato della cultura del cavallo. Gli appassionati sono centinaia di migliaia. Vanno motivati. Sta qui il mercato, non altrove.


























