Montanelli e i cavalli, un rapporto tormentato
NEL CENTENARIO della nascita, Cavallo2000 rende omaggio a Indro Montanelli con questo breve scritto in cui il Principe del giornalismo racconta come il suo contatto con i nobili animali non fu quasi mai… idilliaco e amichevole (dal volume "Un cavallo per la vita" a cura di Giacomo Giuffrida)
DEBBO CONFESSARE che i miei rapporti col cavallo sono condizionati da ricordi tutt’altro che buoni. Avevo cinque anni quando un mio zio, che aveva frequentato Pinerolo ed era stato allievo del grande Ubertalli, mi mise in groppa al suo, che si chiamava Snob e che mi depositò pari pari dentro il laghetto gelato (era gennaio o febbraio) del giardino. Ne risultò un malinteso che i successivi contatti non fecero che aggravare. Snob che, sebbene maschio, aveva un carattere femmineo, amava il pugno forte, il mio era debolissimo, e lui non si contentava di disarcionarmi, tirava anche a umiliarmi dandomi, quando finivo per le terre, gran musate con aria beffardamente consolatoria.
Venne la guerra (la prima mondiale), mio zio partì con il suo reggimento “Alessandria”, Snob fu requisito. E quando le cose tornarono alla normalità, la scuderia fu trasformata in garage: l’epoca dei cavalli era finita.
Riebbi a che fare con loro in Abissinia. Come ufficialetto di una banda indigena, avevo diritto alla cavalcatura, potevo scegliere fra mulo e cavallo, scelsi il cavallo perché mi pareva più nobile, e per poco non mi costò la pelle.
Caduti in un agguato, i miei colleghi in groppa al pedestre mulo poterono scampare sveltamente su un’amba. A me il nobile cavallo crollò sotto le gambe e dovetti farmi a piedi, sotto la mitraglia, quell’erta mozzafiato. Dopo quell’avventura, naturalmente, anch’io mi convertii al mulo.
Sicchè, di cavalli io preferisco ricordare quelli altrui: i cavalli del colonnello Bettoni e della famosa “carica di Stalino”; quelli di Amedeo Guillet, detto “Communtàr as Sciaitàn”, o “Comandante Diavolo”, che a Cheren ruppe lo schieramento inglese, e soprattutto quelli che vidi, nella sacca di Posen in Polonia, lanciarsi a briglia sciolta contro i carri tedeschi, e non si capiva se fossero i cavalieri a guidare i cavalli o i cavalli a trascinare i cavalieri in quell’ebbrezza di morte e poesia.
Comunque, sono questi i cavali che sogno quando sogno i cavalli.


























