Ma che c'entra Horsesense con Fieracavalli?
SARA' UNA SORPRESA per tutti. Per tutti gli affezionati a quella Fieracavalli che avevano amato e coccolato sin dall’inizio come una festa naif – è stata così sempre, anche lo scorso anno – nella quale ritrovarsi, perdersi nelle quattro scontate “ciacole” di circostanza e far toccare con mano ai propri figli, o nipoti, le emozioni che ancora oggi questo “animale sulle cui orme l’uomo ha costruito la propria storia” (dal libro di Beppe Berti) riesce a trasmettere all’animo umano.
Oggi senza, con una spiegazione a dir poco criptica si cerca di “nobilitarla”, ribattezzandola “HORSESENSE-International Horse Festival” cancellando, con un colpo di spugna, i riferimenti, anche culturali, e le certezze che tutti, sportivi, appassionati, allevatori, mercanti, curiosi, hanno sempre alimentato visitando Fieracavalli.
Una banalità per quanti amano l’utilizzo di parole/concetto esterofile, come se il sentirsi, o l’essere, italiani ed utilizzare la copiosa disponibilità dei suoi vocaboli rappresenti un peccato originale da cancellare, da nascondere. Tra l’altro una denominazione dagli obiettivi poco comprensibili.
E’ ben vero che si deve essere “in” ad ogni costo. E’ indiscusso che la massificazione sociale impone a tutti di seguire la corrente, ma a tutto c’è un limite o, come sottolineavano i vecchi antenati “est modus in rebus” soprattutto quando è in gioco la chiarezza di cosa si vuole fare e quali siano gli obiettivi che si intendono perseguire.
Ma sorvoliamo su punti di vista che possono apparire una malinconica pretestuosità. Certo che con tanta buona volontà si stenta nel comprendere “da dove veniamo” ed ancor meno “dove vogliamo andare”.
Si fa fatica, non poca, a concepire perché si voglia eliminare con un colpo di spugna l’impegno ed il lavoro di quanti hanno, con ideale tenacia, traghettato i vecchi Mercati Zootecnici Autunnali (divenuti negli anni ’70 uno strumento dall’incerto futuro) ad essere Fieracavalli (di ieri), ovvero un appuntamento che dopo trent’anni (1976-2006), ricorrenza che non si è voluta sottolineare, nessuno in Europa è riuscito ad imitare nella sua caotica completezza.
Non Parigi, né Hannover e tanto meno, per rimanere in ambito nazionale, Città di Castello, Reggio Emilia, Travagliato Cavalli e il mitico show modenese di Pavarotti.
Nessuno ha saputo interpretare la vivacità che l’aveva arricchita, sin dagli inizi, e che era il frutto di professionisti animati da ferrei ideali. Personaggi come Piero Sogliano, che ha profuso energie per richiamare ai concorsi di Verona atleti di primo piano (dagli olimpionici fratelli d’Inzeo e Roman, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Mosca nel Completo, ai Mancinelli, a Moyerson, etc.), Luigi Gianoli, storica firma della Gazzetta dello Sport, Alfredo Ferruza e Franco Cetta, che hanno dischiuso all’evento le “porte” di Rai Uno all’evento con la gratificante notorietà che la televisione riesce a dare, Carlo Biffi, illustre firma dello sport equestre e personaggio riverito nel mondo che ha magnificato i concorsi che vi si tenevano sui grandi giornali sportivi francesi e giapponesi, Alberto Giubilo, cui si deve la prima “diretta sportiva” dal ring della manifestazione, Giorgio Martinelli, uno dei motori della nascita di questa rassegna che ha fatto di tutto e di più per renderla didatticamente universale, nonché (ma affatto ultimo) il suo amico Angelo Betti, segretario generale alla cui fertile inventiva la Fiera di Verona e la stessa città debbono molto, sempre che riescano a ricordarsene.
Ma anche. Lucio Lami, Piero Benassi, Gaetano Manti, Franco Mamola, Franco Faggiani, Rodolfo Galdi e tutti coloro, tanti altri da Mario Palumbo in poi, che hanno nobilitato con il proprio impegno professionale, un successo che ha travalicato i confini nazionali e proiettato la manifestazione verso traguardi impensati nel lontano 1976 che raggiunsero il culmine nel 1988, in occasione dei novant’anni dell’Ente Fiera e della manifestazione, quando superò il tetto dei 140 mila visitatori.
Proprio per loro, per l’impegno che ciascuno ha profuso – in termini di idee e di impegno – ieri ed oggi per universalizzare una manifestazione bazar che ha saputo sempre risponde alle più diverse esigenze di un pubblico dagli interessi eterogenei, difficilmente classificabili e non schematicamente inquadrabili, si sarebbe dovuto, e potuto, continuare a proporla come Fieracavalli anche perché di tentativi, in un passato affatto remoto, per “venderla” con altra veste (a cominciare dal banale Horses Show), ne sono stati fatti non pochi. E tutti conclusisi con un misero bilancio, come, ad esempio, il mitico Salone del Turismo a Cavallo (ma anche altro) che, nonostante i fiumi di inchiostro e di sterili tentativi “spesi”, non è riuscito ad essere quello che poteva diventare.

Cartoline storiche di Fieracavalli, per gentile concessione del Museo del Trotto di Ermanno Mori




























