Le interviste impossibili... Patton e i Lipizzani
1945. ENTRA A GRANDI FALCATE cadenzate da un pesante passo di marcia e subito la voce tuona come un ordine che non ammette repliche: “Giovanotto, le dico subito tre cose: primo, non mi piacciono le interviste; secondo odio i giri di parole; terzo, ho i minuti contati. Quindi si dia una regolata e si sbrighi con le domande”.
Il giornalista non si scompone. Quando ha chiesto di incontrarlo, aveva già messo in conto il fragore con cui Patton ama rappresentare il suo personaggio: una marzialità straripante che incarna l’archetipo del comando cui l’obbedienza è dovuta per editto dello Spirito Santo.
Lui non parla, dispone; non dialoga, ordina. Chiunque abbia davanti deve considerarsi un subalterno. E se non lo è per grado, lo ha da essere necessariamente per soggezione. Il punto non è il pessimo, insopportabile carattere che ha e ostenta con l’orgoglio compiaciuto dell’uomo tutto di un pezzo. Il punto è che secondo lui viviamo in un mondo senza carattere. E siccome qualcuno glie lo deve pur inculcare, il carattere, a questo mondo di smidollati, quel qualcuno non può essere che lui. Eisenhower è l’unico capace di tenergli testa. Un po’ perché, in quanto comandante tutte le forze alleate in Europa, è anche il suo capo. Un po’ perché lo conosce da sempre e sa come prenderlo. Però quando gli scappa, e non è raro, la pazienza sbotta e glie lo dice chiaro e tondo: in campana George, vedi di cambiare atteggiamento e impara a tenere a freno la lingua. Una volta o l’altra ti presenteranno un conto più salato del Mar Morto e al posto tuo non ci giurerei che il vecchio Ike sarà lì a pararti ancora una volta il culo. Patton lo sta a sentire con la stessa attenzione che si presta al volo di una mosca. E rimugina in silenzio: blatera pure, vecchio rincitrullito, lo sai tu come lo sa il mondo intero: se non avessi questo carattere non sarei Patton. Dì un po’: chi è stato a bastonare i tedeschi nella controffensiva delle Ardenne? Dai, voglio sentirtelo dire, fammi sentire come dici: si George, in mezzo a quelle foreste c’eri tu a comandare, non un maestro di buone maniere. Sei stato tu, George a decidere le sorti della guerra. E saresti stato capace di arrivare fino a Mosca, se non ti avessi fermato. Si, George, in te rivive lo spirito di Sparta. E fammi sentire come dici: si George, sarò sempre dalla tua parte, ti difenderò sempre dalle maldicenze e dalle invidie che ti riversano addosso questi quattro marmittoni imboscati che confondo gli attacchi al fronte con quelli delle carrozze. %%newpage%%
“Una sola domanda, generale: perché ad aprile scorso, esattamente la notte del 28, ha dato quell’ordine?”
“Le pare che io possa ricordare, così su due piedi, tutti gli ordini che ho dato in vita mia? Sia più preciso!”.
“Va bene, anche se sono sicuro che lei abbia capito benissimo a cosa mi riferisco. Allora glie la giro così: le è mai capitato di dare un ordine, diciamo così, un po’ originale, per non dire bizzarro?”
“Giovanotto, sappia, per sua norma e regola, che a me non ‘capita’ di dare ordini. Io ho il dovere di dare ordini. E, se non le dispiace, i miei ordini sono sempre da scienza militare, altro che bizzarri”.
“Generale, lei pensa che impossessarsi di una mandria da cavalli, diciamo per esempio di razza lipizzana, possa essere un obiettivo da alta strategia militare?”
Patton finge di assumere una espressione sospesa fra disorientamento e perplessità, come a mostrare sorpresa per una domanda che neanche un demente farebbe. Il giornalista lo fissa negli occhi, impassibile come un inquisitore che già conosce la risposta ma vuole la confessione dell’imputato ad ogni costo.
Di colpo Patton esplode in una gran risata da saloon accompagnata da una sonora manata sul ginocchio: “Ah, gran bella operazione quella, glie l’abbiamo fatta sotto il naso a tutti, russi e tedeschi. E anche ai soloni del nostro comando generale”.
“Appunto. Il no di Washington era stato categorico. Perché l’ha fatto”.
Patton soffia uno sbuffo di rabbiosa insofferenza che contiene a stento: “Washington mi aveva già detto un no di troppo. E me la sono legata al dito. Mi chiede perché? L’ho fatto perché l’ho voluto fare. Le basta?”.
“Decisamente no. Mi dica: non ha pensato che quell’atto di, come vogliamo chiamarlo, razzia?, avrebbe potuto creare come minimo qualche incidente diplomatico con l’alleato sovietico, visto che dopo gli accordi di Yalta la Cecoslovacchia diventa dominio di Stalin?”
Patton ha un moto di stizza. Prova a nasconderlo con il tentativo di un sorriso, che nelle intenzioni vorrebbe esprimere diplomatica comprensione per tanta sprovveduta ingenuità, ma quello che gli si disegna sulla sua faccia è un ghigno di disprezzo.
“Incidente diplomatico? Adesso le dico una cosa che lei, se fosse un buon americano, dovrebbe sapere e invece mostra di ignorare: abbiamo appena cacciato a pedate Hitler, il prossimo è Stalin. Le è chiaro? Di quale incidente diplomatico avrei dovuto, allora, preoccuparmi?”.
“E’ stato per il solo gusto di beffarli?”
“Le pare che io abbia tempo da perdere in stupide goliardate?”.
“Mi scusi, ma proprio non capisco. Lei fa tre cose, una dopo l’altra, che chiunque definirebbe come minimo avventate: primo ignora un espresso divieto del comando generale e, come se non bastasse, lo manda pure al diavolo; secondo, organizza una missione che se non è suicida poco ci manca; terzo, corre il rischio di ingaggiare un conflitto a fuoco con i sovietici che, per inciso, erano anche i proprietari di quei cavalli. E tutto questo perché gli sarebbe saltato, così, il ghiribizzo di farlo. Le pare credibile?”
Patton deflagra: “E cosa dovevo fare, lasciare quel ben di Dio ai comunisti? Sa cosa ne avrebbero fatto? Se le sarebbero mangiate vive quelle povere creature, le avrebbero sventrate a colpi di baionetta e ne avrebbero fatto rancio per la ciurma, i cannibali”.
“Non crede di esagerare?”.
“Conosco i comunisti e so quel che dico”.
“Se le cose stanno così, allora non c’è altra spiegazione: il suo è stato un atto d’amore verso quei cavalli”.%%newpage%%
Amore per i cavalli. Patton si sente come colto in flagranza di intimità con un sentimento antico e segreto. Serra le palpebre accecato da una scarica di flash. Si rivede poco più che ragazzo nelle scuderie dell’accademia militare di West Point, mentre striglia, tocca, accarezza, parla con quei cavalli che faranno di lui un ufficiale di cavalleria. Si rivede alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, in sella a quella splendida bestia che non ha più dimenticato, mentre insieme danno il meglio di sé in una gara dressage. Si rivede in quella notte del 28 Aprile, quando un ufficiale dei servizi segreti lo informa che in una certa località della Cecoslovacchia c’è un importante raggruppamento di stalloni, fattrici e puledri Lipizzani destinato a diventare carne da macello. Si rivede nei momenti in cui, senza un attimo di esitazione, ordina di andarli a prendere e metterli in salvo. Agisce d’impulso, non ha voglia né tempo per pensare alle eventuali conseguenze per quello che costituisce una vera e propria violazione dei patti che Churchill, Roosevelt e Stalin hanno appena stretto in febbraio.
Una operazione clandestina, da fare tutta sottocopertura. Non vuole volontari qualsiasi. Vuole uomini profondamente motivati, che sono nati e vissuti con i cavalli, che hanno imparato prima a cavalcare e poi ad allacciarsi le scarpe. Vuole uomini che conoscono il segreto di farsi accettare dai cavalli. Uomini che, per assurdo, sappiano rispondere a nitrito con nitrito. Li vuole più che motivati, motivati oltre il limite dell’incoscienza. Li vuole scatenati come, appunto, un cavallo imbizzarrito. Li rivede ad uno ad uno questi uomini a cui, per la prima volta nella sua vita, non dà un ordine, ma qualcosa di più imperativo e ancor più indiscutibile: carta bianca per portare in salvo quei cavalli. Passano la notte attorno alle carte topografiche: i cavalli saranno al sicuro solo se riusciranno ad attraversare mezza Europa, dalla Cecoslovacchia in Italia.
All’andata e al ritorno questo gruppo di forsennati dovrà attraversare due volte le linee tedesche e quelle sovietiche. Per i nemici e per gli alleati dovranno rendersi invisibili e dovranno compiere il miracolo di far diventare invisibili anche i cavalli. Studiano percorsi e alternative. Pochi gli uni, ancor meno le altre. I cavalli avranno bisogno di acqua, tanta acqua. Di fieno neanche a parlarne, ma almeno dell’erba non si potrà fare proprio a meno. In funzione di queste necessità si devono studiare tappe e tempi.
Gli uomini avranno bisogno di fegato e fortuna, oltre ad una montagna di stracci da avvolgere attorno agli zoccoli per attutirne lo scalpitio, quando, senza altra possibilità, saranno costretti a passare ad un palmo dai posti di blocco tedeschi o sovietici. Dovranno decidere di volta in volta cosa fare e come farlo. Dovranno cavarsela nelle condizioni più proibitive. Dovranno saper sfruttare ogni occasione propizia per lanciarsi pancia a terra e guadagnare il tempo perduto a trattenere il fiato in qualche anfratto o dietro un provvidenziale muro di cespugli, pregando ognuno il proprio dio, e tutti insieme quello di cavalli, di non essere scoperti. E là dove il coraggio non basterà più, là dove la temerarietà vacillerà sotto gli urti del timore a non farcela, dovranno lasciarsi guidare dall’istinto. Non il loro, quello dei cavalli. Fidarsi fino al punto di seguirli, non guidarli.
Ordina al capitano Steward di tenere un diario dettagliato di tutti gli avvenimenti e appena varcata la Linea Gotica, in Italia, dovrà stilare un rapporto minuzioso fin nei minimi particolari dell’intera missione. Con quel documento Patton imprimerà il suo sigillo sulla storia. Nulla è impossibile per il generale Patton, neanche disporre della vita dei suoi per salvare solo una mandria di cavalli.
“Generale, si sente bene? Vuole interrompere?”
Patton riapre gli occhi di soprassalto come a riprendersi da un colpo di sonno arrivato a tradimento.
“Sto benissimo. Ripeta per favore quello che ha appena detto”.
“Stavo dicendo che l’unica spiegazione che resta è il suo amore per i cavalli”.
“Si. E’ così!”
“Mi basta. Grazie generale. Arrivederci”.


























