La lettera di Lupo: Questo Derby è di serie B
Caro Direttore, consentimi alcune amare considerazioni sulla riforma del nostro Derby di galoppo, che non esito a definire un Derby di serie B. C´era da aspettarselo. Non ce l´abbiamo fatta a difendere i nostri diritti, a mantenere intatto il prestigio di una classica che ha esaltato nel tempo fior di campioni. Ma inglesi e irlandesi imperano, fanno il bello e il cattivo tempo, impongono la loro legge. Vogliono tutti ai loro piedi. La Francia aveva già corretto il tiro abbassando la distanza del suo Derby, il Prix du Jockey Club. Noi abbiamo fatto la stessa cosa, la peggiore possibile, perché il Derby, quello vero,
si corre sul miglio e mezzo, per cui a questo punto tanto varrebbe modificare anche il nome della corsa chiamandola in altro modo.
Ai francesi del Derby interessa poco. Hanno in antipatia tutto ciò che sa di Inghilterra, quindi figuriamoci. Non sembra vero ai nostri cugini di stravolgere la classicissima e i risultati si vedono. La Francia segna il passo, di fronte ai britannici incassano legnate che lasciano il segno. Vittorie nell’Arc de Triomphe che attraversano tranquillamente la Manica, mentre loro, i parigini, quando si spingono nella perfida Albione, fanno ritorno in patria con le ossa rotte. Quindi abbozzano.
Ma noi avremmo dovuto fare di più, cercare in qualche modo di batterci con un orgoglio e una determinazione diversi. Forse con qualche anno in anticipo, immaginando come sarebbe andata a finire. Inglesi e irlandesi hanno inventato il perfido meccanismo delle pattern e del rating, che poi usano a loro piacimento, valorizzando spesso cavalli che non lo meritano e declassandone altri, perché i metodi di valutazione sono soggetti a scelte spesso discutibili. Noi abbiamo accettato un meccanismo che fatalmente ci penalizza, perché le nostre classiche non sono competitive, come premie non come prestigio. Bisognava intervenire prima, far capire che non ci saremmo stati, come gli inglesi che rifiutano l´euro e viaggiano con le auto a sinistra, infischiandosene di quanto succede nel resto d´Europa.
Basta dare un´occhiata agli albi d´oro dei nostri gran premi per scorgere nell´elenco fuoriclasse assoluti, molti di loro capaci di infliggere pesanti sconfitte ai re del turf, gli inglesi per intenderci, sulle più selettive piste del Regno Unito. Quello che manca alle nostre classiche sono i premi all´altezza di competere, proprio nel Derby, con i Blue Ribbon di Epsom e del Curragh, grazie all´apporto degli sponsor, quelli che permettono di mettere sul piatto monete consistenti. Ma nelle tavole rotonde promosse da tizio e caio, triste fiera della vanità, agli sponsor non si fa mai cenno e gli argomenti sul tappeto sono di tutt´altra natura, triti e ritriti e mai risolti. All´estero appena uno sponsor vacilla entrano tutti in fibrillazione e l´apparato si mobilita per reperire nuove risorse. Da noi ci si stringe nelle spalle affermando che l´ippica è uno sport secondario, che pochi si interessano di cavalli, che la trasparenza lascia spesso a desiderare. Come se nel calcio o nell´atletica o nel pugilato non esistessero ombre, senza parlare del ciclismo che in fatto di doping prevale su ogni altra disciplina.
Nemmeno un Varenne, trottatore eccezionale, unico, capace di scuotere le folle e di riportare l´ippica sulle prime pagine dei giornali, è servito a catturare promozioni di questo tipo. Ma certo, sarebbero occorsi manager abili nel cavalcare l´onda del successo. Mentre da noi impera l´immobilismo, nessuno si muove, inerzia totale, da ogni parte si alzano lamenti e mugugni, ognuno coltiva il suo orticello, e quando si tratta di dare impulso al nostro sport, c´è da rabbrividire. Promoippica, miliardi buttati al vento senza il riscontro auspicato, gente che non si è mai battuta con passione e competenza per il bene dell´ippica italiana.
Nessuno si lamenti quindi se il Derby passerà dai 2400 ai 2200 metri e se tra un paio di anni perderà anche la qualifica di corsa di gruppo 1. Per me è una vergogna che ci fa arrossire di fronte al mondo. Meglio sarebbe tornare all´antico, chiudersi nel guscio. Anche perché c´è chi sostiene, i più maligni naturalmente, che inglesi e irlandesi non trasferiscono di proposito in Italia i loro cavalli di pregio deprimendo in tal senso il valore delle nostre classiche.
Cordialmente tuo
ANTONIO LUPO


























