IMPORTAZIONI DI CAVALLI IN TRAINING : COME NEGLI ANNI 70 ?
Breve spunto per una riflessione corale. In queste ultime stagioni ed in maniera sempre più reiterata vediamo correre sulle nostre piste sempre più cavalli importati già in allenamento, magari verso la fine della stagione dei due anni ma anche di quella dei tre. Sappiamo bene che un fenomeno del genere è conseguenza e non causa di una situazione che nel nostro caso attuale è determinata dalla mancanza quantitativa in primo luogo di cavalli per alimentare il circuito delle corse.
In prima battuta perché la recessione della produzione indigena , questo il problema importante, scesa intorno ai 600 nati per annata, ha lasciato scoperte una infinità di caselle che vanno per forza riempite anche perché, in seconda battuta, non sono evidentemente state sufficienti le importazioni di yearling dall’estero a garantire un adeguato flusso di protagonisti verso le corse, pur diminuite molto di numero negli ultimi 15 anni.
Forse queste importazioni di cavalli in allenamento , questa potrebbe essere la riflessione più amara, è resa possibile ed incentivata anche da uno spazio qualitativo che consente inserimenti, non necessariamente ad alto costo e rischio. Il potenziale acquisto di questi cavalli è incentivato pure dal fatto che l’utilizzo appare ben possibile in corse tra le più remunerative a disposizione nel nostro Paese. In ogni caso sia chiaro che i proprietari di questi cavalli sono operatori italiani e vengono allenati da noi , quindi muovono il nostro settore.
Proprio perché la difesa , anche a quel livello, evidentemente non è sempre garantita e si aprono invitanti opportunità. Per carità, è la legge del mercato e guai a negarla o contraddirla , meno che mai in epoca in cui decisamente , ippicamente, sono cadute le barriere e i confini. Il flusso è sospinto là dove si creano esigenze di avere cavalli per correre.
La foto della situazione odierna nel nostro Paese è quella di tanta caselle a disposizione e pronte ad essere riempite. Domandiamoci se un trend del genere , iper legittimo, se prolungato, può giovare o meno al benessere del nostro comparto galoppo e non abbia a congelare invece la produzione indigena o gli acquisti di yearling esteri che sono altra cosa , anche industrialmente e imprenditorialmente e soprattutto culturalmente , rispetto all’acquisto del prodotto finito.
Valutiamo se la situazione può essere simile a quella che si era creata negli anni 70 quando abbastanza corposo fu inizialmente l’afflusso di questo genere di importazioni. A differenza di oggi , in quel periodo era consentito un certo protezionismo anche ope legis ( leggi attraverso proposizioni di corse limitanti) ma questa “migrazione” si esaurì non perché furono o meno elevate barriere insormontabili ma perché l’intero movimento e comparto ippico ebbe ad iniziare proprio intorno alla metà degli anni 70 un incremento sempre maggiore della raccolta delle scommesse e conseguentemente delle risorse a disposizione del settore che indussero gli Allevatori, grazie alle imprescindibili provvidenze ad hoc ( sono i grandi numeri che contano insieme alle eccellenze della produzione incontestabile) non solo ad aumentare la quantità delle nascite ma soprattutto ed in maniera progressiva la loro qualità.
Questo consentì anche una parzialmente indolore apertura , inevitabile e pienamente corretta, di tutte le corse visto che eravamo entrati nel villaggio globale e cosmopolita del Turf mondiale. La produzione indigena di buon livello sempre migliore, la bontà degli acquisti di yearling esteri, l’insieme delle risorse determinarono una stagione di quasi 30 anni di benessere crescente. Solo per darvi una idea spannometrica. Piero Golisano ad inizio anni 70,disse più o meno … “ iniziamo il decennio con una raccolta di scommesse di 100 miliardi di lire per anno, nel 1980 vogliamo raggiungere i mille miliardi .” Cosi fu.
Intendiamoci mille miliardi sono i 500 milioni di euro che oggi anzi superiamo di qualcosa. Vero ma il potere di acquisto della somma prelevata e a disposizione del settore era chiaramente enormemente superiore ed andava sempre più lievitando fino a raggiungere i seimila miliardi circa ovvero in euro i tre miliardi, intorno al 2000 tondo circa ( di conseguenza anche la somma prelevata a disposizione del settore) , epoca in cui tutte le scommesse e i giochi furono liberalizzati, anche qui più che legittimamente e giustamente al passo con i tempi.
Che poi noi non si sia stati capaci di trovare o di indurre a trovare soluzioni per mantenere o implementare il livello della raccolta scommesse, ora appunto tra i 600 e credo 700 milioni, non quindi i 3 miliardi di inizio secolo, beh questo è un altro discorso che forse tuttavia ci può chiamare in causa interamente come comparto. Per tornare a quella epoca, diciamo fine anni 70 oppure inizio anni 80, non è che si esaurirono gli acquisti di cavalli già pronti all’uso, no assolutamente. Cambiò potenzialmente il loro livello qualitativo ed anche il peso dell’investimento necessario perché per poter avere un cavallo competitivo era necessario averlo qualitativo.
Pensate agli acquisti o importazioni di cavalli come Carroll House, Prorutori, Welsh Guide, Haul Knight, Homayoun, Erdelistan ma solo per dare una idea perché ce ne furono molti altri di pari livello . Chiaro pure che diverse importazioni furono fallimentari, fa parte del gioco. Giova anche notare che proprio negli anni 70 iniziò , qui si ha davvero la plastica percezione del nostro essere diventati mercuriani, in maniera consistente anche l’invio o l’acquisto di cavalli yearling esteri che venivano lasciati in allenamento in Francia o Inghilterra per conto di proprietari italiani. La cartina di tornasole del fatto che il settore era in salute ed aveva la mentalità giusta.
Certamente fu Carlo Vittadni già alla fine degli anni 50 ad aprire la strada ma lui stesso e Carlo D’Alessio circa a metà degli anni 70 furono pienamente protagonisti della scena internazionale e con loro appunto molti operatori italiani fecero altrettanto.
Tornando al tema iniziale , è solo un segnale d’accordo ma dobbiamo capire dove ci può portare e se mai come si può, se lo riteniamo, fare in modo di rinvigorire la produzione interna e gli acquisti yearling.
Secondo me , questo è un tema che deve indurci a riflessione perché possiamo prendere una strada oppure un’altra quasi opposta ma almeno facciamolo con cognizione di causa , ragionandoci sopra. Il segnale sta per superare il livello in cui si accende la spia rossa.























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