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  • Michele Panzera
  • 21/12/2008

Il management e i cavalli per la riabilitazione

NELL’ULTIMO DECENNIO le sempre più complete metodologie e tecniche dell’indagine etologica hanno reso possibile il monitoraggio oggettivo di un insieme di parametri fisiologici ed etologici che vengono considerati validi indicatori di welfare animale, inteso non più solo come la condizione di salvaguardia e tutela delle condizioni che garantiscano il soddisfacimento dei più elementari bisogni fisiologici (fame, sete, sonno) ma, in maniera più compiuta, come lo stato nel quale viene a realizzarsi l’omeostasi motivazionale ed emozionale dell’individuo nel rispetto delle caratteristiche non solo specie-specifiche ma anche di quelle tipologiche costituzionali ed attitudinali.
Gli studi di etologia equina hanno dimostrato che le condizioni di management rappresentate dal tradizionale monotono box influenzano i livelli di interazione sociale e di svolgimento del repertorio comportamentale proprio della natura gregaria del cavallo che risultano limitati e/o impoveriti nelle loro componenti gestuali, mimico-espressive e motorie. Dai risultati finora ottenuti nel corso degli ultimi dieci anni di attività del nostro Laboratorio di Etologia veterinaria comparata della Facoltà di Medicina Veterinaria di Messina, emerge che le tradizionali tecniche di allevamento del cavallo influenzano negativamente le esigenze cinetiche, relazionali ed emozionali del cavallo, impedendone la normale strutturazione degli spazi sociali secondo le peculiari caratteristiche della specie ed inficiandone il suo equlibrio emotivo.
Nell’ambito dell’impiego degli animali come ausilio terapeutico ed educativo, l’uso del cavallo nella riabilitazione equestre necessita di protocolli di valutazione validati e condivisi dalla comunità scientifica.
La propedeutica idoneità della conformazione e della qualità dell’andatura sono importanti aspetti da esaminare nella selezione dei cavalli nei programmi di riabilitazione equestre e - rifacendosi agli Ippologi classici - risulta agevole definire l’armonia dell’insieme ed i più importanti parametri biomeccanici nella valutazione dell’idoneità fisica dei soggetti da utilizzare nelle Terapie per Mezzo del Cavallo (TMC). Ben diversamente si presenta la valutazione del temperamento e della reattività dei soggetti da utilizzare nelle TMC.

STUDI sulla valutazione del temperamento e della reattività sono stati effettuati in molte specie animali, ma in numero relativamente limitato sui cavalli. Alcuni studi hanno attribuito un punteggio emozionale sulla base di valutazioni soggettive dei cavalli ed hanno indagato l’associazione del punteggio ottenuto con le performance di apprendimento.
Altri Autori hanno utilizzato un punteggio emozionale per valutare le risposte comportamentali di puledri stabulati in un recinto e nell’attraversamento di un piano inclinato. Questi punteggi sono stati correlati con due parametri fisiologici (frequenza cardiaca e frequenza respiratoria) e comparati con i comportamenti più frequenti della specie equina.
Altri ancora hanno riscontrato la correlazione tra il valore della frequenza cardiaca ed il punteggio medio di emotività (AES), riferendo che elevati valori della frequenza cardiaca erano stati registrati nei puledri più nevrili.
Le conoscenze e le esperienze fin qui acquisite ci consentono di poter enucleare alcune problematiche di fondo sull’utilizzo del cavallo quale ausilio o strumento o vero e proprio coterapeuta in una variegata gamma di patologie neuromotorie e psichiche.
Innanzitutto, nella maggior parte delle equipe socio-pedagogiche presso le strutture ippiche che svolgono attività terapeutiche per mezzo del cavallo, il ruolo del medico veterinario è relegato ai margini di una valutazione di idoneità sanitaria dei cavalli utilizzati nella TMC, mentre l’organizzazione del management di scuderia, dei tempi di ristoro dalle attività terapeutiche, delle attività di sostegno alle sue esigenze etologiche e degli indirizzi sul governo degli animali adibiti alla TMC, sono delegate a figure tecniche più o meno riconosciute da strutture istituzionali o paraistituzionali.
Di conseguenza, solo nel caso in cui il personale tecnico, paramedico o medico possiede idonee e valide conoscenze ippologiche è possibile ritenere che la dimensione animale sia tenuta in debita considerazione.
Ai benefici effetti del cavallo coterapeuta, storicamente riconosciuti ed indagati dalla medicina umana e dimostrati dal sempre più massiccio ricorso alle sue doti terapeutiche, non corrispondono i necessari accorgimenti di management per far si che i positivi effetti sul paziente non si traducano in una forma più o meno edulcorata di sfruttamento animale che tradirebbe lo spirito dell’intervento terapeutico attraverso il cavallo.
Considerata, dunque, l'esiguità dei dati bibliografici a riguardo e la particolare valenza relativa alla scelta dei cavalli da adibire alla R.E., abbiamo ritenuto interessante valutare la risposta comportamentale e cardiofrequenzimetrica di n. 8 soggetti - impiegati in attività terapeutiche rivolte a pazienti con disabilità di tipo psichico e motorio - utilizzando le metodologie e le tecniche del disegno sperimentale etologico ed indagando circa l'influenza della componente manageriale sulla reattività comportamentale dei cavalli, valutata sia durante l'attività terapeutica che a riposo.
Abbiamo effettuato, quindi, l’analisi comparativa delle diverse tipologie di allevamento accorpando i soggetti, oggetto di osservazione, secondo il seguente schema:
Management di tipo 1;
Management di tipo 2;
Management di tipo 3.%%newpage%%

IL MANAGEMENT  di tipo 1 era caratterizzato dall’utilizzo degli animali esclusivamente per le attività terapeutiche e senza alcuna possibilità di interazione intra ed interspecifica al di fuori delle sedute di TMC. I soggetti di questa tipologia di management, purtroppo abbastanza diffusa, erano stabulati in box per il resto della giornata.
Il management di tipo 2 era caratterizzato dalla possibilità di far svolgere ai cavalli attività motoria aggiuntiva e dall’opportunità di poter effettuare interazioni sociali intra ed interspecifiche.
Il management di tipo 3 era caratterizzato  dalla libertà di movimento degli animali durante l’intera giornata, dallo svolgimento giornaliero di attività di maneggio e dalla possibilità di poter svolgere l’intero repertorio comportamentale sociale intraspecifico, liberi al paddock.
Dal campione, così ottenuto, sono stati selezionati n. 64 pazienti per omogeneità dei dati, possibilità di confronti statistici tra gruppi e consistenza minima dei dati acquisiti.
I quadri nosografici maggiormente rappresentati sono stati i seguenti:
N. 16 soggetti con diagnosi di problemi relazionali di vario grado;
N. 14 soggetti con diagnosi di autismo;
N. 11 soggetti con diagnosi di ritardo psico-motorio;
N. 8 soggetti con diagnosi di sindrome di Down;
N. 6 soggetti non vedenti e non udenti;
N. 5 soggetti con diagnosi di handicap motorio;
N. 4 soggetti con diagnosi di paralisi cerebrale infantile.
Gli otto soggetti sono stati sottoposti anche ad un test di reattività e le sequenze video digitali, trasferite in memorie di massa, sono state sincronizzate con il tracciato cardiofrequenzimetrico, ottenendo l’esatto valore della frequenza cardiaca ai punti tempo del test di novità.
Il test di reattività è consistito in :
posizionamento al centro del box di ciascun cavallo di un ombrello aperto con soluzione cromatica in contrasto di fase e per la durata di almeno 5 minuti;
applicazione di un cardiofrequenzimetro telemetrico;
 videoregistrazione della risposta comportamentale.

LIMITATAMENTE agli aspetti più salienti dei risultati da noi ottenuti abbiamo evidenziato che, indipendentemente dalle differenze individuali, alla tipologia di management da noi contrassegnata con il numero 1 è da attribuire la responsabilità delle differenze statisticamente significative tra i soggetti utilizzati nell’ambito del quadro nosografico dell’autismo, dimostrando che l’alterazione dell’etogramma del cavallo da privazione specifica è indotta da isolamento sociale e privazione sensoriale.
Considerando che i confronti statistici relativi ai pazienti affetti da sindrome di Down e da problemi relazionali sono risultati non significativi sia intragruppo che intergruppo, appare del tutto evidente che proprio nella sfera delle relazioni empatiche interspecifiche l’idoneità del management è il requisito fondamentale.
Se ai cavalli utilizzati per attività terapeutiche non si garantisce il mantenimento delle condizioni di omeostasi emozionale, si può ragionevolmente ritenere che le sedute terapeutiche si configurino come fonte di stress emotivo. La garanzia delle interazioni intraspecifiche in spazi adeguati (vedi tipologia 3) , i principi dell’arricchimento sensoriale, l’attività di maneggio mirata a compensare l’onere del coinvolgimento emotivo, dovrebbero essere i cardini dell’organizzazione delle attività terapeutiche per mezzo del cavallo.
Al cospetto dei requisiti cognitivi del cavallo, le modalità e le metodologie di allevamento ed i criteri costruttivi dei ricoveri risultano spesso non adeguati alla tipologia comportamentale equina, venendosi così a configurare situazioni di management che elicitano condizioni di disagio o di manifesta sofferenza di tipo sociale.
Un altro aspetto, a nostro parere, meritevole di considerazione, riguarda i risultati da noi ottenuti nel test di reattività. Tale test ha la finalità di valutare il grado di reattività utilizzando il valore della frequenza cardiaca quale riconosciuto indice del coinvolgimento neurovegetativo nelle reazioni di investigazione e di orientamento verso la fonte di stimolazione.
Nella fattispecie il test di reattività da noi eseguito può intendersi quale test di novità (novel object test) con lo scopo di monitorare una componente delle reazioni neurovegetative a stimoli insoliti, cioè nuovi.
Orbene, indipendentemente dall’assenza di differenze statisticamente significative tra i valori medi totali minimi, medi e massimi della frequenza cardiaca nelle tre differenti tipologie di management, è da evidenziare la tendenza a considerevoli scarti tra il valore della frequenza media e quello della frequenza massima nei soggetti appartenenti alle tipologie di management 1 e 2 la cui frequenza massima si attesta su valori pressoché doppi rispetto al quello della frequenza media, mentre nei soggetti appartenenti alla tipologia di management 3 esso si attesta su valori aumentati circa del 50%.

LA RISPOSTA neurovegetativa e comportamentale dei soggetti della tipologia di management 3 è classificabile come reazione di investigazione sottesa alla soglia di attenzione e allerta, mentre quella dei soggetti appartenenti alle tipologie di management 1 e 2 è classificabile come reazione di allarme e atteggiamento di paura.
Il secondo tipo di risposta è tipico dei soggetti che temono le novità, non li investigano ma le evitano, mentre il primo tipo di risposta è tipico dei soggetti con buoni livelli di investigazione e curiosità.
 Un cavallo che vive in un ambiente sensorialmente stimolante, con molteplici fonti di investigazione, che ha la possibilità di esplorare per conoscere, mantiene tonicamente attivi i sistemi di controllo dei livelli di attenzione e non teme l’ambiente che lo circonda perché lo conosce. Un cavallo, invece, che vive in un ambiente ipostimolante, sensorialmente monotono, che è impossibilitato ad esplorare e conoscere, teme l’ambiente che lo circonda perché non lo conosce.
Un cavallo che ha timore, adotta la reazione di evitamento quale strategia di sopravvivenza e costituisce un potenziale pericolo se non adeguatamente gestito e governato.
I risultati da noi ottenuti, pertanto, evidenziano la necessità di pervenire alla definizione di requisiti minimi infrastrutturali e di management almeno per i cavalli utilizzati nella TMC, altrimenti ed ancora una volta, si infliggerà a questo nobile compagno dell’uomo solo sofferenza e sfruttamento.

Prof. Michele Panzera
Facoltà di Medicina Veterinaria
Università di messina

 

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