Gabriele d'Annunzio ci racconta il primo Derby
IL DERBY di galoppo, che si correrà domenica 11 maggio alle Capannelle, è giunto alla sua 125esima edizione. Il primo Derby nel 1884 ebbe un cronista d’eccezione in Gabriele d’Annunzio, che così raccontò la sua giornat aall’ippodromo romano.
“PIOVIGGINAVA il giorno del gran Derby.
La signora che scendeva dall’alto equipaggio, o da una più modesta ‘caleche’ a quattro cavalli, prima di mettere una scarpetta, lievemente rabescata di belletta, sul primo gradino della scala della tribuna, dava un’occhiata, tra il desolato e il sospettoso, al cielo grigio e rannuvolato. Poi, avanzando su per la scala, chiedeva al suo cavaliere, un anglomane che naturalmente non le offriva il braccio, con sollecitudine quasi affettuosa, notizie della pista, servendosi della terminologia speciale, facendo un gran cinguettìo insensato di turf, paddock, jockeys.
La tribuna, che si chiama ‘delle signore’ perché è aperta al pubblico (mentre l’altra tribuna serve esclusivamente, con egoismo di clubmen tutto moderno, a difendere il pudore dei soci del Jockey Club dall’eventualità di una vicinanza ‘shocking’), si era riempita sollecitamente il giorno del Derby. Le più ostinate seguaci di quella vecchia scuola elegante e mondana, che ha per canone l’arrivo al secondo atto in teatro e cinque minuti dopo l’ora di un invito qualsiasi, quel giorno si erano affrettate: il posto non era ancora conteso, ma pigliato d’assalto.
L’altra tribuna era già gremita, innanzi si dèsse il segnale della prima corsa. Anche il padiglioncino reale si riempì per tempo. Più che un invitato, in quel giorno Re Umberto sembrava il patrono della festa…
Doveva esserne anche l’eroe.
In giro, dietro le palizzate che seguono la grande ellissi dell’ippodromo, brillavano cupamente, ai raggi intermittenti del sole, le nere vernici dei legni, di cui gran parte serviva di palco alle più eleganti e peccaminose incarnazioni del vizio splendido e fastoso di Roma. Su dal fondo scuro di quei ‘landau’ e di quelle ‘victoria’, spiccavano, come getti candidi e spumosi di fontane ambiziose di richiamare sopra di sé e di rifrangere tutte le luminosità eventuali dell’ambiente, le primaverili figure delle peccatrici magre, diane cacciatrici del cervo ramoso e dignitosamente milionario, che fugge loro davanti per la selva umana.
“E SU QUELL’ISTESSO fondo scuro delle carrozze di rimessa posavano maestose le giuonie bellezze, di quelle a cui la caccia è ormai riuscita e ingrassano nella dolcezza di una vita, in cui i diamanti rassicurano per quel misterioso domani, del quale non può farsi certo mallevadore il fallace strass che brilla all’orecchio delle compagne meno fortunate. Ad accettare la distinzione del Sardou tra la destra e la sinistra, si potrebbe bene applicarla a queste due diverse specie di peccatrici: la sinistra – appetito con gran lusso, denti bianchi e oziosi; la destra – digestione e indigestione, con più perle vere al collo che in bocca.
Il premio del Derby Reale aveva straordinariamente animato le scommesse per la terza corsa. Non mai le corse romano avevano veduti tanti ‘bookmakers’; non mai i ‘bookmakers? Venuti a Roma avevano veduti tanti scommettitori. Per non parlare che delle scommesse aristocratiche, fatte nel recinto del ‘pesage’ sotto gli occhi del Jockey Club. I partigiani dei vari cavalli candidati al premio di 24.000 lire e alla conseguente celebrità turfica, scommettevano somme enormi: Andreina, dicevano, aveva per 50.000 lire di fiducia pubblica tra gli uomini del ‘turf’; ignoro il valore esatto accordato alle zampe di Gueeno’s Scott.
Certo che se non c’è un dio per l’universo, c’è un diavolo per i ‘bookmakers’. Questi aleatori, oramai trattati da nemici pubblici in Francia, cavallette dei campi di corse, devono al trionfo, non da tutti aspettato, di Andreina di non essere stati ridotti al verde, a un verde più oscuro di quello dei prati circostanti. La corsa del Derby non aveva apparati drammatici e ariosteschi: era una corsa di classica purezza e di semplicità severa; non doveva abbagliare gli spettatori con l’esposizione delle qualità brillanti, ma doveva conquiderne l’ammirazione con la dimostrazione pratica delle qualità solide e serie dei cavalli concorrenti, e più di tutto di quelle del vincitore.%%newpage%%
“IO HO VISTO il signor Rook padre avvicinarsi, con una certa compostezza inglese, ad accogliere Andreina e il fantino che la montava che era suo figlio, lì, sull’ingresso del ‘paddock’, senza rivokgere una parola a suo figlio, senza una carezza ad Andreina, ascoltando le congratulazione degli altri alte e basse, come un uomo che pensa ad altro… A guardarlo bene, si vedeva che era pallido: ma era certo il più tranquillo di tutti i presenti.
Eppure, oltre ad aver guadagnato il premio della munificenza del suo reale padrone, si è conquistato dei titoli speciali alla gratitudine del Sovrano, poiché T.Rook, socio della scuderia del conte Gastone de Larderel a Firenze, è anche lo pseudonimo del Re d’Italia quando ha bisogno di far iscrivere alle corse un cavallo come Andreina, per esempio. Non so per quali ragioni nessuno l’abbia detto: il vincitore del Derby Reale, il vincitore del Premio del Re d’Italia, per ciò che riguarda l’onore e la soddisfazione è stato veramente Sua Maestà il Re Umberto I.
Lo ‘steeple chase’ fu naturalmente il pezzo più brillante e il successo più popolare di tutto il giorno. Tutti quegli ostacoli, quelle barriere, quei pericoli solleticano la cuorisoità del pubblico, benché forse meno gustati dagli ‘sportsmen’ di professione. Eccetto, s’intende, il caso che tra i concorrenti ci sia il proprio cavallo, ovvero il cavallo favorito. L’anno passato, lo ricordo ancora, io ho ricevuto delle forte e bizzarre impressioni da uno ‘steeple chase’ finale.
“CORREVA il cavallo di una ‘sportwoman’ notissima di Roma. La mia sorte, per ironia forse, mi aveva collocato presso la gentil signora: naturalmente un gradino più in basso. La corsa era interessante e sulla tribuna eravamo tutti in piedi. A un tratto, una mano inguantata scese sulla mia spalla imprimendole una lieve pressione. Mi rivolsi dolcemente, con tutta la doclezza di cui potevo disporre. Era lei, ma non badava a me: badava al suo cavallo. Cominciò allora uno dei martirii più deliziosi che si possano immaginare. Come il cavallo superava qualche nuova difficoltà, le dita inscienti e nervose della signora ne davano notizia alla mia spalla.
Era una trascrizione energica… direi quasi per violino, nel genere pizzicato, dello ‘steeple chase’. Il cavallo saltava una staccionata? Le dita stringevano energicamente un po’ della mia carne. Il cavallo superava una sbarra? Giù un’altra strizzatina. Il cavallo riusciva nei due salti successivi della gabbia? Il movimento delle dita diventava dolorosamente circolare. Una nuova prodezza del cavallo? Una nuova giratina alla mia povera carne.
Quando il cavallo ebbe saltato il fossato sotto la tribuna, io cacciai un grido di dolore che si confuse con quello di trionfo della signora: il suo cavallo aveva vinto, ma io avevo una spalla livida che per tre giorni mi ricordò la mia inaspettata e immeritata fortuna.
E me ne ricordo ancora”.

Gabriele d\'Annunzio a cavallo ( immagine repubblica)



























