Cavalli scalzi, il metodo-Ramey non tramonta
LA PRESENTAZIONE del libro di Pete Ramey, Il pareggio naturale dello zoccolo, è diventato l’occasione per un vivace confronto tra scuole di pensiero lontane nella pratica ma unite nella convinzione che “scalzo è meglio”.
Il libro presentato nell’edizione Equitare al Centro L’Auriga ha dieci anni: lo ha ricordato in apertura l’eserto barefooter Franco Belmonte, per sottolineare subito dopo che non si tratta per questo di un testo datato. Oltre a “fotografare” la prima prova didattica di Pete Ramey, il Pareggio naturale è infatti un esempio di teoria unita alla pratica in una disciplna che è andata evolvendosi. Quello che è rimasto invariato e valido a dieci anni di distanza è l’approccio quasi socratico: non (solo) un manuale, per quanto ricco e documentato, ma un libro che solleva dubbi. Unica certezza, il fatto che ogni singolo cavallo (asino o mulo) è diverso da tutti gli altri: al pareggiatore è richiesta questa consapevolezza, che dovrà guidarlo nella pratica quotidiana.
Prima ancora di entrare nel “metodo Ramey”, Belmonte ha brevemente introdotto il movimento barefoot e la sottesa filosofia “ironfree”: alla base, la rinuncia agli aiuti artificiali (tra cui ferri e imboccature) e la scelta di anteporre la relazione alla prestazione eliminando strumenti tecnici che magari rendono il cavallo più competitivo, a scapito però del suo benessere.
Per non scivolare nell’utopia del cavallo naturale, Belmonte ricorda che l’Arizona, con i suoi mustang liberi e bradi, è lontana e sottolinea: il pareggio deve rispettare il cavallo –ogni cavallo - com’è nella sua condizione effettiva. Una sana lezione di pragmatismo, che chiede di considerare l’ambiente dell’animale: stabulazione, terreno e clima in cui il cavallo vive, senza mai rinunciare ai miglioramenti possibili, in un approccio integrato.
E’ il responsabile barefoot de L’Auriga, Luigi Pacetti, a sottolineare come Ramey non si occupi nel libro solo di cavalli, ma anche di asini e muli: spunto interessante, visto il revival che i cugini del cavallo stanno conoscendo negli ultimi anni, si tratti di trekking someggiati o di onoterapia.
Qualche domanda tecnica e sulle differenze tra il metodo di Ramey e quello di altri barefooters – a partire dal suo primo maestro Jackson e dalla tedesca Strasser - poi parte il dibattito, vivacizzato dalla presenza di pareggiatori di altra scuola. Le divergenze su pratica e procedure si sciolgono di fronte al punto in cui i vari rami dell’albero barefoot si ricongiungono: il benessere del cavallo prima della soddisfazione del suo umano, ma anche per questa. Su questo punto d’unione, in progetto un nuovo incontro.


























