Australia e Cina, la crudeltà non ha confini
FINO A IERI credevamo di avere una idea netta e precisa di vivisezione animale: una attività ripugnante sottesa da una mostruosità ideologica che usurpa il nome di scienza. Di fronte a crani scoperchiati come una caffettiera; di fronte a cervelli che grondano fili elettrici da ogni parte; di fronte a virus letali iniettati per contare quante convulsioni servono ad una agonia prima di risolversi in morte; di fronte ad ossa sapientemente spezzate per ricavarne la esatta misurazione della soglia del dolore; di fronte a corpi con due teste; di fronte a simili, e ancor più variegate, gallerie degli orrori, per conto nostro c’è poco da discutere. E’ da rispedire al mittente, con sovraffrancatura di abominio, ogni ipotesi di ricerca al prezzo della sofferenza di altri esseri viventi e, non sarà mai abbastanza ripeterlo, senzienti. Fine del dibattito.
Questo fino a ieri. Ma ci sbagliavamo. Perché oggi scopriamo che, invece, c’è ancora molto da discutere. E, se possibile, in modo ancora più allarmato. Alcune foto pubblicate su La Stampa. it del 16-3-2010 mostrano come la vivisezione animale non sia soltanto l’abominevole pratica di cui abbiamo detto, ma come si stia espandendo in quanto idea di relazione e, peggio ancora, di modello educativo.
La prima sequenza fotografica si svolge in giardino zoologico australiano.
Un bambino, si dice di sette anni, si intrufola in lungo un passaggio inaccessibile al pubblico e da qui si cala in un recinto che ospita lucertole e tartarughe. Uccide tre lucertole, risale e le getta nella in una vasca adiacente, dove c’è un coccodrillo. Il quale, ovviamente, si fionda sulle prede mentre il ragazzino, dall’alto, si gode lo spettacolo. Gli piace quello che vede. Gli piace al tal punto che vuole vederlo di nuovo. C’è un solo modo. Riscende, prende le tartarughe, risale e ripete l’operazione. Accade esattamente quello che voleva che accadesse. Sapeva che sarebbe accaduto. Quella rappresentazione se l’è costruita scelta dopo scelta, decisione dopo decisione, atto dopo atto. Regista, attore e spettatore. Aspettiamo uno psicologo dell’età evolutiva che ci descriva con entusiasmo come nel destino di questo bambino sia già scritto uno splendido futuro di illustre anatomopatologo di fama internazionale.
LA SECONDA sequenza avviene in un circo equestre cinese.
Nel chiuso di una gabbia, un domatore di felini fa girare in tondo un cavallo con in groppa leoni e tigri. E’ il vero trionfo della civiltà dell’uomo. L’uomo riesce la dove la natura fallisce. Preda e predatore possono convivere pacificamente. E poco, anzi niente, importa, se gli artigli del leone affondano nella carne del cavallo. Poco, anzi niente, importa se le fauci della tigre sfiorano il collo del cavallo. Poco, anzi meno di niente, conta se il cavallo ha il cuore a mille e se i suoi occhi rivelano cos’è il terrore allo stato puro. Bambini festosi e pubblico pagante applaudono.
Ogni commento sul prodigioso bambino australiano e sullo spettabile pubblico cinese ci appare tristemente inutile. E dunque, possiamo anche chiuderla qui, rassegnandoci all’idea che la cultura del rispetto per ogni essere vivente vada iscritta definitivamente fra la utopie dei sognatori ad occhi aperti. E’ dura da mandare giù, ma fatti come questi non è che lasciano granché sperare. E’ anche vero, però, che certe utopie sono testarde. Anche se prendono continuamente schiaffi da tutte le parti, non mollano la presa nell’ostinarsi a credere che, prima o poi, questo stato di cose deve pur cambiare. E allora prendiamolo ancora più di petto, questo stato di cose.
Andiamoli a cercare i genitori che portano i propri bambini a vedere gli ‘spettacoli cinesi’. Chiediamo loro che cosa intendono per ‘comune senso della decenza’. Chiediamo loro se non temano che lo spettacolo di un animale terrorizzato, maltrattato, possa violare l’innocenza dei propri figli, al pari di qualsiasi altra turpitudine commessa nei confronti di un essere umano.
Andiamolo a cercare quel bambino australiano, americano, giapponese, italiano, parliamoci con questo bambino di ogni razza e colore. Raccontiamogli, come è fatto il dolore. Diciamogli che esiste davvero, che non è una finzione televisiva. E dopo averglielo spiegato per bene, con tutto l’affetto, le cautele, le prudenze e le accortezze possibili, dimostriamogli quanto sia vero e reale, il dolore. E chiediamogli di scegliere da che parte stare: se dalla parte di chi lo procura o dalla parte di chi lo combatte. E, mano dietro la schiena, incrociamo le dita.


























