Riflessioni sull'ippica e sul suo futuro
Lo scorso 20 giugno è stato pubblicato su questo sito un bell'intervento di Mario Berardelli "Ippica: un prodotto dell'Agricoltura che produce cultura", interessante e molto condivisibile, che fa il punto - e offre spunti - sullo stato dell'ippica in Italia, sullo sfondo della cultura che viene dal mondo del cavallo.
La lettura mi ha portato a sviluppare alcune osservazioni.Parto dal solito nodo centrale: le risorse.Il circuito allevamento - corse - risorse (cioè la selezione, lo strumento di attuazione della selezione e le risorse per far vivere i due punti precedenti) che si ripete e si sviluppa in tutti i paesi in cui si organizzano corse di cavalli, dovrebbe essere seguito anche in Italia.
Invece l'ippica nazionale è in pratica finanziata dal Ministero della Politiche Agricole, che gestisce anche direttamente tutto il settore delle corse.Caso unico al mondo.
Dovunque l'ippica è strutturata con una sua chiara autonomia, sempre sotto il controllo dell'Agricoltura, e le risorse vengono dalle scommesse.Parola misteriosa quest'ultima, visto anche il crollo impressionante del gioco, al quale nessuno vuole porre rimedio e di cui non si parla più.
Mi chiedo cosa succederebbe se l'Agricoltura non fosse più in grado di mantenere questa improvvida impostazione di finanziamento al settore.Senza aspettare il peggio, la situazione attuale è sotto gli occhi di tutti: crollo del numero delle corse, montepremi risibili, ippodromi non attrattivi, crisi dell'allevamento, scommesse che vedono ormai l'Italia superata da tanti altri paesi che storicamente sono sempre stati "sotto di noi".
Non credo di essere pessimista nel ritenere che non ci sia alcuna consapevolezza profonda delle problematiche di questo comparto: ci si limita - ogni tanto, quasi distrattamente - ad affermazioni di principio banali, mai sostanziate da provvedimenti incisivi conseguenti.
Guardando almeno all'ultimo decennio si può rilevare come nell'informazione sul settore ci sia stato un progressivo indebolimento del dibattito, che è sempre più stanco e legato a fatti contingenti, al giorno per giorno.Purtroppo non rimane altro che l'attesa, che temo sia inutile.




























