Quando l'auriga era un dio nell'antica Roma...
FRA LORO E I GLADIATORI non c’è confronto. Questi, poveracci, sono carne da macello. Quelli, semidei. Basta che scendano in pista con i loro cavalli e i boati delle tifoserie fanno venire giù gli spalti del circo. Le corse dei cavalli a Roma non sono una passione: sono una vera e propria malattia che non fa distinzione di ceto e di censo. Ricchi, poveri, signori, straccioni, giovani, vecchi, chi sa di lettere, analfabeti, servi, padroni, mercanti, usurai, matrone, vergini e meretrici, politici, notabili di ogni rango, malfattori, tutti a Roma hanno un auriga che osannano come un dio. Se poi vince, è gloria eterna per lui e per il cavallo. A dir la verità, questi aurighi, di per sé, non sarebbero proprio degli stinchi di santo. Anzi, se proprio volete sapere come stanno le cose, sono la feccia delle fecce: ex galeotti, ex condannati a morte, pendagli da forca che si sono macchiati delle peggiori nefandezze. Ma il popolo di Roma, di fronte alla delirante esaltazione di una corsa di cavalli, è capace di dare non uno ma mille colpi di spugna sui suoi passati inconfessabili. Anche le anime più nobili, anche gli spiriti più alti, come il gran letterato Marziale, si inchinano di fronte alle loro manifestazioni di potenza e di abilità e ne tramandano la gloria ai posteri. Quando escono in libera uscita, Roma per loro è zona franca: si ubriacano, non pagano i conti, prendono di petto chiunque gli capiti a tiro, povera la ragazza che disgraziatamente capita sulla loro strada. Se qualcuno, sciagurato, osa lamentarsi per le urla e gli schiamazzi che fanno sguaiatamente rimbombare per ogni strada, nel giro di pochi minuti capisce di aver fatto il più grosso errore della sua vita. Dovrà chiedere scusa e ringraziare gli dei se riuscirà a cavarsela con un braccio spezzato o la testa fracassata.
TUTTO A LORO VIENE CONCESSO, tutto perdonato. Sono fatti così. E piuttosto che perderli, Roma se li tiene come sono. Certo, non bisogna fare, come si dice, di ogni erba un fascio. Alcuni sono diventati dei veri e propri signori. Non perché improvvisamente folgorati da divina virtù, ma perché con le vittorie in pista e con l’idolatria dei tifosi sono diventati ricchi sfondati. Prendete, per esempio, Pompeo Muscloso. Si è portato a casa più di 3500 coppe. Oppure Pompeo Epafrodito, che ha vinto per 1500 volte. Oppure Diocle, un vero artista della biga e della quadriga. Anche lui più di quattromila traguardi. Si dice che abbia chiuso la carriera con un patrimonio di 35 milioni di sesterzi. Cifra da capogiro. Roba da comprarsi Senato, Senatori e tutta le gens di contorno. Però, questi manigoldi di aurighi, una cosa la sanno: senza i cavalli la loro vita non sarebbe stata degna di scorrere neanche fra i nauseabondi rivoli della più putrida delle fogne. La loro vera fortuna è che Roma ama i cavalli. Dalle parti del Circo Massimo c’è ancora la stele funeraria di Eutydicos, “cavallo veloce, vincitore di premi”. Tutto l’impero romano li ama. In un palazzo della Numidia del II secolo, Pompeiano, il padrone di casa ha voluto un mosaico con scritto su “Vincitore o no, ti amiamo Polidosso”. Polidosso è il suo cavallo.
E CALIGOLA? L’Imperatore “folle” colui che le malelingue sostengono abbia nominato senatore (o console) Incitatus, il suo cavallo preferito? Vediamo di fare chiarezza.
C’erano allora a Roma ( siamo nel primo secolo) quattro scuderie da corsa che prendevano il nome dai colori delle rispettive “giubbe”: Rossi, Bianchi; Azzurri e Verdi. Caligola era un tifoso sfegatato di questi ultimi e soprattutto del loro cavallo di punta Incitatus, appunto. E fino a qui non sembra ci sia nulla di anomalo…tranne l’ordinaria follia che accomuna tutti gli appassionati di cavalli. Chi è senza peccato… Racconta Cassio Dione ( storico del terzo secolo) che l’imperatore soleva invitare Incitatus a pranzo offrendogli orzo e altre leccornie, che era solito brindare alla sua salute e soprattutto che aveva l’abitudine di giurare su di lui.
Viene il sospetto che alle gambe e ai successi del suo campione preferito fosse solito affidare presagi circa il proprio futuro. Insomma una sorta di identificazione tutt’altro che anomala. Lo facevano molti romani del tempo di trarre auspici dall’esito delle corse e Caligola era solito avere delle abitudini molto “popolari”! In realtà dietro le corse dei cavalli nel circo si nascondevano una serie di valenze che oggi non esiteremmo a definire esoteriche.
La forma a cerchio dell’arena sembra alludesse alla terra, piatta e circolare secondo gli antichi, posta al centro dell’universo; i sette giri della pista, previsti per ogni gara, ai sette pianeti allora conosciuti e forse anche ai sette giorni della settimana: il muoversi rapido dei carri al nascere e perire delle cose. Insomma nelle corse dei cavalli era racchiusa la rappresentazione simbolica di quella legge del mondo naturale cui tutti, uomini ed animali, siamo inesorabilmente sottoposti. Ovvio che dai risultati delle gare si traessero auspici e se gli aurighi non erano esattamente degli stinchi di santo, che importanza poteva avere? Anche gli dei dell’olimpo infondo avevano in loro un lato oscuro che li rendeva così affascinanti!


























