Lo stallone di Oderzo ovvero simbiosi uomo-cavallo
DA GIOVEDI’ 24 GIUGNO i resti di uno stallone risalenti al V secolo avanti Cristo sono esposti al Museo archeologico di Oderzo. Si tratta di un ritrovamento eccezionale sia per l’integrità dello scheletro che per la ricca bardatura che accompagna l’animale. La tomba, posta all’interno di un’area funeraria comprendente sessanta sepolture riunite in una quindicina di tumuli, risale indubbiamente a quella cultura paleoveneta che fiorì in quei luoghi intorno al X secolo e si chiuse nel II secolo avanti Cristo, periodo nel quale iniziò la conquista definitiva da parte di Roma.
La ricchezza dei finimenti ritrovati lascia intendere, senza ombra di dubbio, che si tratta della sepoltura di un cavallo “speciale” o per lo status del suo cavaliere o, molto più probabilmente, perché scelto come vittima sacrificale agli dei. In altre necropoli paleovenete, infatti, sono stati rinvenuti settori riservati al seppellimento dei cavalli, ma si trattava di animali molto avanti negli anni, mentre lo “stallone di Oderzo” (secondo lo studio eseguito da alcuni zooarcheologi) avrebbe avuto un’età di circa dodici anni.
I paleoveneti, come molte popolazioni indoeuropee, consideravano il cavallo un animale sacro, in grado di guidare l’anima del defunto nei regni dell’oltretomba e di entrare in comunicazione con gli dei. Non sappiamo con certezza quali fossero le credenze di questa antica popolazione, anche se Strabone racconta che erano soliti sacrificare un cavallo grigio in onore dell’eroe Diomede, ma sappiamo con certezza che presso molti popoli e culture il cavallo era connesso alla dialettica vita-morte–resurrezione e, quindi, al succedersi delle stagioni ed al culto del sole.
Da qui la consuetudine di sacrificare ogni anno un cavallo per inviarlo come ‘messaggero’ agli dei. Una pratica che, se pure disturba profondamente la nostra sensibilità ‘moderna’, nascondeva, con quella capacità di ambivalenza tipica della nostra specie, un amore profondo e il riconoscimento indiretto di uguale dignità tra l’uomo e l’animale prescelto a rappresentarlo.
Ma c’è un’altra informazione, seppure implicita, che ci racconta questo ritrovamento. E’ l’importanza assunta dal cavallo durante tutto il primo millennio avanti Cristo, presso le popolazioni che abitavano quelle terre di passaggio e di incontro tra culture diverse che oggi chiamiamo Veneto. Una tradizione che è proseguita immutata fino agli inizi del XX secolo della nostra èra, che ha fatto sì – tanto per fare un esempio noto- che le origini delle corse al trotto, nel nostro Paese, abbiano avuto inizio esattamente negli stessi luoghi.
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