L'arte del massacro e il massacro dell'arte
PENOMBRE AD EFFETTO BRIVIDO annunciano l’imminenza di un orrido. L’inquadratura riprende un uomo di spalle. La mano nascosta dietro la schiena impugna un martello. Stacco, primo piano: il muso di un cavallo. I suoi occhi riflettono l’immensità di una follia senza scampo. Stacco, campo lungo: l’uomo e il cavallo a figura intera. Immobilità statuaria. Niente scandisce il tempo. Di colpo l’attimo precipita e l’uomo picchia martellate sulla testa del cavallo. E picchia. E picchia ancora. Ogni colpo si gonfia di furia omicida. Ogni colpo crepita di ossa fracassate. Le zampe, come stecchini spezzati, cedono. Il cavallo, in terra, agonizza. Sobbalza su fianchi che stantuffano respiri ingolfati. Poi sfiata. E’ finita. Adesso tocca ad un bue. E poi un maiale. E poi una capra. E poi un capriolo. Stessa sorte.
Il boia è esausto. Si è guadagnato la giornata. Più lauta mancia del regista. Ce ne fosse tutti i giorni, dice tra sé. Sarebbe tutti i giorni festa. Il regista, però, non è un regista. E’ un artista, dice lui. Si chiama Adel Abdessemed, è franco-algerino e porta in giro per il mondo i video di questi capolavori di macelleria messicana. Ne fa mostre personali. C’è chi gliele organizza e pubblicizza. Anche in Italia. A Torino la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo si è voluta fregiare di tanto onore. Nel depliant di presentazione scrive: “Nel video l’atto dell’uccisione resta però isolato dal contesto, reso ambiguo nelle sue motivazioni e nei suoi effetti, per questo l’opera rimanda ad una idea astratta della violenza ponendo in questione il modo con cui questa viene rappresentata e percepita”. Avete capito bene: questo sistematico massacro da pulizia etnica è un ‘opera’ che trasmuta la violenza in essenzialità metafisica da coniugare in termini di percezione. La violenza, dunque, non esiste in sé, ma solo in quanto percepibile, soltanto come variabile subordinata rispetto alla sensibilità. Inarrivabile espressione artistica. Genio allo stato puro. Riscatto della umana mediocrità.
Come tutti i martiri della verità, anche ad Adel tocca percorrere il calvario della incomprensione che domina questo miserevole mondo. L’anno scorso, a S. Francisco, ha dovuto chiudere la mostra dopo quattro giorni. Una famelica orda di barbari dai tribali sentimenti umani ha stretto d’assedio i locali dove si svolgeva la mostra con l’esplicita, dichiarata intenzione di prendere l’artista e sbatterlo al muro. Quella canea di trogloditi era convinta che la dentro si celebrasse l’apologia di una gratuita violenza contro natura. Guarda tu fino a che punto può arrivare l’ottusità di certi esseri umani.
Ma d’altra parte c’è poco da fare: noi ottusi siamo fatti così. Niente e nessuno saprà mai convincerci che sfondare a martellate un essere vivente sia la sublime rappresentazione di una violenza che, mentre si sprigiona, contiene in sé la capacità di negarsi. Il Fichte dell’ ‘io che pone il non io’ non è roba per cervelli che si contendono il primato della ragione con i molluschi. Povero Adel. Che qualcuno lo informi. Perfino uno come lui, perfino uno come quel macellaio che ha usato, ha diritto a vivere.


























