Gran Premio di Merano come la vita. E più ancora
Per me il primo fu Pigalle, nel "68, che, a 3-4 anni se i tuoi non ti portano a vedere il galoppo a San Siro, non ti resta che cercare i cavalli -non i fumetti- in tv e l'ultima domenica di settembre, supergulp, la Rai, sul Nazionale (e dove se no?) trasmetteva quelli che a un certo punto saltavano e qualcuno finiva a terra -mammamia- o per le terre ci mandava l'omino che lo cavalcava e si faceva la bua, ma gli altri (compresi quelli ormai senza omino) continuava al gran galoppo, verso il cielo, il traguardo e, mica potevo saperlo, l'impresa e la storia.
Pigalle vestiva i colori della Dormello Olgiata, la scuderia di Ribot e di Nearco che naturalmente per me erano arabo e, per giunta la tv era in bianco e nero, però la giubba era elegante e soprattutto "Pigal" -come lo chiamava l'elegante telecronista- sembrava veramente indiavolato (tanto da far perdere le staffe -cosa che in senso figurato significa smarrire la pazienza o incazzarsi proprio e in entrambi i casi è espressione rubata all'ippica, come la parola Derby, ma che per un Alberto Baseggio -giovane peraltro già laureato nel Gran Premio con Conte Biancamano- avrebbe voluto dire la fine, se non fosse riuscito a rimettersele in volo, cioè al volo) stupendo nelle falcate a perdifiato senza che il suo fantino (a San Siro avevo già imparato come si chiamava il mestiere degli omini) anche se quelli del Merano -raccontato dal telecronista che -stiamo parlando di quello che "Gentili signore e signori qui è Alberto Giubilo che vi parla dall'Ippodromo di Maia Bassa per il Gran Premio di Merano" mi sembravano un po' più alti ed infatti lo erano, va da sè anche più pesanti...
Colpa di Pigalle dunque; e della Rai (che rompeva meno le scatole con il calcio, che andava alla radio), di Giubilo e -da quando ho imparato a leggere (dallo Sportsman)- del cantore Luigi Gianoli, se non me ne sono mai più persa una, di questa corsa, che mi trovassi a Milano, Livorno, Canicattì, su Marte o, anche dal vivo, quando a Merano ci sono andato apposta, magari da solo in treno e pullman, come nel 1979, quindicenne, per assistere allo splendido testa a testa tra il neozelandese Jet Moon montato dallo straordinario Gianantonio Colleo e Ryan's Daughter, risolto da quest'ultima sul palo per un'incollatura con in sella Pietro Santoni, il 'fantino gentiluomo'.
La voce di Giubilo era timbro e buone maniere, era musica, a tratti ritmata e a tratti da favola, pittura, racconto ed invito irrinunciabile per chiunque.
Giubilo, l'anno di Pigalle, parlò per tre quarti d'ora e forse più ancora, che già la gara durava il doppio se non il triplo delle volate di galoppo o di trotto che trasmettevano il venerdì pomeriggio in occasione della Tris, ma poi era abbinata alla Lotteria (di cui a me importava meno di zero e anzi le scritte in bianco -che poi anche avessi saputo leggere al massimo avrei letto il nome della città dove era stato venduto- mi rovinavano la vista dei cavalli in quello che lui, il cronista, chiamava "canter di avvicinamento ai nastri di partenza", ma faceva letteralmente impazzire gli adulti, che a loro importava di quei 150 milioni di lire che comunque, con il senno di poi -cioè di adesso- sarebbero quasi 2 milioni di euro, cosa che primo sono un bel gruzzolo e secondo in ogni caso dovevi seguire la corsa per scoprire il cavallo (e il biglietto, personalmente mai comprato uno) vincenti...
Secondo, quell'anno, dopo il successo dell'edizione precedente e prima di quello del "69, con in sella Sandrino Mattei, si piazzò Cogne che dunque, se Baseggio fosse ruzzolato, avrebbe per primo realizzato il clamoroso tris a seguire.
Cogne è leggenda del Merano, più ancora di qualsiasi altro campione, anche di quelli che ne hanno vinti il doppio di lui (come L'Estrain, montato dallo specialista ceco Josef Bartos e allenato dal connazionale Josef Vania Junior -il cui padre, che di Merano ne ha vinti 3 di cui 2 con in sella il figlio- e di proprietà dell'altoatesino Josef -certo che il team quanto a nomi di battesimo era ripetitivo almeno quanto il cavallo a vincere- Aichner, mancato per una grave malattia quest'anno non ancora sessantenne) o uno in più come il magnifico e sontuoso Or Jack, paragonato, nel trotto, a Sua Altezza Ourasi sauro come lui e come lui con una criniera fulva e nemmeno un pelo nero in tutto quel po' po' di statue viventi e vincenti.
Or Jack affrontò in condizioni non perfette l'edizione del 1997 e dopo i 3 trionfi conquistati con in sella Christophe Pieux (che di suo fece poker con Grey Jack) fu 'solo' secondo, di classe, battuto da un risentimento muscolare e dal connazionale Nommeo, interpretato da Olivier Potier con un binomio in stile Davide contro Golia, sfruttando il tallone d'Achille -ma quella è un'altra storia- del gigante e cioè l'avere la fronte scoperta mentre quello del cavallo, risentimento a parte, era nel non avere potuto preparare adeguatamente la sfida proprio per quei fastidi e al Merano puoi essere anche il Dio della corsa ma sempre 24 ostacoli e 5000 metri hai da affrontare e devi essere al top.
Or Jack non lo era e Christophe lo sapeva bene -cioè male- tanto che mentre di solito si stagliavano quasi subito in avanti e non facevano prigionieri, quell'anno corsero di rimessa, coperti e risparmiosi...
Ma torniamo al mitico Cogne, amato più ancora di tutti gli altri e capace a 16 anni suonati di ottenere un incredibile quarto posto, tifato e applaudito come (e più ancora).
Raccontarlo significa parafrasare la vita: i due trionfi inframmezzati da Pigalle ma prima e dopo altre due partecipazioni con emozioni non proprio esaltanti per gli appassionati e, soprattutto, decisive per i suoi uomini.
La prima nel "66 -lo montava Fabio Capasso, fantino che poi nel "70 vinse il Merano con Tatti Jacopo- ma quando galoppava tra i primi e sembrava potersi imporre per la prima volta, cadde rovinosamente all'oxer, ostacolo tra i più rischiosi (insieme all'iconica Riviera ed al Verticale) posto, oltretutto, proprio davanti alle tribune.
Per la cronaca vinse, come accennato prima, Conte Biancamano ma intanto la scuderia di Cogne decise di sostituire Capasso proprio con Sandrino Mattei.
La seconda, quindi con Mattei, nel "71, quando forse per un buon tratto della dirittura d'arrivo neppure il fantino si accorse della rimonta sullo steccato lontano del francese Mister Magoo e, di sicuro, fin dopo il traguardo non se ne avvide il cavallo.
Morale? Cogne bello, fiero e orgoglioso come sono certi cavalli quando capiscono -o in questo caso credono- di aver vinto e il povero Alessandro con qualche lacrima mal nascosta e non propriamente di felicità, piuttosto di chi temeva di averla combinata grossa.
Timore confermato dal fotofinish, con Mister Magoo (che dal nome avrebbe dovuto essere quello cieco) che gli portava via -e si portava in Francia- il Gran Premio.
Cogne, nato e allevato in Italia e con un nome che voleva omaggiare la bellezza di un luogo, di una vallata e della natura ai piedi del Parco Nazionale del Gran Paradiso, nella parte meridionale della Val d'Aosta, ha reso famosa la cittadina ben prima del famigerato delitto (la fama può essere a volte di tipo differente, tra il bene e il male), della Franzoni e di tutto quel circo mediatico che -fu uno dei primi casi di un costume 'pestilenziale', con sospetti e colpevoli assunti a star televisive- le fu montato intorno.
Apparteneva, Cogne, alla mitica Scuderia Aurora, giubba altrettanto mitica dai colori celeste-rosso. quelli di Celeste Citterio, grande imprenditore brianzolo (quello dei salumi, per intenderci) con la passione per i purosangue, per la natura altoatesina e toscana e con un socio, per l'ippica, davvero speciale, tale Carlo Carlini che, non solo aveva già conquistato il Merano nel "42 con Tabula Rasa come proprietario e non solo come gentleman riders in carriera ha vinto 525 corse, ma -anche lui monzese, anche lui industriale ed anche lui amante della Toscana e delle gare ippiche sia in piano sia in ostacoli- è stato per Citterio la chiave e la spinta, tecnica, d'animo e di incoraggiamento, per lanciarsi, insieme, nella costruzione del complesso di San Rossore, con qualcosa come 92 box, tutti gli alloggi per il personale, le strutture e i percorsi nel bosco per gli allenamenti in piano e in ostacoli e, naturalmente, la villa padronale.
Non solo, Carlini fu anche il general manager e l'allenatore di scuderia e come tale allenò Cogne anche in piano e con lui (e con la monta di Enrico Camici, il fantino di Ribot che proprio quell'anno vinse un altro Arc, con Molvedo, che di Ribot era figlio) conquistò, in casa, nel "61, il Premio San Rossore.
E qui, se si parla (o come in questo caso si scrive) della grandezza anche nel galoppo in piano dell'Aurora è necessario aprire -citando Totò e Peppino- una prima "parente", ricordando buoni cavalli come Oldemburg e i due campionissimi Weimar e Suffolk, il primo vincitore di tutto quel che un cavallo poteva vincere in Italia tranne che del Derby per il semplice motivo che non lo corse preferendo il Gran Premio di Milano, stravinto con in sella Sandro Atzori (talento e personaggio che si merita una "parente" anche lunga, a parte) contro gli anziani e contro Ardale che il Derby lo aveva corso e vinto mentre l'altro Suffolk, il Derby lo vinse eccome, tre anni dopo, pur se parzialmente a sorpresa (anche per Atzori, che gli aveva preferito Hipcress della Vallelunga) montato magistralmente da Mario Cipolloni che non solo mise nel sacco Hipcress ed il collega, terzi al traguardo ma, più ancora, in un arrivo serrato ed emozionante, riuscì a piegare Wohlgemuth, secondo per i colori della Dormello Olgiata e la monta del "mostro" Gianfranco Dettori, il papà di Lanfranco.
Insomma, era destino che il Derby Atzori non lo vincesse ma se la sua carriera fu così luminosa (in aperto contrasto con la fine triste e un po' buia cui andò incontro una volta sceso di sella) lo deve certamente all'estro, all'arte di fantino freddo, vigoroso e sensibile, sed etiam (per fare lo sborrone in latino, tradotto sarebbe un semplice ma anche) a due scuderie tra le più vincenti dell'ippica italiana, la "Lady M" di Giancarlo Gorrini (altro personaggio discusso forse più ancora di quanto fosse discutibile, al quale tutti comunque leccavano le chiappe fin quando era in auge, pronti a dargli addosso una volta caduto in disgrazia) e, appunto, l'Aurora.
Con e per il team di Citterio, oltre al trionfo e al capolavoro con Weimar sul pesante del Milano, Atzori vinse, con lo stesso Weimar il Pisa (che il fantino conquistò 4 volte) e altre classiche, moltissime prove importanti per i puledri fatti in casa, tipo Kiev e Silvia Valdes, montò e si impose con il già citato Oldemburg, conquistò traguardi di rilievo come il Trenno e il Giubileo a San Siro e alcune listed romane.
La cosa bella, più ancora, è che il Sandrino imparò la lezione su Suffolk proprio da Suffolk (un uomo, se è intelligente -e Atzori lo era, più ancora di quanto qualcuno pensasse- può anche essere un sardo testardo ma impara dai propri errori e avergli visto la coda anziché le orecchie nel Derby lo fece riflettere sul mancato feeling, alchimia e considerazione figlia delle delusioni nelle corse precedenti): "Non era lui a essere pigro, indolente e privo di allungo -si disse- ma io a non averlo saputo comprendere e prendere nel modo giusto".
Morale: con i buoni uffici proprio di Carlini (che riuscì a far digerire la cosa perfino a Cipolloni, con la supercazzola del contratto di prima monta ma più ancora perché in fondo è la vita e il buon Mario primo era un professionista e secondo, eccheccazzo, lui lo avevano messo su nel Derby) torna in sella al sauro dell'Aurora e a momenti ai due non riesce addirittura il colpaccio proprio nel Milano, con il grande Cerreto che si staglia insieme al 'Mostro' al Parco Vetture (punto della lunga retta di San Siro prima delle tribune chiamato così perché al di qua dello steccato esterno ci venivano parcheggiate le auto) ma Suffolk che mettendoci l'anima recupera all'interno e poi con tutta la grinta e la voglia di Atzori quasi beffa, tra lo stupore generale, Dettori e il campione della San Pancrazio, la scuderia del signor Somaini, in un testa a testa tra proprietari che voleva dire Monza contro Varese.
L'impresa venne solo sfiorata ma ci sono cose -e corse- che ti entrano nel cuore anche se non vinci.
Terzo Veio, della Razza di Vedano, stud appunto di Vedano al Lambro (paese vicino a Monza -ancora sul podio quindi- ora che la mezzala è scomparsa, per essere stato a lungo la 'casa' di Sandro Mazzola), per colori della famiglia Litta Modignani, per il quale corse uno dei più belli (e più ancora forti) ostacolisti di sempre, Adamello, che corse il Merano da gran favorito con in sella quel Giuseppe Morazzoni (che quattro anni dopo nel 74 lo conquistò con il fenomenale Chivas Regal) ma anche per la pista pesante e fangosa venne battuto da Tatti Jacopo che in sella aveva proprio quel Capasso che era stato come detto il primo fantino di Cogne.
Per il rosa e il lilla di Lady M invece, Atzori, colpì alla grande -specialmente a Pisa, Milano, Roma, Varese e Livorno, con i vari Giadolino, Lord Brummel, Orbiolo, Speranzoso, Blue Time, Jimmy's Folly (all'ultimo 'tuffo' nella storica Coppa del Mare all'Ardenza) e, più ancora e di tutti, Stateff.
Un campione, magari non un campionissimo, con la 'sfortuna' di appartenere alla generazione di Sirlad, il sauro volante, che campionissimo lo era e più ancora.
Ecco quindi che nonostante si stia parlando di un grande cavallo (invitato dagli americani per il Campionato del Mondo a rappresentare l'Italia), a 3 anni, quando sono incappati in un tale rivale, imbattuto e imbattibile, Stateff e Atzori hanno collezionato tanti secondi posti quanti Toto Cutugno a Sanremo e forse più ancora, nel Derby terzo preceduto, di poco, pure da Capo Bon che, guarda i casi della vita e gli scherzi del destino, apparteneva alla Razza di Vedano.
Senza Sirlad tra le scatole, Stateff, sauro anche lui e con in sella il suo Sandrino fin dal debutto, si è imposto nel Filiberto e nel Federico Tesio, che non sono due corsette qualsiasi ma tappe fondamentali del galoppo milanese.
Il capolavoro, l'acuto risuonato ovunque e che la sera portò Atzori (che un po' ricordava il Ciccio di Franco & Ciccio) ospite d'onore alla Domenica Sportiva nel 1977 quando, nel Gran Premio del Jockey Club, Stateff e Atzori sfidavano, contro ogni pronostico, l'asso neozelandese Balmerino, un tipastro che solo 15 giorni prima aveva sfiorato il colpaccio nell'Arc de Triomphe, battuto solo dal fenomenale Alleged che in sella aveva nientemeno che il leggendario Lester Piggott.
Sarebbe già stato un gran risultato un ennesimo secondo posto, visto che in corsa c'erano dei canarini come Pappagallo (con Gianfranco Dettori), come la dormelliana Orsa Maggiore (Mario Massimi) che a San Siro aveva dominato le Oaks e a Roma il Regina Elena, come l'altra femmina Amorevole (colori di Vedano e monta di Sergio Fancera) e come il lanciato Asba della Scuderia Mantova, la stessa che in piano aveva saputo conquistare 3 Derby e che, per tornare alla grande sfida di Maia, aveva fatto centro nel Merano del "58, con Spegasso.
C'era, più ancora, il francese Admetus, uno che quando veniva a Milano colpiva duro e che in curriculum vantava addirittura il successo americano nel Washington Dc International che, ai tempi -non c'erano ancora gli ippodromi in Dubai- era la corsa di galoppo più ricca al mondo.
In sella ad Admetus c'era il famoso fantino belga Philippe Paquet mentre l'altro transalpino, Beau Buck, della miliardaria americana Missy Vance, che aveva vinto alcune prove di prestigio a Longchamp (il famoso ippodromo di Parigi) e già che c'era era stato sesto proprio nell'Arc di Alleged e Balmerino.
Andò così: Atzori riuscì a 'parcheggiare' il suo pupillo nella scia del neozelandese, quando quello, nella sua campagna d'Europa in training presso un inglese (il grande John Dunlop, che 15 anni dopo il Jockey lo vinse con Silvernesian e Piggott poi nel "98 con Silver Patriarch e nel 2000 con Golden Snake e Pat Eddery) quando il suo fantino, l'australiano Ronnie Hutchinson decise fosse l'ora di rompere gli indugi e portarsi al comando, lungo lo steccato.
Intanto, ai 400 finali, su di loro -non tanto su Balmerino che veleggiava sicuro al comando quanto su Stateff- rinvenivano Pappagallo, Amorevole e i due d'Oltralpe, Admetus e, più ancora, Beau Buck.
All'ultimo furlong (che senza inglesismi significa al paletto degli ultimi 200 metri) il primo, inatteso, colpo di scena con Sandro Atzori -che nel frattempo si era 'caricato' in mano il cavallo, che riesce ad anticipare Beau Buck e scatta come un proiettile all'attacco di Balmerino...
Quello -non sapremo mai se fu Hutchinson ad addormentarsi, il cavallo a rilassarsi una volta disimpegnato o furono le scorie dell'Arc, della stagione e/o del viaggio- accorcia per un momento la falcata proprio mentre Stateff l'allunga facendosi piccolo piccolo per divorare terreno...
Stateff gli arriva a ridosso, con il pubblico (anche chi aveva scommesso sul 'fava' nonostante la quota esigua oppure su qualcun altro) che trattiene il fiato in un silenzio rotto solo dalla cronaca di Nino Gianoli per poi esplodere a tifare per il cavallo di Atzori e per Atzori, l'omino di Stateff...
Sullo slancio sembra quasi passare, ma ecco che il Ronnie si sveglia e richiama bruscamente (decisamente troppo bruscamente) Balmerino che è preso di sorpresa anche lui ma sul palo, in stretta foto, sembra salvare un un 'naricetta' di vantaggio...
Terzo Beau Buck.
Ma ecco che al rientro dei cavalli -e in questo caso più ancora dei fantini- al dissellaggio e al peso con una gran folla a chiedersi e chiedere chi avesse vinto perché una narice mica la vedi, a occhio nudo- il secondo colpo di scena: Atzori dice all'allenatore, l'umile ed abile Dante Tettamanzi, che "quello ci è venuto addosso, ho dovuto fermare per un attimo altrimenti lo volavamo via"...
Il Dante ascolta, Sandrino insiste e c'è anche il "Go", cioè Gorrini, il proprietario.
Morale: reclamo di parte, quindi suona la sirena e anche il pubblico vive il giallo nel giallo con trepidazione.
La speaker. Ordine d'arrivo provvisorio dopo fotografia: primo 4 Balmerino, secondo 8 Stateff...
"Ooh" della gente, come fanno i bambini di Povia.
Però c'è ancora il reclamo...
Accolto (tra l'altro giustamente che, a rivedere il tutto, Atzori aveva tutte le ragioni del mondo e più ancora).
Accolto: primo 8 Stateff...
Dopo quel lungo pomeriggio di gloria e, più ancora, emozioni, la stagione "77 di Stateff si è chiusa a Capannelle, con il classico Premio Roma, sui 2800.
Corsero ancora alla grande, lui e Sandro Atzori, ma forse la distanza così lunga (specialmente sul terreno faticoso di novembre), forse la resa di peso come 4 anni rispetto ai più giovani, forse il viaggio e il preferire comunque la pista di Milano ma, forse, più ancora, le tossine dopo i successi nel Tesio e, sia pure a tavolino, nel Jockey Club, lo costrinsero -ancora una volta secondo, altro che Toto a Sanremo- a cedere il gradino più alto del podio a Montorselli, campione della Dormello Olgiata (era figlio di Ribero -quindi nipote di Ribot- e di Marie Allan, a sua volta figlia di quella Marguerite Vernaut che corse 10 volte vincendo 9, Champion Stakes di Newmarket comprese, con l'unica 'macchia' del Derby, vinto da Fils D'Eve, di Ettore Tagliabue, uno che il Merano lo aveva vinto nel "54 con l'ottimo Lokifepsscht che per per carità era ottimo ma per carità di nuovo potevano chiamarlo Pippo che sarebbe stato più facile da pronunciare e, più ancora, da scrivere) montato da Dettori e allenato da Francois Boutin, che l'anno prima il Roma lo aveva vinto con la fenomenale April Run e che ha saputo vincere ovunque plasmando e allenando fuoriclasse come Miesque, Arazi, Nureyev, Hernando, Kingmambo, Zino, L'Emigrant e Machiavellian, mica spicci, insomma...
Per la Lady M il 1977 fu un anno (più ancora, 28 giorni) a dir poco trionfale, probabilmente da record mondiale e di sicuro da guinnes dei primati per l'ippica italiana: il 16 ottobre il Jockey Club con Stateff e Atzori, una settimana prima (e fu la prima volta che il Nastro Azzurro si corse in autunno) il Derby di trotto con Eskipazar ed Edy Gubellini e il 18 settembre (nell'unica edizione anticipata di una domenica -si disputa sempre l'ultima di settembre- per motivi, legati alla Lotteria, il Gran Premio di Merano con Red Chief e Gianantonio Colleo a precedere il compagno di colori Duel con Orlando Pacifici che era l'allenatore di entrambi.
Ma sul clamoroso en plein di quella storica (per il "Go" soprattutto, con la triplice corona di trotto, galoppo e ostacoli) edizione torneremo più avanti perché abbiamo solo accennato, citando la Mantova, il successo di Spegasso e invece, a proposito, di fantini, c'è un aneddoto fantastico (e decisamente più ancora) da raccontare...
Alla Mantova il fantino di scuderia per il Gran Premio -e quindi per il cavallo- era Guido Zibellini ma il destino, la vita e -più ancora- il Merano ti cambiano le carte in tavola quando meno te l'aspetti, non te l'aspetti proprio oppure ti aspetti esattamente il contrario.
Bene, cioè male per Zibellini, perché una settimana prima del grande appuntamento -tipo il film Sliding Doors con la Paltrow (cui tra l'altro come protagonista era stata preferita Minnie Driver perché era l'attrice inglese del momento mentre l'altra era americana ma Minnie rifiutò la parte e così Gwyneth nel "98 prese il suo posto e sullo slancio sempre quell'anno girò Shakespeare in Love con il quale vinse l'Oscar)- ruzzola rovinosamente a terra sull'ultimo ostacolo di una corsa qualunque e si frattura un braccio.
A quel punto sembra di rivivere un altro film, quel Gran Premio (titolo originale National Velvet) uscito nel "44, dove non trovando un fantino disposto a montare nel Grand National (la corsa a ostacoli più dura del mondo) il suo Pai, cavallo di campagna, di famiglia e del cuore, l'allora dodicenne 'Lisa dagli occhi viola' cioè Liz Taylor, finisce per cavalcarlo lei e addirittura vincere, cadere dopo il palo, rischiare la pelle, venire scoperta e naturalmente in quanto ragazzina squalificata (primo motivo ufficiale perché dichiarata partente come uomo, ma più ancora perchè in quei tempi pensare che -al di là dell'età- una femmina montasse il Grand National avrebbe dato scandalo quanto -e più ancora- dell'invenzione del bikini, datata 1946, con il rifiuto di tutte le modelle -professioniste o amatoriali che fossero- per non essere additate a streghe, zoccole o comuniste (meglio ancora, cioè ancora peggio, le 3 cose insieme) tanto che alla fine il genio di 'sarto' e 'stilista' che lo aveva disegnato, tale Réard, per presentarlo dovette ingaggiare una spogliarellista del Casinò (con l'accento, sia chiaro, prima di dar luogo ad equivoci), Micheline Bernardini mentre subito il Vaticano scomunicò il costume (credo sia ancora vietato oggi, ma tanto a San Pietro tendenzialmente non ci vai né col due pezzi né con l'intero, nemmeno se sei la Pellegrini) e -a differenza della Francia che comprese il potenziale e sfruttò il clamorelo Italia, Spagna e Portogallo lo proibirono, pena l'arresto di chi lo indossasse, manichini compresi se a qualche negozietto in riva al mare fosse venuta l'idea di - metterlo in vetrina...
Ecco, qualcosa di simile di quello che accadde a Liz nel film avvenne nella vita reale per il fantino di Spegasso nel Merano del "58: subito chiaro che Zibellini non lo avrebbe potuto montare (la domenica andò all'ippodromo con il braccio ingessato al collo e un giramento di eliche che i mulini di mezza Europa non avrebbero avuto bisogno del vento per trasformare il grano in farina e ancora oggi invece che sconquassarcele -le eliche intendo- con il nucleare di quinta, sesta o sessantasettesima generazione basterebbe aver fatto tesoro dello stato d'animo del buon Guido per risolvere qualsiasi problema di energia alla faccia di Trump, Putin, Zelensky, l'Enel e A2A) si scatenò tra gli appassionati e i cronisti la caccia al sostituto, tipo "Indovina Chi" della "Settimana Enigmistica": c'era chi spergiurava che il boss della Mantova Gino Mantovani -evidentemente senza conoscerlo, avrebbe faticato perfino a uscire dalla Lombardia che primo lui era di Mantova e secondo la fabbrica del suo sapone era appunto a Mantova e la sua Mellin (poi ceduta alla Star di Danilo Fossati, altro grande ippico, ma al trotto) era a Milano - fosse pronto a ingaggiare una grande cravache francese, chi scommetteva su Luigi Celli, e perfino chi, dato che ovviamente Celli era impegnato con Aegior (in coppia con il quale vinse il Merano l'anno dopo, mentre il cavallo lo aveva già vinto nel "55 con Michel Riou e lo avrebbe rivinto nel "61 con Roberto Feligioni) ipotizzava che la Mantova avrebbe rinunciato a correre il Gran Premio dato che Maia non è il Palio di Siena e i cavalli scossi non vengono calcolati nell'ordine d'arrivo...
Invece il Ginetto con tutto lo staff di scuderia (competente, appassionato e anche un po' leccaculo, che "l'era miga al càs" di contraddire il padron) prese una decisione da camicia di forza e, forse perché era di Mantova e figlio di un artiere storico e fidato, scelse un ragazzotto 'quasi' qualsiasi, tale Carlo Ferrari, roba che a quel punto poteva far montare Spegasso direttamente a Liz Taylor che nel "58 di anni ne aveva 26 e in fondo, anche se solo al cinema, aveva corso il Grand National...
Invece quel ragazzotto 'quasi' qualunque aveva appena 20 anni e soprattutto, in ordine sparso, era un semplice allievo fantino da piano (ma con poca esperienza anche senza ostacoli, specialità dove addirittura non aveva mai corso), era a Roma (e ai tempi non c'erano i Frecciarossa, anche se si viveva -forse anche meglio- e viaggiava uguaglio) e per chiamarlo a Merano non c'erano -e si stava sicuramente meglio- i telefonini e quindi ci si arrangiò a colpi di interurbane.
Quando il 'quasi' anonimo ragazzotto ricevette quella che nemmeno si sognava ma che fu come l'apparizione della Madonna a Gabriele, il mondo all'incontrario che d'improvviso cambiava direzione, strada, forma, pensiero, emozioni e colori, cadde letteralmente dalle nubi (molto prima che Checco Zalone ci intitolasse uno dei film migliori di Checco Zalone, non fosse altro che per "Angela" -intesa come canzone- e per la presenza della sempre intrigante Giulia Michelini) rispose "vengo" (e qui l'equivoco potrebbe anche starci, comunque "obbedisco" gli suonava male, un po' passata di moda e, più ancora, non avrebbe reso l'idea della gioia e dell'emozione) subito, al volo, omettendo il dettaglio 'quasi' da niente che anche lui era volato, da un cavallo in un galoppo mattutino e pure lui si era fratturato la clavicola ed era fasciato come una mummia, che, a vederlo fuori, non stava messo meglio di Zibellini.
L'apparenza per fortuna e purtroppo alle volte inganna e dentro -nella voglia matta di provarci comunque, più ancora che sotto le bende- la storia che lo fece passare alla Storia era un'altra storia...
Un controllo veloce al pronto soccorso (il giovane Carlo aveva già il biglietto del treno in tasca e probabilmente sarebbe partito lo stesso, ma le lastre gli dissero bene) per verificare che le ossa si fossero saldate e potesse provare a rompersele di nuovo la domenica.Così eccolo, intanto, dichiarato partente...
Quando la cosa divenne ufficiale ci fu tra i rivali chi, magari di nascosto, prese a fregarsi le mani tipo Vespa adesso, quando può tirare fuori la lingua fin sotto i piedi, chi, tra gli appassionati prese a pensare che sì, alla Mantova stavano dando di matto e anche chi, nella sempiterna lotta tra banco e punta (impari, alla lunga vince sempre il banco, ma la punta continua e del resto, smettesse, sarebbe la fine del banco) vide la quota di Spegasso -che in antepost era stimato come uno degli avversari più pericolosi per il gran favorito Aegior- salire a livello di un outsider qualunque.
A dire il vero tra gli addetti ai lavori, presero a scommettere su di lui: se cadesse alla prima siepe, se sarebbe stato sostituito a inizio riunione, se si era votato a Padre Pio oppure, dato che era un tifoso rossonero e quell'anno i rossoneri erano arrivati alla finale di Coppa Campioni, a Schiaffino, Liedholm, Ernesto Grillo, Cesarone Maldini o magari ad Altafini che in finale (tanto per cambiare vinta dal Real Madrid) non c'era ma in estate era arrivato al Milan dopo aver vinto il Mondiale (vinto, tanto per cambiare, dal Brasile) in Svezia ed era uno che prometteva bene e razzolava più ancora dato che da settembre a fine campionato avrebbe segnato qualcosa come 28 gol, compresi quello nel Derby di andata e soprattutto i due contro i gobbi juventini a Torino, nell'incredibile sfida che il Diavolo vinse per 5 a 4.
Ferrari non aveva problemi di peso, come invece raccontano Google, la deficienza artificiale (che caspiterina volete ne sappiano, che non lo hanno mai visto a cavallo, manco un cavallo a dire il vero e neppure mai provato l'emozione di una corsa e, più ancora, di quella corsa), anzi, si pensava gli avrebbe potuti avere in ostacoli perché troppo leggero e quindi con tanto piombo nel sottosella ed anche nelle poche corse disputate in piano fino ad allora era stato ingaggiato più che altro per il discarico da allievo fantino e tra gli allievi fantini era uno di quelli che poteva montare leggero leggero...
Quindi, ricapitolando: non aveva mai gareggiato in ostacoli, aveva i denti 'quasi' da latte, Maia l'aveva vista giusto nelle foto in bianco e nero del padre, nelle cartoline per i turisti con scritto "tanti saluti da Merano" e con tutti quegli 'indigeni' in costume tirolese, oppure, ultima chance, proprio sui biglietti della Lotteria, insieme a un cavallo che salta e a una fanciulla sorridente ispirata alla Dea Bendata che però, al posto della benda, a coprirle gli occhi aveva appunto un biglietto di quella 'riffa' da 150 milioni di vecchie lire, appena uscito, senza collaudi, da un infortunio di per sè grave e tremendo per un fantino, più piombo in saccoccia di quanto ne avessero sparato insieme Pat Garrett, Billy the Kid e Buffalo Bill e in sella a un cavallo importante come Spegasso che, uno a vent'anni dovevi un controllo dell'ansia da prestazione che al confronto John Holmes era una mezzasega, due era una responsabilità inimmaginabile -beata incoscenza - anche verso tuo papà, che in fondo era il primo motivo per cui il Ginetto lo aveva scelto, tre ti giocavi la faccia e una carriera che magari ti sognavi da sempre ma che a dirla tutta non avevi nemmeno iniziato e quattro Spegasso, soggetto di mole e dal passo costante cui non bisognava interrompere l'azione per nessun motivo, di solito -e specialmente dal buon Guido- veniva impiegato in avanti (e infatti quelli furono gli ordini al tondino) ma lui in testa non ci poteva andare di sicuro perché anche studiandoti la cartina del tracciato a memoria tipo la Treccani nel "Matto" di De André avresti sicuramente sbagliato percorso e sai che figura di emme, tanto valeva buttarsi davvero giù al primo ostacolo...
Siccome -cito Alberto "Caramella" Foà, il più ippico tra i cantautori italiani- "invece c'è un punto preciso che il sogno si avvera", siccome la vita, il destino, le donne e soprattutto i cavalli, le corse e, più ancora, il Merano, si divertono nel bene e nel male molto più dei preti a far degli scherzi da prete e siccome quella di Carlo Ferrari e Spegasso è una di quelle favole vere che solo i cavalli ci permettono di vivere e raccontare e non si è mai vista una favola che non riesca a stupire, al di là di come inizia e come finisce, lieta o anche triste.
Morale: non se la fa sotto la sera prima (o anche sì, ma primo l'adrenalina rimedia e secondo, in caso, mica ce lo sono venuti a dire), non cade alla prima siepe, copre il cavallo in gruppo, con mano dolce e una sensibilità da artista consumato o da chi ha il dono innato della carezza, affronta ogni fase di gara con il tempismo e l'improvvisazione dei grandi jazzisti, passa anche Oxer, Riviera, Verticale e gli altri 20 ostacoli ed in arrivo scatena Spegasso in un finish e i due volano di nuovo all'unisono, complici e fighi, stavolta incontro al traguardo...
Ecco, l'idea del dono innato forse non rende bene l'idea (puoi avere tutti i talenti del mondo ma se una cosa non ti appassiona fino al midollo, che non ti pesino i tanti sacrifici di ogni fantino, finisce che lo sprechi e ti sprechi) ma si avvicina molto alla verità o, appunto, 'quasi', tanto che al Ferrari viene presto appioppato il soprannome di Re Carlo.
Re come il Re Sole -ma meno arrogante- perché assunto al trono ancora bambino, Carlo perché quello (e tutta la sua dinastia) era Luigi e lui invece Carlo, perché è vero che anche il Re Sole a cavallo se la cavava ma se avesse corso il Merano sarebbe stato destituito, altro che incoronato.
Re Carlo, a cavallo, aveva i superpoteri, tanto che fu l'unico fantino al mondo a vincere il Merano e poi anche il Derby (con Hogarth e i colori di Dormello) 10 anni dopo.
Tra un'impresa e l'altra Re Carlo piazzò uno storico tris a seguire nel Gran Premio Parioli: nel "65 con Bauto, della Mantova, nel "66 con Ciacolesso (ancora Mantova) e nel "67 per la Dormello con Raeburn, che da parte di madre -Romanella- era fratello di un certo Ribot...
Nel "68, in coppia con Tilman (Razza Ticino, di Castiglione Olona) Ferrari sfiorò il poker (che con il senno di poi sarebbe stato pokerissimo visto che tornò a vincere il Parioli nel "69 con Bonconte di Montefeltro -poi trionfatore anche nel Derby, nel Nastro Azzurro montato da Piggott- della Spineta), battuti solo da Over, della Razza La Novella.
Era de maggio (come la poesia interpretata tra gli altri anche da Beniamino Gigli, Murolo e Battiato), cioè un mese esatto dopo, quando, un altro campione della Novella, Teston, si presentava alle gabbie di partenza del Derby con il ruolo di cavallo da battere.
Appunto.
A batterlo ci pensarono proprio Hogarth e Re Carlo, entrando nella Storia dalla porta principale, quella di "quel palo di legno che -lo aveva scritto un certo Tesio Federico, nato a Torino un secolo primo - chiamato traguardo che è l'unica cosa che sancisce la selezione e la verità nell'ippica"...
Va detto che certo il buon Guido Zibellini non era Ferrari nè come poesia in sella (comunque bravissimo, tanto che a Merano gli è stata intitolata la Gran Corsa Siepi) né come buona stella ma a differenza del 'bagaj' Carlo (che come trainer, tornato nella sua Milano, non emerse più di tanto, perché non è mica detto che se uno è straordinario in sella lo sia anche quando appende la sella al chiodo, come del resto anche nel calcio se sei Fabregas, Capello e Ancelotti, Crujif e Guardiola, Kloop (così duttile da iniziare la carriera come attaccante e finirla da difensore), al limite Zidane è un conto, ma se sei Pirlo, Neville, Lampard o perfino Maradona dopo un po' è già tanto se trovi qualcuno che sulla panchina ti ci metta e poi, come diceva Mauro Mazzucato, figlio adorato e compianto del grande "King" Roby di Filippo Inzaghi "se uno gioca sempre davanti alla porta come fa a allenare"), Zibellini, preparando il cavallo nell'estate cocente di Milano, riuscì a vincere il Merano da allenatore, con Whispin, nell'edizione molto rocambolesca del 1972.
Bella soddisfa, almeno a titolo personale, solo che se la sorte ti ha preso di mira puoi anche travestirti con barba, baffi, occhiali scuri e cappello da John Wayne o il kit scozzese come Sean Connery e Mel Gibson che tanto, se ti deve beccare, ti becca...
Quell'anno lo 'sliding doors' fu doppio: da un lato probabilmente Whispin -comunque un gran bel cavallo- non avrebbe mai vinto senza che un certo Shoko al salto del Talus (a 10 ostacoli dal traguardo) prima scartasse rischiando l'errore di percorso poi, per cercare di porvi rimedio, travolgesse e spedisse per le terre sia il campione in carica Mister Magoo (cui però come visto era andata di lusso contro Cogne) e, più ancora, l'altrimenti imbattibile (ed imbattuto, 12 su 12 escludendo quell'episodio) Chivas Regal, dall'altro il successo di Whispin fu registrato con l'allenamento di Andrea Donati perché al buon Guido, per ragioni burocratiche, non era ancora arrivata la licenza di allenatore.Buon per Donati che oltre a essere il primo gentleman riders, cioè cavaliere dilettante a imporsi nel Merano, quindi negli annali del Gran Premio risulta l'unico ad averlo vinto come proprietario, fantino e allenatore, almeno in una sola edizione...
A proposito di fantini e di scuderie vi devo ancora di approfondire il racconto della meravigliosa accoppiata in rosa e viola del 1977, con Colleo in sella a Red Chief davanti al compagno Duel con Orlando Pacifici che era l'allenatore di entrambi.
Duel era considerato più forte ed anzi il più forte tra tutti i partenti (terzo l'anno prima e forma al top con 4 vittorie consecutive), Red Chief poco più di un outsider, una sorpresa che proprio Pacifici scelse di affidare al collega Gianantonio perché lo reputava molto bravo e perché le altre monte papabili erano già impegnate.
Ovviamente, l'Orlando, già 'furioso' per i secondi posti ottenuti con Rondone (della scuderia Scia, cioè di Arnaldo "Dino" Tarantola, altro imprenditore milanese che aveva affidato i suoi cavalli all'allenatore Fausto "Tato" Agazzotti) nel "74 e con Oise (di Lady M) nel "75, per non dire del terzo posto del "76 con lo stesso Duel, tenne la prima chance per sé, forte non solo del potere decisionale ma più ancora del contratto di prima monta e mise il bel Colleo sull'altro nonostante -anzi forse fu per quello- proprio l'anno prima, nel secondo Merano a seguire di Trapezio e Ferdinando Saggiomo, lo aveva preceduto per la miglior piazza con Tapibreux, curiosamente presentato dal team di Dino & Tato, cioè della Scia.
A Colleo diede ordini di gareggiare all'attesa e naturalmente di giocarsi fino in fondo le proprie carte, primo perché altrimenti col ciufolo che sarebbe salito su Red Chief, secondo per rispetto del proprietario e terzo (anche se qualcuno pensa che mai Pacifici potesse pensare l'avrebbe mai potuto battere) perché l'Orlando sarà anche stato furioso ma era un uomo e un professionista di grande sportività...
Duel amava galoppare in avanti ma in quel Merano c'era il neozelandese Frederik che non faceva prigionieri e Pacifici lo aveva constatato nel "75 quando il portacolori della scuderia Kiwi (team che prova e riprova vinse il Merano con The Champ nel "78 dopo che per tutta la traversata dell'Oceano fu accudito dal marconista della nave, che si era 'innamorato' di lui) fu terzo a 100 contro 1 -perché noi diamo degli sciovinisti ai francesi ma pensare che potesse batterci un cavallo venuto da un altro emisfero ci faceva sganasciare dalle risate) dietro Trapezio e Oise; decise quindi di correre 'sotto', tanto quello avrebbe fatto andatura e selezione, per poi attaccarlo sull'ultima curva e batterlo in arrivo.Probabile, ma come nel Monopoli può succedere che peschi la carta degli imprevisti: proprio sull'ultima curva al largo di Duel si materializza Red Chief che lui aveva evidentemente preparato alla grande e Colleo interpretato alla grandissima e in pochi tempi di galoppo lo vola via con Pacifici che quasi gli fa cenno di andare pure perché tanto andava più forte.
Colleo e Red Chief in arrivo si stagliano su tutti e anche Duel riesce a battere Frederik e a completare l'ambo di Gorrini nel Lotteria di Merano.
Proprio sul traguardo Colleo rallenta il cavallo e all'arrivo di Duel i due jockey si danno il 'cinque'.
Una stretta di mano che ha fatto epoca e che era evidentemente 'sentita' da entrambi, anche se forse, in cuor suo Pacifici non aveva più il cuore di non riuscire a vincere quella che per un fantino italiano d'ostacoli era e rimane la corsa delle corse...
La maledizione del Merano (e forse anche lo stato d'animo con cui ormai lo affrontava) si ripropose l'anno dopo, quando, di nuovo partente con Duel e questa volta con una quota davvero bassa, intanto alla faccia delle risate ci fu il trionfo di The Champ e del fantino Gray, neozelandese pure lui, ma soprattutto Pacifici e il cavallo caddero al Talus, probabilmente avendo sbagliato i tempi di stacco.
Basta. Nel vero senso della parola, primo perché si era convinto che il tracciato di Maia non facesse per lui, secondo perché puoi anche non essere scaramantico ma già a battere la sfiga ce ne vuole eccome, figuratevi una maledizione tipo quella -e forse più ancora- di Tutankhamon, che siccome Lord Carnarvon (il finanziatore della spedizione archeologica in Egitto) gli aveva 'profanato' la tomba, lo fece pungere al Cairo da una zanzara peggio della west nile (anzi, data la zona forse proprio da quella) e il mattino dopo nel radersi aprì la ferita e contrasse una serie di infezioni letali: Orlando Pacifici, quanto era vero che si chiamava Orlando Pacifici non avrebbe più corso il Merano da fantino e si sarebbe dedicato esclusivamente ad allenare e gareggiare con i cavalli nella per lui ben più 'amichevole' Milano, Trenno al mattino e San Siro nei pomeriggi di corse...
Infatti fu così per 12 lunghi anni, poi, come il sole all'improvviso (rubo la frase a Zucchero ma non se avrà troppo a male dato che in gioventù anche lui, diciamo così, prese in prestito lo stile di Joe Cocker e testi e musiche da molti altri artisti), tra lo stupore generale il nome e il cognome di Orlando Pacifici tornarono nell'elenco dei partenti di Merano, anzi, direttamente del Gran Premio...
Era il 1990 e qualcuno pensò a un caso di omonimia o a una discendenza dinastica, tipo quella di altri grandi dell'ippica, come, per fare due esempi, i Fancera nel galoppo, i Gubellini nel trotto -attenti però che Pietro, il padre di Edoardo fu in realtà il fantino di Nearco, Edy debuttò al galoppo e riuscì anche a vincere una corsa da allievo a Torino prima di dovere passare al trotto per problemi di peso, come del resto il figlio, Pietro (per tutti Pippo) che comunque, insieme alla moglie Livia Toniatti Giacometti ha quote e un cavallo (Lostic de Ciergue) importanti in Francia, nella scuderia di Giada Menato, ex amazzone italiana del piano ora unita dalla passione per i cavalli con il driver Gabriele Gelormini- ma invece era proprio lui...
Colpa, anzi merito di tanti fattori ben combinati (sta a vedere che ogni tanto anche il destino cambia strada): primo la decisione di fermarsi non era un voto al bambin Gesù o a Santa Femina (la patronessa di Civitavecchia, dove era nato e vissuto prima di trasferirsi a Milano) ma una resa personale anche per evitare l'esaurimento nervoso, secondo da persona intelligente seppe far suo al momento giusto il detto per il quale "solo gli imbecilli non cambiano mai idea", terzo aveva qualcosa da dimostrare a se stesso e alla gente dei cavalli, quarto fu 'messo in mezzo' da quel grandissimo allenatore che era Roberto Pozzoli il quale, stimando (ricambiato) enormemente Pacifici, gli fece montare tutte le mattine o circa quasi il cavallo -che all'epoca aveva 'solo' 4 anni (una delle qualità di Pozzoli era il sapere aspettare, sia in piano sia in ostacoli, senza spremere anzitempo puledri e prospetti) e quindi necessitava di una mano molto più esperta di lui e in grado di insegnarli la gestione del fiato e i tempi sugli ostacoli alti dello steeple chase, che non sono gli stessi che in siepi- e poi si presentò (con l'ok del proprietario Guido Borghi, che dal padre Giovanni detto "Il cumenda" aveva ereditato la mitica azienda di elettrodomestici Ignis, il mecenatismo nello sport e poi tra le altre cose aveva fondato la Razza Montalbano, altra scuderia varesina) una mattina di inizio settembre a dire all'Orlando che quel cavallo avrebbe potuto montarlo solo lui, quinto Pacifici aveva imparato a conoscere quel cavallo molto meglio di quanto conoscesse sua moglie, che pure, come ebbe a dire "era l'unico porto sicuro della sua vita", sesto i due avevano affinato l'intesa ed effettivamente il fantino era riuscito ad insegnargli a moderare l'ardore e a far tutto insieme, a non sprecarsi all'inizio che tanto il Merano è lungo una vita e il bello è che se scatti al momento giusto ne trovi tanti stanchi a venirti incontro, settimo aveva poco da perdere, perché se una cosa non ti riesce per 7 volte non è che ti devi fasciare o sfasciare la testa se la manchi all'ottava e, più ancora, perché tanto quell'anno la vittoria sembrava già fortemente opzionata dalla bella francesina Frappeuse, training di Jacques Ortet e monta di Cristophe Pieux, binomio che come accennato in precedenza, dal "94 al 2000 il Merano lo avrebbero poi siglato 4 volte.
A proposito di 4 dunque, inteso stavolta come numero di pettorale (meglio, trattandosi di cavalli, di sella) alla dichiarazione dei partenti: 4 Miocamen, Orlando Pacifici...
Vero che il Merano dura una vita ma la vita e il Merano a volte si prendono di petto e così Pieux porta subito al comando l'attesissima Frappeuse per fare selezione, invece l'Orlando tiene Miocamen ben coperto, in pancia al gruppone di 16 cavalli che strada facendo, ostacolo dopo ostacolo e capitomboli vari, si assottiglia...
A un certo punto Frappeuse addirittura allunga ulteriormente e in molti dei 'superstiti' perdono del tutto il contatto; non Miocamen però che si fà anzi più vicino, anche se Pacifici lo tiene ancora lì, aspetta la retta per eventualmente provare a sferrare l'attacco alla transalpina...
Ci prova. E ci riesce: Miocamen e il fantino si lanciano al largo, raggiungono Frappeuse in tre tempi di galoppo e dopo l'ultima siepe la lasciano letteralmente sul posto; e lasciano pure il pubblico a bocca aperta, meravigliato e plaudente (sì, anche chi aveva scommesso sulla femmina) di fronte al capolavoro e alla favola, all'inizio per il cavallo e al più lieto dei finali per il fantino, che viene sollevato di peso da amici, tifosi e avventori coinvolti da tanta passione e portato in spalla, in trionfo...
Miocamen poi fu secondo l'anno successivo, dopo tattica simile, battuto solamente da una grande sorpresa, il polacco Ocean (snobbato al gioco perché passino pure i neozelandesi ma che accipicchia pretendeva un polacco? Più facile che vincesse una donna fantino, cosa che magari succederà domenica con Lenka Neprasova, all'alba del 2026, dato che intanto, due anni fa, vi ha esordito), di proprietà tedesca e con la monta di un livornese (la mia città, oltre ad avere regalato al mondo e agli sport equestri Federico Caprilli ha sfornato grandi fantini, anche in piano, come per esempio "Lord" Claudio Colombi) di eccezionale talento, Maurizio Moretti...
Genio e sregolatezza, soprannominato (come Willian Casoli al trotto) "il Professore" o il "Chirurgo" per via del dello stile unico e inconfondibile, per l'inventiva e l'intelligenza tattica superiore, per la freddezza glaciale e la capacità di calcolare le traiettorie dei salti al millimetro e di gestire le energie del cavallo con una precisione scientifica, proprio Moretti - una volta terminata la favola con Pacifici e intanto con il cavallo maturato e divenuto più esperto- fu ingaggiato da Pozzoli e Borghi (con il consiglio dello stesso Pacifici) per montare Miocamen nel Gran Premio del "92.
Maurizio fece correre Miocamen -ancora con il numero 4 sui fianchi- a ridosso delle prime posizioni senza che il cavallo 'tirasse' mai o mostrasse segni di insofferenza, poi, con un segnale d'intesa mai convenuto o provato, gli tirò fuori l'allungo imparabile di cui era capace, di nuovo in trionfo...
Un altro grande fantino italiano, sicuramente meno sregolato ed estroso di Moretti ma di grande intelligenza, professionalità e preparazione (nonostante venisse dal piano, che aveva dovuto lasciare, pur dopo averci vinto, perché era uno 'spilungone', era stato (ora allena proprio cavalli da piano, a Milano) era stato Luigino Jack, il quale non solo aveva firmato successi di straordinaria classe, eleganza e importanza tra Milano e Torino (quando ancora non ne avevano sacrificati pista, impianto e tracciato alla speculazione edilizia e a quella della Juventus) ma, nell'87, dopo quelli di Amado (che se lo era già aggiudicato 3 anni prima sempre per i colori meranesi della famiglia Schnitzer, proprietaria in loco di un famoso hotel a 5 stelle), Arrollo e Palais Rose, conquistò anche il Merano con lo splendido Jean d'Amour, per i colori della Andem del signor Susani (altro imprenditore -autonoleggio con autisti, NCC- milanese che in milanese -una o due emme alla fine sempre "e andiamo!" intendeva dire- aveva chiamato la scuderia) e il training della famiglia -a proposito di dinastie- Colleo.
Quello di Jack e Jean d'Amour fu un Merano al cardiopalma ricco di emozioni, colpi di scena e rivelazioni: intanto tra i cavalli italiani erano in tanti a puntare su Golden Time, della Zaro (Sergio Rossi, quello delle scarpe), con il training di quel Feligioni che si era imposto da fantino in coppia con Aegior e la monta, probabilmente ancora inesperta, del giovane Mascolo, fantino di scuderia, poi c'era il solito squadrone francese capitanato e quindi temutissimo dal cavallo di Doumen, l'allenatore che aveva saputo vincere le ultime 3 edizioni con cavalli di scuderie diversi e 3 diverse monte, poi c'era North Bay, beniamino locale perché allenato da quel volpone di Gian Maria Travagli, la cui famiglia gestiva da sempre la selleria appena fuori dall'ippodromo. North Bay aveva il tifo dei meranesi ma anche se in formissima era trascurato al betting, nonostante non fosse né neozelandese, nè polacco, né lussemburghese, semplicemente perché in sella aveva l'appassionatissimo proprietario della Sagal (nome composto dalle sillabe dei figli Sabrina e Gabriele) Massimo Caimi, elegante imprenditore di una sartoria milanese che però appunto di professione faceva il sarto, non il fantino d'ostacoli e va bene che da gentleman rider Donati il Merano lo aveva vinto ma primo con Whispin aveva avuto un gran culo e secondo lui era a cavallo comunque tutti i giorni, mentre Caimi al massimo poteva salirci nel week end e appunto quando correvano i suoi cavalli, che non affidava volentieri agli altri e anche Travagli con un po' di astuzia e opportuna riverenza gli ripeteva "montateli tu, che almeno te li godi, poi sei bravo ma anche se sbagli non devi rendere conto a nessuno se non a te", anche se tra sé e sé pensava "se sbagli ti stacco un orecchio, altro che non rendere conto a nessuno".
Jean d'Amour (figlio di mamma Belle d'Amour, cui deve il nome e lo sconto fatto a Susani per la modesta genealogia -anche da parte di padre, Olmeto- nonostante morfologicamente fosse proprio un bel cavallo fin da puledro) era il classico outsider, anche perché aveva solo 4 anni e una esperienza relativa.
Però, nel Merano -come nella vita e più ancora- mai dire mai: il giovane Mascolo sta per incorrere in un errore di percorso e intanto si porta fuori corsa alcuni tra i più accreditati francesi così che in lotta per il successo restano proprio il cavallo di Caimi e quello di Jack.
North Bay sembra più potente ma prima dell'ultimo salto allarga leggermente ed eccp che quello spilungone del Luigi lancia Jean D'amour al suo interno, lo rimonta e già che ci sono lo battono...
Applausi di tutti (naturalmente anche di 'baffo' Travagli) a Caimi ma tripudio per Jean d'Amour e per il suo fantino (foto), timido, sorridente, sempre garbato e quel giorno semplicemente perfetto...
L'anno dopo si volta pagina e i francesi, che comunque a oggi guidano la classifica per vittorie anche per i colpi assestati da grandi entraineur quali Guillame Macaire -che ne ha vinti 7 compresi quelli del 2024 e del 2025 con Speed Emile, favorito anche domenica per l'edizione 2026- i già citati Ortet e Doumen ed Eric Bec De La Motte che ha colpito duro con Ali Baba e poi (anche se la proprietà era quella meranese della signora Birgit Regele) con Present Bleu schierano un autentico squadrone senza contare la tedesca Quadriga, allenata da Doumen con ottime probabilità di riprendere il filotto del trainer appena interrotto da Jack e Jean D'Amour.
In sella a Quadriga il giovane talento transalpino Benoit Delo, lo stesso che 14 anni dopo porterà al traguardo Present Bleu, mentre in sella a North Bay ecco di nuovo Caimi, il gentleman rider stiloso nella vita e nel lavoro, magari meno 'coordinato' in gara ma comunque secondo, pur con tattica esageratamente arrembante, l'anno prima.
Doumen, che di Merano come scritto ne aveva già vinti 4 consigliò, anzi ordinò al fantino di mantenere Quadriga all'attesa "perché questa corsa dura una vita e qui non siamo ad Auteil dove almeno all'inizio si va in surplace, qui cominciano a darsele da quando lo starter abbassa la bandiera", mentre Travagli per i 3/4 del discorsetto ripeté, in soldoni, quello dell'anno prima: "Goditi la sfida e il tuo cavallo, tanto se anche per sbaglio sbagli qualcosa non devi rendere conto a nessuno", poi stavolta però, secondo cronache non ufficiali ma affidabili, soggiunse "non dico che l'anno scorso avremmo potuto far meglio e magari vincere ma se oggi ti vedo nelle prime tre/quattro posizioni prima del giro finale, quando scendi di sella ti stacco un orecchio, tipo, ricordi, come fece il trottatore Odelis a Mister Majestic proprio a San Siro trotto, vicino a casa tua"...
Sia Delò sia l'ottimo Massimo Caimi rispettarono gli ordini (o nel caso di Caimi il consiglio tipo offerta che non può rifiutare) e si 'nascosero' nelle pieghe del gruppo, Quadriga addirittura quasi in coda, North Bay quinto o sesto, risparmiato dal suo cavaliere su ogni salto, con mano leggerissima e feeling notevole...
Al mezzo giro finale la fine che non ti aspetti: davanti cominciano a cadere come foglie al vento e Quadriga comincia a farsi avanti; anche Caimi -che come un consumato professionista aveva tenuto lontano North Bay dai professionisti trasformati appunto in foglie cadenti dalla fatica dei loro cavalli- decide di allungare progressivamente il passo e si fa vicino ai primi,..
Anzi, prima dell'ultima curva il sarto perfeziona il cappotto anticipando la femmina e all'ingresso in retta è in fuga, con l'avversaria che recupera, scatta, recupera e riscatta ma North Bay sul pezzo di legno che è quello che conta, il traguardo, ha ancora un minimo ma decisivo e stupendo vantaggio...
Caimi salva l'orecchio ed entra nella Storia, con la scherzosa 'aggravante' che lo fa a 47 anni mentre Donati, per esempio quando vinse con Whispin ne aveva appena compiuti 20, Sandrino Mattei con Cogne prima 30 e poi 32 e persino Pacifici, l'anno del trionfo con Miocamen, ne aveva 2 meno di lui.
La circostanza ha del clamoroso, perché anche solo per correrlo (ovviamente più ancora per vincerlo), il Merano, un fantino deve essere un atleta e pure in forma -fiato, grinta, forza di gambe e braccia, schiena, riflessi e più ancora cuore- e se un professionista volente o nolente si allena tutti i giorni per un gentleman è più difficile, a cavallo nei week end e qualche mattina prima dell'alba e l'ufficio, footing ma senza esagerare, sacrifici a tavola (a volte per perdere peso come nel piano, a volte per prenderne o mantenerlo) che puoi affrontare solo con la passione...
Un'impresa, sottolineata in premiazione anche da una certa Rita Levi Montalcini fresca di Nobel (dicembre 1986) indicando Caimi come "quel cavaliere dai capelli bianchi -e aggiungendo- un autentico paladino"...
Altro fantino italiano che nel Merano ha trovato meritata gloria è Raf Romano, che nel 2007 si è imposto in sella al portacolori di Donna Ludovica Albertoni Halling Joy, poi, sempre con l'allenamento di Paolo Favero, nel 2008 e nel 2009 con lo straordinario campione Sharstar, di Rodolfo Casieri.
Tre vittorie, per giunta consecutive per Romano (che era nato a Brescia), una sola per Pietro Cadeddu, il padre di Miki, famoso come "Ciccio" nella fiction "Un medico in famiglia" ma anche ottimo fantino in piano. Uno solo e per giunta a tavolino, con Prince Pamir (appartenente alla scuderia del Marchese Guglielmo di Vulci) nell'82 in seguito alla squalifica del cavallo Guidsun dei signori Schnitzer, Wolfgang e Marianne (quelli già citati per Amado).
Guidsun, montato sia in quella occasione sia l'anno dopo da Pier Paolo Alberelli, non fu eliminato per un fallo di gara, danneggiamento o errore di percorso, ma venne premiato e festeggiato salvo essere successivamente tolto dall'ordine d'arrivo, per doping alla teofillina, sostanza in quel caso contenuta in uno sciroppo per la tosse ma che agendo da broncodilatatore è proibito.
Nel 1983 comunque, Guidsun passa nuovamente quel palo per primo e stavolta senza tosse e soprattutto senza teofillina, in un riscatto di quelli che a Milano direbbero "San Giuan fa minga ingann" e che nonostante la gioia ha comunque portato Alberelli a quota uno, ma lui, cavolicchio, di Merano ne aveva vinti due...
Simile al caso di Guidsun (anche se per decisione dei Commissari di gara, non dei laboratori antidoping) è quello di Kolorado, vincitore 'convalidato' nel 2006 con in sella il bravissimo Dirk Fuhrmann che, di Merano ne aveva già conquistati 2, con Kifti e Scaligero.
Bene, cioè male per il team di Kolorado, proprietà (i coniugi cecoslovacchi Hradil) e allenatore (il mitico Cestmir Olehla) perché -con la monta del leggendario Jim Crowley che prima di vincere in piano tutto quello che c'era da vincere, nel 2004 aveva colpito nel Merano con Masini- il loro cavallo aveva partecipato anche l'anno prima, nella rocambolesca -e più ancora- edizione 2005 e con una progressione micidiale era arrivato primo, precedendo nell'ordine il francese Domirome e lo svizzero Fandango, con gli italiani, poi ancora vittoriosi, almeno come proprietà, solo grazie al fenomeno L'Estrain, ad Halling Joy e alla partnership transnazionale per il fortissimo Alpha Two -doppio nel 2013 e nel 2014- con i Vana e la Staj Evi guidata da Orfeo Bottura, imprenditore agricolo di Pescantina nel veronese, che erano entrati in una crisi del comparto andata via via aggravandosi per carenze - tutte collegate tra loro - di scuderie, fantini, allenatori, scuole e formazione, naturalmente cavalli e piste, con la sola eccezione, appunto, di Maia e con la spietata concorrenza dall'est e una distribuzione delle risorse e dei calendari a dir poco demenziale).
Quindi in pista primo Kolorado, secondo Domirome e terzo Fandango ma Merano a termini di regolamento assegnato a Rosembrief.
Cos'era successo? Alla fence dinanzi alle tribune proprio Crowley, sicuro al comando e con Kolorado a passo spedito saltò un ostacolo diverso da quello previsto (probabilmente allungando la strada, non accorciandola) e sia Domirome sia Fandango, sull'abbrivio e concentratissimi, seguirono nell'errore il leader anche perché "va un po' a pensare che uno come Crowley fa una minchiata del genere".
Invece sì. Se ne avvide subito, per carità, ma subito non fu abbastanza.
Sia lui sia gli altri due in pratica fermarono e si lanciarono all'inseguimento del gruppo, riuscendo a raggiungerlo e anche a superarlo in arrivo. Quarto al traguardo transitò appunto Rosembrief, con in sella il francese Thierry Steeger (a proposito, il terzo cavaliere dilettante a vincere il Gran Premio, il primo non italiano, ingaggiato oltretutto da un trainer e una scuderia tedesca), che si era visto surclassato dagli altri tre ma era comunque stracontento perché "un quartino in Gruppo 1 non è certo da buttar via" al suono della sirena che avvertiva dell'intervento dei giudici si preoccupò pensando "sta a vedere che ho tagliato la strada a Nazcar de la nuit e mi mettono quinto".
Invece, guarda gli scherzi da prete che non fanno i preti (e meno male -peccato mortale per l'ippica- che quello era il primo anno non abbinato alla Lotteria che altrimenti, chi avesse avuto il biglietto con Kolorado avrebbe avuto due infarti in 10 minuti) via il primo, il secondo e il terzo e in premiazione ci andò proprio il gentleman rider francese...
L'albo d'oro della grande sfida ricorda altre emozioni speciali e altri campionissimi: da Something Special a Kazzio e Rigoreux, allo stesso Trapezio, un piccoletto che non aveva mai vinto una corsa in piano ed era stato in ostacoli per la disperazione e in effetti saltava come un grillo ma al primo tentativo nella grande corsa cadde nella foga di star dietro a Chivas Regal, rifacendosi alla stragrande nei due anni successivi; e poi ancora il fortissimo Le Costaud (altro allievo di Macaire) devastante nel 2018, con in sella l'inglese James Reveley (al terzo trionfo nel Merano), tanto da aprire quasi no betting l'anno dopo ma stavolta, dopo il salto del muro, in leggero affanno, al punto che qualche avversario invece di mirare al posto d'onore, osò attaccarlo (per primo Jan Faltejsek con Northerly Wind) e quello nel tentativo di replicare sbagliò un salto e l'errore gli fece perdere terreno e più ancora l'azione, esattamente nel punto in cui invece innestava la quinta L'Estrain che così conquistò la prima della serie di quattro vittorie consecutive...
Nel biennio 2016-2017 Mazhilis (con in sella Jan Kratochvil) ed Al Bustan (in coppia proprio con Faltejesek) hanno riportato sul gradino più alto del podio i colori e la bandiera della Repubblica Ceca, ma è giusto fare un passo indietro di 50 anni per ricordare anche l'affermazione di Creme Anglaise nel "65, se non altro perché chiuse un clamoroso tris il fantino Nello Coccia e, più ancora, perché quella fu la prima vittoria nel Merano di un proprietario meranese, Paul Trenkwalder...
A chi segue e ha seguito con passione l'ostacolismo italiano può apparire perfino strano non trovare tra gli allenatori vittoriosi lo "Stregone Sardo", "Dentino" ovvero Franco Contu, uno che sia a Merano (è cittadino onorario di Maia) sia a Milano, Pisa, Roma o per strada se c'era un rametto o una cacca di cane, ha vinto tutto quello che c'era da vincere, oltretutto plasmando e allenando campioni -in siepi più ancora che in steeple e mai sui 5000 metri- quali, per fare un esempio Frammassone e Reckless William (quindi, gli esempi, sono due) della scuderia Amalita di Roberto Pais...
Forse non ha mai avuto il cavallo giusto per provarci e, più ancora, per riuscirci.
O forse, magari, no...
In realtà uno speciale in training lo ha avuto e aveva anche un nome speciale, uno di quelli che sembra un nomignolo, un soprannome da esseri umani, tipo "Drago" per il Cerutti Gino di Gaber: Filosuf...
Lo scoprì (e lo acquistò a prezzo da discount perché non ritenuto gestibile dall'importante scuderia Rencati, che metteva ai cavalli sempre nomi in milanese) il giornalista di Mediaset Federico Mastria, grandissimo appassionato di tennis, calcio -più ancora della Roma- pugilato, basket e superbowl ma specialmente di ippica, a 360°, in piano, al trotto (dove milita anche nel Circuito ippico-benefico delle Stelle) e più ancora appunto in ostacoli dove sotto i suoi colori hanno corso anche un campione come Fermi e lo sfortunato Parnassus.
Per la verità -Mastria spesso cerca soci e (almeno potenziali poi non tutti si rivelano tali) amici- Filosuf (anche perché Fede non aveva ancora la licenza di proprietario) gareggiò con la giubba e l'intestazione della Passante Corto, nome de course del collega Carlo Pellegatti, altro appassionato di tennis e cavalli oltre che di calcio (però, più ancora, del Milan) ed anche lui proprietario del piano e driver tra le Stelle per beneficenza...
Filosuf viene preparato a puntino da Contu per la debuttanti dei 3 anni mostrando nei lavori mattutini una grandissima classe, una buona attitudine ai salti e ancora quel caratterino colpa e merito del fatto che fosse costato poco.
Tuttavia, per un infortunio neppure grave, Contu che da bravo filosofo per giunta stregone sa bene che "non tutti i mali vengono per nuocere" e che con una stagione in più e un esercizio maggiore (alla fin fine il saltare rilassa i cavalli) avrebbe potuto maturare, decide -e lui decideva per tutti, perché va bene la democrazia, va bene che il cavallo era loro ma "patti chiari e amicizia lunga, io sono l'allenatore e decido io"- di aspettare quella dei 4 anni...
Eccolo, dopo varie peripezie, qualche cambio di monta e una vittoria assai promettente, al via nella Gran Corsa Siepi di Milano del 2006, sfida che tra l'altro è spesso passaggio per il passaggio agli ostacoli alti dello steeple chase, in vista, chissà, l'anno dopo, del Merano.
In sella stavolta ci mettono -cioè l'allenatore ci mette- addirittura Cristophe Monjon perché, dice sincopando da sardo, "per un cavallo da gran premio ci vuole un fantino da gran premio"...
Poteva anche sembrare il claim dello spot del pennello Cinghiale, ma di sicuro, maturato o meno (come irruenza più meno che più), per un soggetto come Filosuf una mano dolce, sensibile, capace di assecondarlo, lasciarlo fare ma non strafare come quella del francese poteva giovare e magari non poco...
Fatto sta che Filosuf tira meno del solito (e più ancora, cioè ancora meno di un anno prima) ed è davvero fantastico, un galoppo e una fuga da sogno, al punto che a mezzo giro dalla fine allunga ancora e fa il vuoto, avanti una ventina di lunghezze al migliore degli altri e più ancora di quell'Halling Joy che come scritto, nel 2007, avrebbe siglato il Merano...
Imprendibile, Monjon avrebbe fatto in tempo a ordinare con Glovo (che per fortuna non esisteva ancora, a riprova che non sempre le idee per far soldi sono progresso, ancor meno dal punto di vista etico) lo champagne per festeggiare, ma invece venne raggiunto, non da un avversario ma dal suono della sirena, che, insieme al segnale di bandiera rossa, parbleu, annullava la corsa...
Era successo che mezzo giro prima, cioè a un giro dalla conclusione erano caduti in due e il fantino di uno dei due, Marek Stromsky, una volta rassicurati tutti sul fatto che non servivano barelle e ambulanza rialzandosi, si era accovacciato (forse un colpetto in testa l'aveva preso perché altrimenti la terza cosa che fai in quei casi -la prima è controllare se è solo una botta, la seconda è imprecare- ti levi di mezzo), seduto, sconsolato, proprio sotto la siepe finale.
I Commissari avevano atteso ma di fronte al rischio che i cavalli gli passassero sopra, dovettero farla suonare, quella maledetta sirena...
Quindi, siccome la sfiga -non solo la buona sorte- a volte è cieca e quella volta anche ceca, come il buon Marek (che naturalmente appena annullata la corsa si era levato di torno), l'impresa di Filosuf restò solo negli occhi esterrefatti del pubblico -era la prima volta in una gara di Gruppo 1- e in quelli velati di lacrime, pur nascoste, del team dei protagonisti...
Siccome tra i soci (occulti, nel senso che ce li aveva portati uno dei soci di Federico) c'era pure qualcuno che non la prese con filosofia, Stromsky dovette poi barricarsi in sala fantini perché c'erano appunto due omoni che non avevano buone intenzioni verso l'omino...
Quella però è un'altra storia e finì comunque bene perché quello, di incidente, rientrò, più che altro per i due energumeni (che appunto non risultavano come proprietari) vennero 'scortati' fuori da San Siro galoppo dalla polizia, anzi, uscirono volentieri da soli per entrare a San Siro stadio, anzi al Meazza, per la partita dell'Inter di cui, a quanto pare, erano tifosissimi, anzi, ultrà, che non è quasi mai la stessa cosa...
La nostra di storia, cioè quella di Filosuf, invece, il lieto fine (che potrà esserci magari quando Federico stanerà un cavallo simile, come la Roma con Malen, perché il bello dell'ippica è che, a differenza dell'amore, finito un sogno ricominci a sognare) non lo vide nemmeno col binocolo: si infortunò in una corsa che se avesse vinto la Gran Siepi non avrebbe neppure corso e quindi niente steeple ed addio Merano...
Quel Merano che, come la vita, "è un brivido che vola via, è tutto in equilibrio sopra la follia"...
E più ancora, perché c'è l'infinita bellezza dei cavalli e di chi per loro e con loro si è sentito battere il cuore ancora più forte della "Sally" di Vasco.
Dabadabà




























