Una giustizia "da cani". Quando "da cavalli"?
SENTITE QUESTA. In un’aula della Corte di Assise di Bergamo si è svolto un dibattimento secondo la più stretta osservanza di norme e procedure. C’erano il Presidente, l’Accusa, la Difesa e, naturalmente, una sfilza di testimoni tutti scrupolosamente, e professionalmente, informati sui fatti (vedi Corriere della Sera.it del 7-11-07 sez. animali). In Aula anche l’imputato, chiamato a dar conto di una quantità di capi d’accusa tali che, anche solo a sintetizzarli per titoli, sono obiettivamente da ergastolo in regime di 416 bis, e cioè: minaccioso addrizzamento del pelo in zona cervicale con annesso arricciamento del labbro superiore e derivante esposizione di fauci con espliciti intenti intimidatori, in connessione all’aggravante di sbavamento copioso nonché oltraggioso della decenza pubblica; imbrattamento pervicace e reiterato del suolo pubblico attraverso sistematica disseminazione di materiale deiettivo appositamente amalgamato ai fini di interdire il diritto costituzionalmente sancito di liberamente fruire dei marciapiedi da parte della fauna bipede; arbitrario, abusivo innaffiamento a schizzo a mezzo pipì di natura programmatoria e finalistica ai danni di tronchi d’albero, cespugli, muri d’angolo e non d’angolo, ruote di automobili, caviglie umane con e senza calzini ecc., con reato connesso in violazione del comune senso del pudore riscontrabile nella ostentata esibizione delle parti intime del corpo, le cui finalità di adescamento sono all’esame di altro procedimento; schiamazzi diurni e notturni, nonché perpetuo turbamento della quiete pubblica.
Nonostante la pesantezza dei capi d’accusa quel cane di imputato è stato assolto. Al suo posto è stato condannato il padrone, che non ha saputo opporre convincenti contro-deduzioni alle accuse di incompetenza, ignoranza, pressappochismo che si racchiudono nel medesimo quadro criminoso dell’esercizio della violenza concepito come diritto da esercitare liberamente sul cane.
Ai fini dell’assoluzione del quattrozampe è stata determinante l’arringa della difesa, specialmente in quel passaggio, che è già giurisprudenza, in cui si sostiene che il cane è il più antico amico dell’uomo.
Dalla lettura di questa notizia è sorta una idea: e se creassimo un tribunale del cavallo? Se creassimo un ambito di dibattimento pubblico in cui la difesa del cavallo potesse opporre alle violenze esplicite ed occulte cui è sottoposto, le prove storicamente documentali del suo insostituibile ruolo nella storia dell’umanità e, quindi, tutti crediti che deve ancora riscuotere dall’uomo? E se questo tribunale emettesse davvero sentenze? E se le sentenze fossero davvero applicate? Somiglia a un gioco. Ma potrebbe non esserlo.


























