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  • Gli anni d'oro della stampa ippica / 5
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  • 01/09/2009

Gli anni d'oro della stampa ippica / 5

SOSTANZIALMENTE Snai ha da sempre guardato alla stampa con un occhio molto attento, e Cavallo 2000 era una intuizione di un modo geniale di cambiare prospettiva: dalla pubblicità istituzionale all’investimento (modesto) futuribile. Perché sprecare risorse per le pagine di pubblicità che all’indomani sarebbero state buone per la toilette, quando invece si poteva investire sugli uomini che nel futuro avrebbero avuto verosimilmente ruolo rilevante nelle varie testate, cementando il rapporto personale? Ma quando la Stec promosse uno sciagurato torneo di calcio interaziendale ben presto Mario Grani e Claudio Corradini, che coltivava, a ragione, ambizioni di buon virtuoso della pedata, si trovarono di fronte ad un vero dilemma psicologico. Meglio vincere o prenderla sportivamente e battere le mani alle attuali o future firme di Repubblica, del Corriere dello Sport, del Messaggero etc.?  In breve, sportivamente una sega… La vittoria fu un obiettivo primario e decisamente velleitario data la consistenza dell’organico.
Grani si affidò alle risorse di fiato del figlio Marco, vero Brighi ante litteram del centro campo, alla finezza di tocco di Claudio Icardi, che, per essere stato compagno di Gene Gnocchi, era stato contagiato da sempre dal virus del rifinitore senza molto da rifinire. Palombo e Maida davano dignità e pensiero al centro campo, da subito orfano di qualunque tipo di ali. Pensate che rimediammo una divisa sia io che Mario Berardelli… La difesa era presidiata dallo stesso Mario Grani, che sembra (ma non è sicuro) si fosse ispirato a Giacomo Losi, idolo di gioventù. Restavano alcuni ruoli minori come quello dei difensori e degli attaccanti, ma la presenza di Gianni Bertini, che frequentava la segretaria di redazione, garantiva una qualche copertura ovunque nel campo ridotto. Il teatro era un campo in terra dell’Acqua Acetosa, un comprensorio del Coni dove si poteva giocare anche a Polo, molto bello ovunque, a parte quel campetto. L’orario alla mattina presto, così come ispirato dal memorabile torneo scapoli contro ammogliati di uno dei primi Fantozzi. L’inverno era freddo e le pozzanghere praticamente ovunque. In una delle prime partite si registrò la prima vittima. Piero Celsi, del Corriere dello Sport, dopo un frettoloso riscaldamento ed un lungo condizionamento all’aggressività sul tipo danza Maori, uscì per primo, ruggendo, dall’angusto spogliatoio alla ricerca di carne umana e di avversari da stroncare, lui così mite e occhialuto. La vista ridotta gli impedì di scorgere un gradino di un paio di centimetri (veri) all’uscita dello spogliatoio, vi cadde sopra e non si alzò più. Dopo una mezz’ora i compagni capirono che non stava scherzando e lo portarono via a braccia dalla soglia dello spogliatoio, seriamente infortunato. Il suo numero fu affidato ad una riserva, lui tornò, una volta guarito, al turno di notte.

L'INFORTUNIO del povero Celsi ammonì tutti al rispetto della prima regola di queste manifestazioni da dilettanti: “Safety first”, cioè occhio a non farsi male. Per un po’ gli incontri filarono via lisci. Tutto si complicò in un Repubblica contro Corriere dello Sport, cui tutta la redazione assistette perché Cavallo 2000 giocava il match successivo. Maida che, pur essendo al Corriere giocava per Cavallo 2000, patì un tackle con il difensore Franco Recanatesi (poi a Repubblica) e stramazzò a terra chiedendo il penalty, lasciando spazio a non sopiti rancori di redazione. I due furono a stento divisi dagli astanti, ma le cose  per tutto il resto del torneo non furono più le stesse. I big del Corriere, per il quale lavorava Rodolfo Galdi che si tenne saggiamente alla larga da ogni match (come del resto il direttore Mario Gismondi, ma Peppe Pistilli fu visto presidiare la difesa con attenzione e vigore atletico, mentre Ezio de Cesari era spesso a bordo campo a suggerire schemi e strategie), capirono che come quotidiano sportivo erano la squadra che aveva da perdere più di tutti in quel torneo e corsero poco sportivamente ai ripari portandosi nei match clou l’arbitro appresso. Un ex arbitro vero, radiato, con tanto di divisa regolamentare , fischietto e passo plastico, che faceva la diagonale, ignorava i falli loro e inventava quelli degli altri. Un assaggio di Moggiopoli, direte. Beh, l’avete detto voi…
Per combattere lo strapotere del Corsport, Grani le studiò tutte. In una partita contro i rudi operai tipografici, decisiva per l’ingresso in semifinale, pareggiando le due squadre sarebbero state ammesse entrambe alle semifinali, ma il Corsport avrebbe incontrato i tipografici, e noi gli spedizionieri o comunque una squadra più accessibile di cui non ricordo il nome. Il Corsport non voleva rischiare affrontando i tipografici che avevano arruolato due ex calciatori poco più che trentenni ancora in forma ottimale, e fece in modo che l’arbitro di cui sopra dirigesse la nostra sfida, sfacciatamente truccata e combinata per il classicissimo zero a zero. Nessuno aveva interesse né a vincere, né a rischiare di perdere né a rischiare di farsi male, gli accordi presi erano stati universali e la partita, come certe gare di fine campionato in cui la Snai nemmeno ci pensa ad accettare le scommesse, del tutto inutile. L’ineffabile arbitro, verso l’ultimo minuto di gara,  vide un inesistente fallo da rigore contro i tipografi a favore di Cavallo 2000. Un silenzio gelido invase il campo di calcio e le tribune, rotto solo dalle risate grossolane di alcuni spettatori che poi risultarono essere redattori del Corriere dello Sport in incognito. Grani passò in rassegna le truppe guardando in faccia i suoi uomini come fece Lippi prima di mandare in campo i suoi uomini alla finale del campionato del mondo 2006. Quale redattore di Cavallo 2000 avrebbe resistito alla tentazione di segnare e di mandare a casa i tipografici, per poi sovvertire le classifiche ed andare a disputare la semifinale contro il Corsport? Fui subito scartato, lavoravo anche al Corriere e neppure stavo in campo,come del resto Berardelli, Maida non affidava minimamente, neppure Palombo che, per quanto al Messaggero, già stava nasando offerte da parte dei grandi quotidiani sportivi. Icardi era un poeta pericoloso. L’unico vero estraneo era Gianni Bertini, lo prese da parte e gli spiegò cosa doveva fare. E Bertini portò la palla sul dischetto del rigore nel silenzio generale. Un goffo torneo interaziendale era diventato un pericoloso psicodramma…%%newpage%%

BERTINI prese la rincorsa di traverso, come quei calciatori che vogliono colpire la palla d’effetto e mandarla in uno degli angoli. Il portiere assunse la posa regolamentare, cercando in indovinare cosa avesse in mente. Bertini partì con forza e calciò duro di punta, la palla schizzò verso il corner di destra, altissima, planando, dopo un po’, quasi sulla vicina tangenziale. Il portiere rimase accucciato, mettendo una mano sulla visiera per scorgere, contro sole, dove mai fosse finito il tiro che doveva essere invece diretto verso la sua porta. Pareggiammo, tutti furono contenti e i redattori in incognito del Corsport non risero più.
Ma in semifinale non ci fu nulla da fare. Grani aveva chiesto alla sua bellissima moglie Marie, ex Blue Bell, di portare le sue ex colleghe e attricette di ogni tipo per distrarre la squadra avversaria, niente da fare ci segnarono ed il nostro organico ridotto non superò il penultimo turno. Ricordo ancora che, dopo un infortunio a Claudio Corradini, Grani si voltò in panchina e trovò solo me che facevo finta di nulla. Entrai mio malgrado nel campo pesantissimo, dirigendomi verso il vertice dell’area destra avversaria essendo un destro naturale (ma che vorrà mai dire?) ed il perfido Gianni Bertini ebbe la pessima idea di passarmi, dal momento ero smarcato perchè la difesa avversaria, quando entrai, aveva iniziato ad abbracciarsi ed a festeggiare. Presi comunque il passaggio e mi allungai d’un metro la palla per tentare l’eroica rimonta, quando uno sconosciuto energumeno di sollevò letteralmente da terra con uno sgambetto proditorio mandandomi a faccia in giù nel fango. “Cristo –pensai- Ma questo è rigore…” E l’arbitrò subito fischiò. La fine della partita. E, contestualmente, del famigerato torneo interaziendale della Stec, che fu inevitabilmente dominato in una finale diretta dal nostro amico arbitro sopra citato (tra l’altro era anche un cavallaro e stava sempre a Tor di Valle, ma cosa avrà mai fatto per farsi radiare…?), dal Corsport. Io sfiorai una sola volta il pallone, divenni quasi interamente marrone per il fango della caduta, e fui costretto a gettare via la canottiera che indossavo sotto la maglia di gara perché, anche dopo averla lavata due volte con la candeggina, era ancora vistosamente color fango. Ma che bel divertimento…

5) continua

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